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martedì 17 novembre 2009

Antonia Pozzi

Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d'un cancello angusto
al limitare d'un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all'irruente fuga
d'una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell'anima
e la porta dell'anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l'assalto è più duro.
E l'ultimo giorno
-- io lo so --
l'ultimo giorno
quando un'unica lama di luce
pioverà dall'estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l'onda mostruosa,
l'urto tremendo,
l'urlo mortale
delle parole non nate
verso l'ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull'arcano cielo dell'ombra,
sarà
-- tu lo sai --
la pace.

Antonia Pozzi, La porta che si chiude



Vedi il sito www.oblique.it e il suo blog   http://luccone.splinder.com/

venerdì 16 gennaio 2009

Luigi Ghirri


























"La fotografia non è pura duplicazione o un cronometro dell'occhio che ferma il mondo fisico, ma è un linguaggio nel quale la differenza fra riproduzione e interpretazione, per quanto sottile, esiste e dà luogo a un'infinità di mondi immaginari". [Luigi Ghirri]


PAESAGGI D'AUTORE: Letteratura fra la via Emilia e il west

domenica 11 gennaio 2009

Tonino Guerra, L'aria

L’aria l’e cla roba lizira

che sta dalonda la tu testa

e la dventa piò céra quand che t’roid


l’aria è quella cosa leggera,

che sta intorno alla tua testa

e diventa più chiara quando ridi.



http://www.toninoguerra.org/


domenica 28 dicembre 2008

sabato 1 novembre 2008

Tiziana Verde, Il cesto di pomodori

Tiziana Verde, Il cesto di pomodori

(...)
Nei giorni in cui la tramontana soffiava forte da far volare le tegole, incontrandoci per strada, il prof. Armano ci faceva salire sulla cinquecento azzurra e ci accompagnava fino a scuola.
Prima di entrare, andavamo insieme a guardare un tratto di campagna abbandonata. Il vento faceva i colori nitidi, più concatenati, quasi mostrassero all’improvviso la grana di cui era tessuto il celeste dell’aria.
Restavamo lì a tremare, non di freddo soltanto, ma di una commozione che sempre ci prendeva quando osservavamo qualcosa insieme a lui e ne avevamo, all’improvviso, rivelazione di bellezza. Ci assaliva allora rimpianto di non averla guardata mai con attenzione e gratitudine per quegli occhi nuovi, che lui ci piantava dentro con poche accorte parole, con l’intesa di un silenzio.
(...)
Due giorni dopo, era in cortile, un uomo gli ordinò di seguirlo. Ebbe il tempo di vedere sua madre che arrivava dalla strada di fronte a portargli i pomodori raccolti. La sentì tremare nei panni scuri, col cesto troppo pesante…Allora lei capì che non voleva essere visto mentre andava a morire, così fingendo di non aver indovinato, disse: - Te ne lascio anche per questo tuo amico -
L’uomo aveva già eseguito altri incarichi senza esitazioni e senza mai commuoversi, ma anche a sua madre, forse un giorno, sarebbe capitato di dover recitare la stessa scena. Così, lentamente, scelse un pomodoro a forma di cuore e disse:
- Sono belli, vi ringrazio - lo disse abbassando la voce, con rispetto, perché in quei nostri paesi potevi calpestare tutto, ma certe cose erano sacrosante e una madre è una madre, annulla qualsiasi differenza.
Per un attimo, davanti a quella immagine, si rividero entrambi ragazzi, poi l’uccisore si ricordò perché era lì e disse: - Andiamo -.
Il professor Armano guardò la figurina dentro i panni neri, svuotati, pronunciò un - torno stasera - e si avviò.
Per gli anni che le rimasero da vivere, lei continuò a passare il crepuscolo affacciata alla finestra con la folle speranza che una crepa del tempo o un Dio meno sordo, con più senso della vergogna, potesse far mantenere a suo figlio la promessa.
(...)
Stanotte, il prof. Armano è venuto a trovarmi, portava la giacca sciupata di sempre, i capelli appena un po’ più grigi
- Non vuoi sapere perché è successo? -
- No - mi sono affrettata a rispondergli - ci sono già stati troppi giorni riempiti di fatti e io, invece, volevo raccontare una storia -
- E dove sta la differenza? -
- Nei chiaroscuri - dico - le storie, l’ombra non la cancellano -
(...)

