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giovedì 11 gennaio 2024

sabato 14 marzo 2020

Elvio Facchinelli, Grottesche. Notizie, racconti, apparizioni.


22. La pioggia di notte come un passo nel corridoio

88 Una vecchina in autobus sorride (quasi in anticipo) appena scorge un bambino; se parla, esplode in "caro", "bravo", eccetera. L'idea di un meccanismo, di un riflesso

165  "Anche le persone deperiscono, si sgretolano come le case"

378 Una vecchia coppia. Da sempre litigano. Alla fine litigano anche su chi dorme di meno.

(dopo tre anni di silenzio. Siamo dentro al coronavirus)

lunedì 8 settembre 2014

Scatole

Dei traslochi – che in generale destabilizzano la vita – amo l’illusione che la nostra vita passata possa essere suddivisa per scatole. L’idea che tutto quello che è stato possa di colpo essere riorganizzato, catalogato. Amo, in fondo, l’idea che durante un trasloco ci si possa illudere di pacificare il caos del nostro passato. E di conseguenza l’idea che pacificando il caos del passato ci si possa assicurare anche un futuro più amichevole. Per questo quando infilo le cose nelle scatole mi sento disciplinato e alleggerito. Alla fine, scrivo una parola su ogni scatola (“Scarpe”, “Cose cucina”, “Bagno 1” etc), conto in quante scatole sta la mia vita, e il conteggio mi rassicura.

 (Andrea Bajani racconta come è nato "La vita non è in ordine alfabetico")

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ww.hounlibrointesta.it/2014/02/21/andrea-bajani-racconta-la-vita-non-e-in-ordine-alfabetico/


sabato 16 agosto 2014

Case-volti

«Mi rimangono le case in cui sono stato felice, dove ho assistito alla bellezza, alla bontà, dove ho vissuto pienamente. Guardo la fisionomia delle abitazioni come se fossero volti, torno a esse con l’immaginazione, salgo scale, apro porte e contemplo quadri. Non so se gli uomini siano troppo ingrati con le case, o se la mia gratitudine nei loro confronti sia una forma di nevrosi. 
Il fatto è che amo i luoghi dove ho incontrato un minuto di pace, non li dimentico mai, li porto con me e conosco la loro essenza intima, il mistero ansioso di rivelarsi che abita in ogni parete. 
Sono certo che le case cerchino di parlare, di farsi amare, e a volte mi spiego i fantasmi: come non ritornare dalla morte, a visitare le case amate? Io sarò un fantasma infaticabile».
Julio Cortàzar

venerdì 4 aprile 2014

Una mandorla



Cerca la mandorla in tasca, la guarda in mezzo al palmo, compatta, è una conchiglia con due valve sigillate. 
Cerca a tentoni un sasso, lo raccoglie e comincia a bussare piano al guscio. Il rumore da secco passa a grave, segno che si schiude. 
Arriva il cedimento, si è aperta la breccia, liberato il frutto della mandorla piovuta. 
Prima di infilarla in bocca la solleva in alto e le dà un bacio. L’accoglie come un’ostia sulla lingua, si mette a succhiarla. Vita, come ne basta poca a fare la felicità completa

Erri De Luca, Storia di Irene, Feltrinelli 2013

giovedì 13 febbraio 2014

Virginia Woolf "AZZURRO E VERDE"

VERDE 

Le puntute dita di vetro pendono all'ingiù.
Scivola la luce lungo il vetro, e sgocciola una pozza di verde.
Per tutto il giorno le dieci dita del lampadario sgocciolano verde sopra il marmo.
Anche le penne dei parrocchetti - le loro aspre strida lame affilate di palmizi: verdi; verdi aghi scintillanti al sole.
Ma il duro vetro continua a sgocciolare sul marmo; le pozze si librano sopra la sabbia del deserto; in mezzo si acquattano i cammelli; le pozze si fermano sul marmo; orlate di giunchi; intasate di alghe; qua e là un bocciolo bianco; un tonfo di rana; la notte le stelle vi brillano ininterrotte.
Viene la sera, e l'ombra spazza il verde sopra la mensola; increspata superficie d'oceano.
Nessuna nave arriva; vane le onde fluttuano sotto il cielo vuoto.
E' notte; gli aghi sgocciolano chiazze di azzurro.
Il verde è cancellato
. 


