Se mi insegni io lo imparo
Se mi parli, mi è più chiaro
Se lo fai, mi entra in testa,
Se con me tu impari, resta.
Bruno Tognolini
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domenica 19 gennaio 2014
giovedì 13 settembre 2012
domenica 1 luglio 2012
Barthes, sapere-insegnare
"Vi è
un'età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui si
insegna ciò che non si sa; questo si chiama cercare.
Ora è forse l’età di
un’altra esperienza; quella di disimparare, di lasciare lavorare
l’imprevedibile rimaneggiamento che l’oblio impone….Questa esperienza ha, credo
un nome illustre………Sapientia: nessun potere, un po’ di sapere, un po’ di
saggezza, e quanto più sapore possibile”.
Roland Barthes, Lezione inaugurale, Einaudi
mercoledì 4 novembre 2009
Manganelli sulla scuola
Giorgio Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Adelphi 2003
"Non v’è dubbio che la scuola sia sempre un luogo insieme familiare e non amato, un luogo di fatica e di ore parte noiose e parte ansiose. Si può rendere la scuola un luogo amabile, divertente, un luogo di indimenticabili gioie dell’intelligenza giovanile, quella intelligenza che, alacre e curiosa, comincia a vivere? Ne dubito; vi è qualcosa di innaturale nella scuola dell’ultimo secolo, che non mi pare emendabile: dal modo di reclutare gli insegnanti, dalle bizzarrie degli orari, che giustappongono matematica e letteratura, arte e chimica, costringendo l’intelligenza dell’allievo ad una disponibilità distratta, priva di passione e di coinvolgimento
drammatico.
Lo stesso insegnante, vagabondo di aula in aula, vincolato ad orari e scadenze che non sceglie, non potrà ritrovare dentro di sé quella condizione che sola consente di consegnare agli altri qualcosa che ci appartiene nel profondo.
Lo stesso insegnante, vagabondo di aula in aula, vincolato ad orari e scadenze che non sceglie, non potrà ritrovare dentro di sé quella condizione che sola consente di consegnare agli altri qualcosa che ci appartiene nel profondo.
Nella scuola si amministrano senza gioia materie di gioia ... E poi, i voti! Quel desiderio impuro e corrotto di essere approvati, accettati, giudicati buoni; è un vizio che ci porteremo dietro tutta la vita, e sempre o cautamente mendicheremo il “voto” di qualcuno ...
Che Pinocchio abbia ragione, lo sentiamo nelle nostre viscere; ma vivere non significa avere ragione; significa aver torto. Se la scuola delude, se la scuola copre di noia discorsi densi di inesauribile letizia dell’anima, forse questo appunto è il suo compito: avviare il giovinetto incauto e ruvidamente allegro alla delusione di esistere. Tutti gli errori che si accumulano nella scuola formano, quasi per caso, una grande e difficile esperienza, un percorso obbligato, un labirinto nel quale si entra drammaticamente intensi come solo un fanciullo può essere, per uscire oscuramente offesi, pronti alle ulteriori offese a venire. Del tempo della scuola resterà nella nostra vita un’intensa memoria di volti senza tempo, di “compagni” e “compagne” insieme lontanissimi e indimenticabili; e la lunga fatica della scuola sarà tutt’uno con la lunga fatica di vivere"
sabato 1 novembre 2008
Tiziana Verde, Il cesto di pomodori
Tiziana Verde, Il cesto di pomodori
(...)
Nei giorni in cui la tramontana soffiava forte da far volare le tegole, incontrandoci per strada, il prof. Armano ci faceva salire sulla cinquecento azzurra e ci accompagnava fino a scuola.
Prima di entrare, andavamo insieme a guardare un tratto di campagna abbandonata. Il vento faceva i colori nitidi, più concatenati, quasi mostrassero all’improvviso la grana di cui era tessuto il celeste dell’aria.
Restavamo lì a tremare, non di freddo soltanto, ma di una commozione che sempre ci prendeva quando osservavamo qualcosa insieme a lui e ne avevamo, all’improvviso, rivelazione di bellezza. Ci assaliva allora rimpianto di non averla guardata mai con attenzione e gratitudine per quegli occhi nuovi, che lui ci piantava dentro con poche accorte parole, con l’intesa di un silenzio.
(...)
Due giorni dopo, era in cortile, un uomo gli ordinò di seguirlo. Ebbe il tempo di vedere sua madre che arrivava dalla strada di fronte a portargli i pomodori raccolti. La sentì tremare nei panni scuri, col cesto troppo pesante…Allora lei capì che non voleva essere visto mentre andava a morire, così fingendo di non aver indovinato, disse: - Te ne lascio anche per questo tuo amico -
L’uomo aveva già eseguito altri incarichi senza esitazioni e senza mai commuoversi, ma anche a sua madre, forse un giorno, sarebbe capitato di dover recitare la stessa scena. Così, lentamente, scelse un pomodoro a forma di cuore e disse:
- Sono belli, vi ringrazio - lo disse abbassando la voce, con rispetto, perché in quei nostri paesi potevi calpestare tutto, ma certe cose erano sacrosante e una madre è una madre, annulla qualsiasi differenza.
Per un attimo, davanti a quella immagine, si rividero entrambi ragazzi, poi l’uccisore si ricordò perché era lì e disse: - Andiamo -.
Il professor Armano guardò la figurina dentro i panni neri, svuotati, pronunciò un - torno stasera - e si avviò.
Per gli anni che le rimasero da vivere, lei continuò a passare il crepuscolo affacciata alla finestra con la folle speranza che una crepa del tempo o un Dio meno sordo, con più senso della vergogna, potesse far mantenere a suo figlio la promessa.