Leggi il bellissimo racconto nella sua interezza in
http://www.nazioneindiana.com/2006/10/28/il-cesto-di-pomodori/

Su e di Tiziana Verde:
http://www.nazioneindiana.com/tag/tiziana-verde/

www.nobis.it

martedì 2 settembre 2008

Beppe Sebaste: Oggetti smarriti

Sono seduto al bar con l’amico regista Giuseppe Bertolucci, e parliamo di “oggetti smarriti”, anzi, oggetti “trovati”. Gli descrivo lo storico e ormai secolare “Bureau des objet trouvés” a Parigi, al 36 di rue des Morillons, nel XV° arrondissement, impressionante e pittoresco museo della sbadataggine. Alla fine degli anni ’90 tra gli oggetti in giacenza si trovavano anche un’urna funeraria con tanto di ceneri del defunto trovata nel metrò, un teschio umano, statue di Gesù, e perfino un serpente scappato da uno zoo. (...)
Se si considera il numero impressionante di carte d’identità che vengono perdute e ritrovate, e giacciono nei depositi degli oggetti rinvenuti, nei lost & found italiani, ci si rende conto del desiderio di fuga, evasione o cambiamento della popolazione.
L’ufficio “oggetti smarriti” si chiama “degli oggetti rinvenuti”, ma continuo a pensare che la formula più appropriata dovrebbe essere quella che, in francese, definisce il vecchio “fermoposta” - quel servizio, oggi in via di estinzione, che permette di ricevere lettere negli uffici postali di ogni città -: cioè poste en souffrance, posta che “soffre” la mancanza del proprio destinatario, lettere in giacenza, smarrite e inutili come personaggi in cerca d’autore su un pirandelliano, burocratico scaffale; e che forse, come in Kafka, sono lette e assimilate solo dai fantasmi. (...)

Beppe Sebaste
http://beppesebaste.blogspot.com/

http://www.beppesebaste.com/

vedi ora il suo nuovo libro "Oggetti smarriti" ed. Laterza

 Ascoltalo nel sito RSI    (rubrica "In altre parole")




sabato 30 agosto 2008

Scafuro: pennino da caffè


Vedi anche le forchette-albero e tutti gli altri utensili "viventi" nel sito dello scultore Giovanni Scafuro
http://www.giovanniscafuro.it/ALBERI.htm

lunedì 16 giugno 2008

Kafka, kavka

http://www.mcescher.com/

Eugenio Montale, Verboten, Diario del '72, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1990

Dicono che nella grammatica di Kafka
manca il futuro. Questa la scoperta
di chi serbò l'incognito e con buone ragioni.
Certo costui teme le conseguenze
flagranti o addirittura conflagranti
del suo colpo di genio. E Kafka stesso,
la sinistra cornacchia, andrebbe al rogo
nell'effigie e nelle opere, d'altronde
largamente invendute.



domenica 13 gennaio 2008

Ellen Bass, Eating the Bones

Eating The Bones
by Ellen Bass



The women in my family
strip the succulent
flesh from broiled chicken,
scrape the drumstick clean;
bite off the cartilage chew the gristle,
crush the porous swellings
at the ends of each slender baton.
With strong molars
they split the tibia, sucking out
the dense marrow.
They use up love, they swallow
every dark grain,
so at the end there's nothing left,
a scant pile of splinters
on the empty white plate.