AZZURRO 

Il mostro dal naso camuso viene a galla e sprizza dalle narici schiacciate due colonne di acqua, che, bianco-ardente nel centro, si sfrangiano in spruzzi di perle azzurre.
Pennellate di azzurro segnano la nera incerata della sua pellaccia.
Versando acqua da bocca e narici affonda, gravido d'acqua, e l'azzurro si richiude sopra di lui coprendo i ciottoli levigati dei suoi occhi.
Sbattuto sulla spiaggia egli giace, tronco, ottuso, perdendo aride scaglie azzurre.
Il loro azzurro metallico macchia il ferro arrugginito della spiaggia.
Azzurre sono le costole della barchetta naufragata.
Un'onda rotola sotto le campanule azzurre.
Ma la cattedrale è diversa, fredda, greve d'incensi, di un azzurro sbiadito di veli di madonne.
 
(V. Woolf, Tutti i racconti)

sabato 14 dicembre 2013

La notte

Tra un po’ parlerò della notte , la bella notte, che è come un buco vuoto in cui le cose aspettano che passi via il farnetico, 
e il buio e l’incerto vengano a dirci che i nostri desideri si sono tutti assopiti, e il cuore è finalmente sazio».

Gianni Celati, Selve d'amore, Quodlibet 2013

mercoledì 12 giugno 2013

La pelle del serpente


«È così che muoiono le infanzie, quando i ritorni 

non sono più possibili perché i ponti tagliati 


inclinano verso l’instancabile acqua


 le travi sconnesse nello spazio estraneo. 


Non c’è allora altro rimedio che quello del serpente: 


abbandonare la pelle nella quale non entriamo più, 


lasciarla  a terra, tra i cespugli, 


e passare all’età successiva. 


La vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo


 in grado di vivere».



(José Saramago, Di questo mondo e degli altri)

venerdì 7 giugno 2013

Un animale in una cesta (Pessoa)

23 (57)
E, oggi, pensando a ciò che è stata la mia vita finora, mi sento come un qualsiasi animale vivo, trasportato in una cesta che piega il braccio, fra due stazioni suburbane. L’immagine è stupida, però la vita che essa definisce è ancora più stupida. queste ceste normalmente hanno due coperchi, come semiovali, che si sollevano un po’ dalle due estremità ricurve se l’animale si agita. Ma il braccio di chi trasporta, in parte appoggiato lungo l’innervatura centrale, non permette a questa cosa così debole di alzare altro che le estremità inutili, come ali di farfalla che vanno indebolendosi.
Mi sono dimenticato, con la descrizione della cesta, che stavo parlando di me. La vedo nitidamente, e anche il braccio grasso e bianco e bruciato dal sole della domestica che la trasporta. Non riesco a vedere la domestica al di là del braccio e della sua peluria. Non riesco a sentirmi bene se non – all’improvviso – una grande frescura di… di… di quelle stecche bianche e nastri di  con cui si tessono le ceste e dove mi agito, animale, fra due fermate che sento. Fra di esse riposo su quella che pare essere una panchina, e sento che parlano là fuori dal mio cesto. Dormo perché mi calmo, finché non mi solleveranno nuovamente, giunto alla fermata.
Fernando Pessoa, Il secondo libro dell'inquietudine, Feltrinelli 2013

mercoledì 5 settembre 2012

Tutto passa

«Che cosa resta di una vita? Che resta mai, una volta eliminati i poiché dunque infatti tuttavia, di una vita? Della sottile tessitura di una vita? Pochissimo. Qualche momento forte, tre, quattro, cinque. Forse venti, in esistenze frenetiche. Si vive alla giornata, esagerando piccoli eventi, ho fatto questo, non ho fatto quello, e un’iniziativa da prendere, un ritardo da recuperare, emergenze da risolvere, impegni da mantenere, ma alla resa dei conti, non resterà niente o ben poco di tutti questi anni. 