(...)
Stanotte, il prof. Armano è venuto a trovarmi, portava la giacca sciupata di sempre, i capelli appena un po’ più grigi
- Non vuoi sapere perché è successo? -
- No - mi sono affrettata a rispondergli - ci sono già stati troppi giorni riempiti di fatti e io, invece, volevo raccontare una storia -
- E dove sta la differenza? -
- Nei chiaroscuri - dico - le storie, l’ombra non la cancellano -
(...)
Leggi il bellissimo racconto nella sua interezza in
http://www.nazioneindiana.com/2006/10/28/il-cesto-di-pomodori/
Su e di Tiziana Verde:
http://www.nazioneindiana.com/tag/tiziana-verde/
www.nobis.it
(...)
Nei giorni in cui la tramontana soffiava forte da far volare le tegole, incontrandoci per strada, il prof. Armano ci faceva salire sulla cinquecento azzurra e ci accompagnava fino a scuola.
Prima di entrare, andavamo insieme a guardare un tratto di campagna abbandonata. Il vento faceva i colori nitidi, più concatenati, quasi mostrassero all’improvviso la grana di cui era tessuto il celeste dell’aria.
Restavamo lì a tremare, non di freddo soltanto, ma di una commozione che sempre ci prendeva quando osservavamo qualcosa insieme a lui e ne avevamo, all’improvviso, rivelazione di bellezza. Ci assaliva allora rimpianto di non averla guardata mai con attenzione e gratitudine per quegli occhi nuovi, che lui ci piantava dentro con poche accorte parole, con l’intesa di un silenzio.
(...)
Due giorni dopo, era in cortile, un uomo gli ordinò di seguirlo. Ebbe il tempo di vedere sua madre che arrivava dalla strada di fronte a portargli i pomodori raccolti. La sentì tremare nei panni scuri, col cesto troppo pesante…Allora lei capì che non voleva essere visto mentre andava a morire, così fingendo di non aver indovinato, disse: - Te ne lascio anche per questo tuo amico -
L’uomo aveva già eseguito altri incarichi senza esitazioni e senza mai commuoversi, ma anche a sua madre, forse un giorno, sarebbe capitato di dover recitare la stessa scena. Così, lentamente, scelse un pomodoro a forma di cuore e disse:
- Sono belli, vi ringrazio - lo disse abbassando la voce, con rispetto, perché in quei nostri paesi potevi calpestare tutto, ma certe cose erano sacrosante e una madre è una madre, annulla qualsiasi differenza.
Per un attimo, davanti a quella immagine, si rividero entrambi ragazzi, poi l’uccisore si ricordò perché era lì e disse: - Andiamo -.
Il professor Armano guardò la figurina dentro i panni neri, svuotati, pronunciò un - torno stasera - e si avviò.
Per gli anni che le rimasero da vivere, lei continuò a passare il crepuscolo affacciata alla finestra con la folle speranza che una crepa del tempo o un Dio meno sordo, con più senso della vergogna, potesse far mantenere a suo figlio la promessa.
(...)
Stanotte, il prof. Armano è venuto a trovarmi, portava la giacca sciupata di sempre, i capelli appena un po’ più grigi
- Non vuoi sapere perché è successo? -
- No - mi sono affrettata a rispondergli - ci sono già stati troppi giorni riempiti di fatti e io, invece, volevo raccontare una storia -
- E dove sta la differenza? -
- Nei chiaroscuri - dico - le storie, l’ombra non la cancellano -
(...)
Leggi il bellissimo racconto nella sua interezza in
http://www.nazioneindiana.com/2006/10/28/il-cesto-di-pomodori/
Su e di Tiziana Verde:
http://www.nazioneindiana.com/tag/tiziana-verde/
www.nobis.it
domenica 27 aprile 2008
martedì 11 settembre 2007
Junger, Tre strade per la scuola
Ernst Junger, Tre strade per la scuola - Vendetta tardiva,
Parma, Guanda, 2007, trad. A. Iadicicco
Il bello della scuola era, più di tutto, la strada per arrivarci, ecco perchè a Wolfram sarebbe piaciuto allungarla il più possibile. Poi però sarebbe arrivato troppo tardi, e arrivare tardi era cosa grave.
Nell'agitazione non trovava la porta giusta, si sbagliava perfino di piano e disturbava la lezione nelle altre classi. Gl insegnanti, la maggior parte dei quali portava il colletto rigido e lo stringinaso, lo fissavano arrabbiati, mentre gli scolari esultavano per l'interruzione. Quasi un quarto d'ora era bell'e andato prima ch'egli potesse balbettare le sue scuse. E comunque non c'erano scuse.
(...)
Certo sarebbe stato bello se non ci fosse stato altro che la strada, ma c'era la scuola a proiettarvi la sua ombra.
Parma, Guanda, 2007, trad. A. Iadicicco
Il bello della scuola era, più di tutto, la strada per arrivarci, ecco perchè a Wolfram sarebbe piaciuto allungarla il più possibile. Poi però sarebbe arrivato troppo tardi, e arrivare tardi era cosa grave.
Nell'agitazione non trovava la porta giusta, si sbagliava perfino di piano e disturbava la lezione nelle altre classi. Gl insegnanti, la maggior parte dei quali portava il colletto rigido e lo stringinaso, lo fissavano arrabbiati, mentre gli scolari esultavano per l'interruzione. Quasi un quarto d'ora era bell'e andato prima ch'egli potesse balbettare le sue scuse. E comunque non c'erano scuse.
(...)
Certo sarebbe stato bello se non ci fosse stato altro che la strada, ma c'era la scuola a proiettarvi la sua ombra.
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