From The Human Line by Ellen Bass. Copyright © 2007 by Ellen Bass. Reprinted by permission of Copper Canyon Press.

http://www.poets.org/


http://www.webster.it/book_usa-human_line_ellen_bass_copper-9781556592553.htm


Ellen Bass Reads "Bone of My Bone and Flesh of My Flesh":

http://it.youtube.com/watch?v=YH_BXr5oCKE&feature=related

www.alleo.it/alleo_old/POETRY/ellenbass.pdf

venerdì 21 dicembre 2007

Libro sospeso

Francesco Forlani, A gamba tesa, in Nazione Indiana, 21 Dic 2007

(...)
A Napoli il caffè sospeso è una tradizione che viene da molto lontano. Chiunque ne avesse avuto voglia pagava oltre al proprio caffè anche un altro, lasciandolo a disposizione, appunto “sospeso” per chi non avesse di che permetterselo.
(…)
Edmond Jabes scriveva che lo straniero, non è “là fuori”, rassicurante estraneità; rassicurante perché sappiamo come possiamo difenderci da essa. E’ qui dentro - ci abita sapeva benissimo le implicazioni contenute in una riflessione del genere. Nessuna cultura dell’ identità sarebbe stata possibile nè tanto meno augurabile. A meno di non essere dissociati mentali.
L’esperienza dell’estraneità - étran-Je (estran-io) diceva Jabes, inoltre comporta necessariamente una cultura dell’ospitalità. Senza ospitalità del resto non ci sarebbero stranieri. Gli psicopati dell’identità infatti li avrebbero espulsi appena toccato il suolo.
I libri ci ospitano. Di un’ospitalità che è soprattutto dono. Il lettore ha lo statuto del viaggiatore ed ecco perchè in ogni libro, perfino in una poesia, c’è come una scatola nera (black box), un episodio, un’atmosfera, un verso che traccia l’esperienza del volo, ne registra ogni traccia.Che seppure andasse distrutto quel libro, un’unica frase, un frammento ne permetterebbe la sopravvivenza. Del resto molti capolavori del passato nonostante fossero stati massacrati da traduzioni ai limiti dell’infamia riuscirono a giungere al lettore. A passare il confine.
Come per il caffè bisognerebbe immaginare dei libri sospesi. Un libro che abbia il sapore di un gesto antico di un dono.
Come quando la madre dell’amica che mi ospitava a Roma, ignara della mia presenza senza chiedermi chi fossi mi ha riscaldato l’anima con un caffé.

http://www.nazioneindiana.com

mercoledì 19 dicembre 2007

Moby Dick

Hermann Melville, Moby Dick, Milano, Mondadori, 1986, trad. Cesarina Minoli

Cap. CXXXII LA SINFONIA

Era una limpida giornata di un azzurro acciaio. I firmamenti dell'aria e del mare erano appena separabili in quell'azzurro che tutto penetrava; soltanto, l'aria pensosa era di una trasparenza pura e morbida, con un'apparenza femminea,
mentre il mare robusto e virile, si sollevava con ondate lunghe, forti e lente, come il petto di Sansone nel sonno.
Di qua e di là, in alto, trascorrevano le ali nivee di piccoli uccelli immacolati: erano questi i gentili pensieri dell'aria femminina; ma avanti e indietro, negli abissi, giù, nell'azzurro senza fondo, correvano precipiti possenti leviatani, pescispada e squali, e questi erano i pensieri violenti, tormentati, assassini, del mare mascolino. Ma sebbene tanto contrastanti interiormente, il contrasto esteriore era soltanto di ombre e sembianze; quei due parevano uno, era come se il sesso soltanto, per dir così, li distinguesse.
Legato e contorto, noccheruto e nodoso per le rughe, selvaggiamente incrollabile e ostinato, con occhi ardenti come carboni ancora accesi fra le ceneri della rovina, l'inflessibile Acab stava ritto nella limpidezza del mattino: alzando l'elmo frantumato della fronte, verso la fronte celeste della dolce fanciulla.
Attraversando lentamente il ponte, dal boccaporto, Acab si sporse dalla fiancata ad osservare come la sua ombra affondasse nell'acqua e come affondasse al suo sguardo quanto più egli si sforzava di scrutarne la profondità. Ma gli amabili
aromi in quell'aria incantata parvero alla fine disperdere, per un attimo, il cancro ch'era nell'anima sua. Quell'aria serena, felice, quel cielo ridente, lo toccarono finalmente e lo accarezzarono; la terra matrigna, tanto crudele, ripugnante, ora gettava braccia affettuose attorno al suo collo caparbio, e pareva singhiozzare di gioia su di lui, come sopra uno che quantunque testardo e
traviato, ella potesse tuttavia trovare nel suo cuore di che benedirlo e salvarlo. Di sotto al suo cappello abbassato, una lagrima di Acab cadde nel mare: e tutto il Pacifico non contenne ricchezze paragonabili a quella goccia di pianto.