Nuota. È una vecchia soddisfazione, per lei, saper nuotare. Aver saputo, prima della maggior parte degli altri allievi della sua classe, nuotare, o galleggiare, o anche soltanto entrare in acqua senza timore, senza l’idea di affogare. Tutto galleggia». 

Bernard Comment,  Tutto passa, Sellerio 2012

mercoledì 4 luglio 2012

Persone

Tra le cose essenziali che si preparano dentro di noi vi sono gli incontri rinviati. Può trattarsi di luoghi e di uomini, di quadri come di libri. 
(...)  Vi sono persone di cui mi piace sentir parlare, e allora ascolto quanto più è possibile e con tale avidità che si potrebbe quasi pensare che in fondo so di loro più di quanto ne sappiano esse stesse - ma evito di guardare una loro fotografia e mi sottraggo a ogni raffigurazione visiva, come se un divieto particolare e legittimo impedisse di conoscere la loro faccia. 
Vi sono anche persone che mi incontrano per anni sul medesimo percorso, che mi danno motivo di riflettere e mi appaiono come enigmi di cui sono chiamato a trovare la soluzione, e tuttavia io non rivolgo loro la parola, proseguo in silenzio per la mia strada, come esse fanno con me, e tutt'e due ci scambiamo sguardi interrogativi, tutt'e due teniamo le labbra ben chiuse: io penso a quello che sarà il nostro primo colloquio e mi eccito all'idea di tutte le cose inaspettate che scoprirò allora. 
E infine vi sono persone che amo da anni senza che esse possano averne il minimo sospetto, e intanto io divento sempre più vecchio, e ormai deve apparire come un'assurda illusione l'idea che io glielo dica mai, sebbene io viva sempre nell'attesa di questo momento stupendo. Senza questo minuzioso prepararmi al futuro non sarei capace di vivere, e per me, se mi studio attentamente, questi preparativi non sono meno importanti delle improvvise sorprese che arrivano come dal nulla e lasciano senza parola. 

Elias Canetti, Il gioco degli occhi - storia di una vita (1931-1937), Adelphi editori, Milano, 1985.

domenica 19 febbraio 2012

Del nuotare

     Era inevitabile e direi fatale che, nuotando sott’acqua in apnea nell’ipnotica fissità dei fondali, io m’imbattessi, dopo Ferito a morte, nella leggenda di Colapesce, che ne è una specie di lontano prototipo. Mito e favola del ragazzo mezzo uomo e mezzo pesce mi arrivavano dalle azzurre profondità del mio Tirreno, e tirrenico più che greco e siculo io sentivo questo antico racconto. Dopo Croce, e Calvino, e Sciascia, che tra i moderni lo raccolsero e lo riscrissero ciascuno a suo modo, venne anche a me il desiderio di riprenderlo e raccontarlo a modo mio. 
L’occasione fu il compleanno di mia figlia che ancora non sapeva leggere e che dunque si trovava nella condizione ideale per ascoltare le favole che le inventavo. Mi stava a sentire con una specie di sognante rapimento, con due occhi d’ambra chiara che pendevano dalle mie labbra e accoglievano come oro colato ogni mia parola, e tutto, ogni minimo particolare, metteva in moto la sua intatta fantasia. Oh, se i miei lettori mi leggessero come lei mi ascoltava! Scrissi questa favola per lei, per farle immaginare la bellezza dello scenario sottomarino, e anche per prepararla – quando sarebbe stata in grado di farlo – alla lettura di Ferito a morte. Mi piaceva farle credere che anche io ero stato un po’ come Colapesce, e che se le mie mani e i miei piedi non erano forniti di membrane per meglio nuotare, le pinne di gomma potevano benissimo sopperire a questa mancanza. 
Volevo che quando fosse stata più grande capisse che se avevo scelto il mare come elemento essenziale del mio libro era perché nel mare avevo trovato in un primo momento la beata regressione dell’infanzia (e una tregua al dolore), il liquido amniotico della mia ispirazione, il richiamo perenne e insostituibile dell’Altrove, del Regno Sconosciuto. E poi, man mano anche lei crescendo avrebbe potuto riconoscere nel mare il luogo della felicità, della “bella giornata” e della ferita che essa nasconde. 


Raffaele La Capria, Colapesce

Raffaele La Capria Esercizi superficiali. Nuotando in superficie, Mondadori 2012

giovedì 1 dicembre 2011

Christa Wolf, Sotto i tigli

Prima di addormentarmi penso che di giornate come questa è fatta la vita. Punti che alla fine, se abbiamo avuto fortuna, sono congiunti da una linea. Ma penso anche che possono disgregarsi in un cumulo insensato di tempo passato, e che solo un costante, fermo sforzo dà senso le piccole unità di tempo in cui viviamo...
Riesco ancor a osservare il primo passaggio attraverso le immagini che precedono il sonno, emerge una strada che conduce al paesaggio che conosco tanto bene senza averlo mai visto: il colle con il vecchio albero, il pendio che degrada dolcemente verso un corso d'acqua, prati, e all'orizzonte il bosco. Che non si riescano a vivere realmente gli attimi prima di addormentarsi - altrimenti non ci si addormenterebbe - è cosa che mi rincrescerà sempre. (27 settembre 1960)
 Christa Wolf, Sotto i tigli, racconti, edizioni e/o,  1990



Morta il 1 dicembre 2011. S.T.T.L

mercoledì 27 luglio 2011

Isidora

  
All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.


(Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi 2000)

giovedì 14 luglio 2011

Italo Calvino, Sprechi, passioni

Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l'ammetteva: cioè che fosse anche passione.
Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di bouganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva. 
Ma ciò che muoveva mio padre ogni mattina su per la strada di San Giovanni - e me giù per la mia via - più che dovere di proprietario operoso, disinteresse d'innovatore di metodi agricoli, - e per me, più che le definizioni di doveri che via via mi sarei imposto -, era passione feroce, dolore a esistere - cosa se non questo poteva spingere lui a arrampicarsi per i gerbidi e i boschi e me a addentrarmi in un labirinto di muri e carta scritta? - confronto disperato con ciò che resta fuori di noi, spreco di sé opposto allo spreco generale del mondo. 

Italo Calvino, La strada di S. Giovanni,  Adelphiana 1971

mercoledì 1 giugno 2011

James Joyce, The dead, finale

It had begun to snow again. He watched sleepily the flakes, silver and dark, falling obliquely against the lamplight. The time had come for him to set out on his journey westward.
Yes, the newspapers were right: snow was general all over Ireland. It was falling on every part of the dark central plain, on the treeless hills, falling softly upon the Bog of Allen and, farther westward, softly
falling into the dark mutinous Shannon waves.
It was falling, too, upon every part of the lonely churchyard on the hill where Michael Furey lay buried.
It lay thickly drifted on the crooked crosses and headstones, on the spears of the little gate, on the barren thorns.
His soul swooned slowly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead.

 IL FILM DI HUSTON 

venerdì 5 novembre 2010

Ai naviganti


Luigi Ghirri, Niente di antico sotto il sole

"Anche l'ascolto del bollettino per i naviganti mi fa sempre uno strano 

effetto. Trasmesso giornalmente alla radio, con il suo susseguirsi 

monotono di nodi e forza sei e sette, richiama alla mente, più che 

marosi e avventure in mari inesplorati, la dolce nenia delle onde 

che si adagiano sulla sabbia di qualche spiaggia"





sabato 12 dicembre 2009

Gadda, la visita del dottore

Carlo Emilio Gadda, La Cognizione del dolore, Torino, Einaudi... 