Anteprima del volume in lingua originale:

http://books.google.it/books?id=cyrMu-gkGQQC&dq=moby+dick&sa=X&oi=print&ct=book-ref-page-link&cad=one-book-with-thumbnail&hl=it


Lettura ad alta voce su radio tre

http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/alta_voce/archivio_2003/eventi/2003_03_03_moby_dick/index.cfm

domenica 18 novembre 2007

Nella bufera di rose

Ovunque ci volgiamo nella bufera di rose
La notte è illuminata di spine, e il rombo
Del fogliame, così lieve poc'anzi tra i cespugli,
ora ci segue alle calcagna.

Ingeborg Bachmann





A Roma: http://www.protestantcemetery.it/


Su Ingeborg Bachmann:
http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=177

venerdì 21 settembre 2007

Erasmo, Elogio della follia

Lettera di Erasmo da Rotterdam a Tommaso Moro

Tornandomi ultimamente dall'Italia in Inghilterra, per non perdermi in chiacchiere come un rozzo illetterato, tutto quel tempo che dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli amici coltissimi e tanto cari, che avevo lasciato qui. Fra i primi che mi sono tornati alla mente c'eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano il tuo ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta intimità, la tua presenza che è stata, te lo giuro, la cosa più bella della mia vita.Visto, dunque, che ritenevo di dover fare ad ogni costo qualcosa, e che il momento non sembrava adatto a una meditazione seria, mi venne in mente di tessere un elogio scherzoso della Follia.
"Ma quale capriccio di Pallade - ti chiederai - ti ha ispirato un'idea del genere?" In primo luogo, il tuo nome di famiglia, tanto vicino al termine morìa, quanto tu sei lontano dalla follia. E ne sei lontano a parere di tutti. Immaginavo inoltre che la mia trovata scherzosa sarebbe piaciuta soprattutto a te, che di solito ti diletti in questo genere scherzi, non privi, mi sembra, di dottrina e di sale, perchè nella vita di tutti i giorni fai in qualche modo la parte di Democrito. Sebbene, infatti, per singolare acume d'ingegno tu sia tanto lontano dal volgo, con la tua incredibile benevolenza e cordialità puoi trattare familiarmente con uomini d'ogni genere, traendone anche godimento.Quindi, non solo accoglierai di buon grado questo mio modesto esercizio retorico, per ricordo del tuo amico, ma anche lo prenderai sotto la tua protezione; dedicato a te, non mi appartiene più: è tuo.
(...)
Satire di questo genere, e molto più libere e mordenti, troviamo in san Girolamo, che talvolta fece anche i nomi. Io non solo non ho mai fatto nomi, ma ho adottato un tono così misurato che qualunque lettore avveduto si renderà conto che mi sono proposto la piacevolezza piuttosto che l'offesa. Né ho seguito l'esempio di Giovenale: non ho mai smosso l'oscuro fondo delle scelleratezze; ho cercato di colpire quanto è risibile piuttosto che le turpitudini. Se poi c'è ancora qualcuno che nemmeno così è contento, ricordi almeno questo: che è bello essere vituperati dalla Follia e che avendola introdotta a parlare, dovevo rimanere fedele al personaggio. Ma perché dire queste cose a te, avvocato così straordinario da difendere in modo egregio anche cause non egregie? Addio, eloquentissimo Moro, e difendi con zelo la tua Morìa.