Dietro domanda del medico elencò le sue sofferenze recenti, le solite. Il medico dondolò il capo e disse di volerlo visitare. Salirono al piano delle camere, lui avanti. Entrarono in una camera grande a pareti scialbate di giallino, con due finestre, di cui una chiara, aperta sulle robinie, sulle  cicale , e due letti. I monti del settentrione. Quasi nero, a travi ed assi, il soffitto: verniciato con l'olio di lino in una tinta affumata, com’era l’uso di Spagna, un tempo.
Il figlio si liberò della giacca, si sdraiò sul letto più interno, il suo: di coltre bianchissima, come l’altro, di pesante noce: tantoché il tarlo vi si udiva cigolare a fatica, con un giro duro e breve, di cavatappi, dopo stanchi intervalli. Su quel candore conventuale il lungo corpo e la eminenza del ventre diedero una figurazione di  ingegnere-capo decentemente defunto, non fossero stati il colorito del volto, e anche lo sguardo e il respiro, a prevalere sulla immobilità greve della testa; che affondò un poco nel cuscino, bianco e rigonfio, tutto svoli. Subito la linda frescura di quello nobilitò la fronte, i capegli, il naso: si sarebbe pensato ad una maschera, da dover consegnare alle gipsoteche della posterità. Era invece la faccia dell’unico Pirobutirro maschio vivente che guardava alle travi del soffitto. Orizzontale sul bianco.
(...)
La visita fu «coscienziosa». Il dottore palpò l’ingegnere a lungo, e anche a due mani, come a strizzarne fuori le budella: pareva una lavandaia inferocita sui panni, alla riva d’un goriello; poi, mollate le trippe, l’ascoltò un po’ per tutto, saltellando in qua e in là, con il capo e cioè con l’orecchio, pungendolo e vellicandolo con la barba. Poi gli mise lo stetoscopio sul cuore e sugli apici: per gli apici, sia davanti che dietro. Alternò l’auscultazione con la percussione digitale e digito-digitale, tanto i bronchi e i polmoni che, di nuovo, il ventre. Gli diceva: «si volti»: e di nuovo: «si rivolti». Nell’ascoltarlo dalla schiena quando era seduto sul letto e tutto inchinato in avanti, con il gonfio e le pieghe del ventre in mezzo ai femori, a crepapancia, e tra i ginocchi la faccia, la camicia arrovesciata al di sopra il capo come da un colpo di vento, oppure sdraiato bocconi, mezzo di sbieco, mutande e pantaloni senza più nesso, allora il dottore aveva l’aria di comunicargli per telefono i suoi desiderata; gli fece dire parecchie volte trentatré, trentatré; ancora trentatré. All’enunciare il qual numero l’ingegnere si prestò di buona grazia, col viso tra i ginocchi.
Con questo, la visita ebbe termine.
Dalla finestra aperta la luce della campagna; screziata di quella infinita crepidine.

domenica 8 novembre 2009

Paolo Nori, Da dietro

 Paolo Nori, Da dietro 

Anche secondo me delle volte ha ragione, Ghirri, le cose viste da dietro delle volte son più interessanti che viste da davanti. Mi viene in mente San Petronio, a Bologna, che da dietro a me sembra meraviglioso. Dal davanti è incompiuto, e un po’ si vede, ma in un certo senso è anche compiuto, l’han messo un po’ a posto, dopotutto ha una facciata, anche se diversa da quella progettata in origine, da dietro è talmente incompiuto che è ancora più bello che se fosse finito, credo. Un disastro, porta i segni di un disastro, mi viene da dire, ed è bellissimo, vedere che tutto è finito lì, all’improvviso, sembra di vedere il fulmine che è arrivato, sembra di veder lo stupore di quelli che ci lavoravano, c’è tutta una storia, lì dietro, c’è tutto, in un certo senso, perché non c’è tutto, perché manca un sacco di roba, e allora c’è tutto.

Dal suo blog: www.paolonori.it