Dalla campagna, 9 giugno 1508.

E' la dedica che introduce l'Elogio della follia. Il testo completo:
http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/erasmo01.htm

Testo in lingua originale (latino: Moriae Encomium)

ERASMVS ROT. THOMAE MORO SVO S. D.
Superioribus diebus cum me ex Italia in Angliam recepissem, ne totum hoc tempus quo equo fuit insidendum amusois et illitteratis fabulis tereretur, malui mecum aliquoties uel de communibus studiis nostris aliquid agitare, uel amicorum, quos hic ut doctissimos ita et suauissimos reliqueram, recordatione frui. Inter hos tu, mi More, uel in primis occurrebas; cuius equidem absentis absens memoria non aliter frui solebam quam presentis presens consuetudine consueueram; qua dispeream si quid unquam in uita contigit mellitius. Ergo quoniam omnino aliquid agendum duxi, et id tempus ad seriam commentationem parum uidebatur accommodatum, uisum est Moriae Encomium ludere.
Que Pallas istuc tibi misit in mentem ? inquies. Primum admonuit me Mori cognomen tibi gentile, quod tam ad Moriae uocabulum accedit quam es ipse a re alienus; es autem uel omnium suffragiis alienissimus. Deinde suspicabar hunc ingenii nostri lusum tibi precipue probatum iri, propterea quod soleas huius generis iocis, hoc est nec indoctis, ni fallor, nec usquequaque insulsis, impendio delectari, et omnino in communi mortalium uita Democritum quendam agere. Quanquam tu quidem, ut pro singulari quadam ingenii tui perspicacitate longe lateque a uulgo dissentire soles, ita pro incredibili morum suauitate facilitateque cum omnibus omnium horarum hominem agere et potes et gaudes. Hanc igitur declamatiunculam non solum lubens accipies ceu mnemosunon tui sodalis, uerum etiam tuendam suscipies, utpote tibi dicatam iamque tuam non meam.
(...)
Vale, disertissime More, et Moriam tuam gnauiter defende.

http://smith2.sewanee.edu/erasmus/ME.html

domenica 9 settembre 2007

Apollinaire, il pleut





Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir
c’est vous aussi qu’il pleut, merveilleuses rencontres de ma vie. ô gouttelettes!
et ces nuages cabrés se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires
écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique
écoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas

Guillaume Apollinaire, Il pleut, in Calligrammes, Paris, Gallimard, 1970

Volete passeggiare per Parigi?
http://www.wiu.edu/Apollinaire/Promenade_interactive.htm

Apollinaire recita Le pont Mirabeau:
http://www.wiu.edu/Apollinaire/Apollinaire_recite_le_pont_Mirabeau.wav

lunedì 3 settembre 2007

Borges, Il libro

J. L. Borges, Oral, Roma, Editori Riuniti, 1981, trad. it. A. Morino

Tra i diversi strumenti dell'uomo, il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensioni del suo corpo. Il microscopio, il telescopio, sono estensioni della sua vista; il telefono è estensione della voce; poi ci sono l'aratro e la spada, estensioni del suo braccio. Ma il libro è un'altra cosa: il libro è un'estensione della memoria e dell'immaginazione.
(...)
Eraclito disse (l'ho ripetuto tante e tante volte) che nessuno scende due volte lungo lo stesso fiume. Nessuno scende lungo lo stesso fiume perchè le acque mutano, ma la cosa più terribile è che noi non siamo meno fluidi del fiume. Ogni volta che leggiamo un libro, il libro è mutato, la connotazione delle parole è diversa. Inoltre, i libri sono carichi di passato.
Ho parlato contro la critica ed ora mi smentirò (ma che importa smentirmi?). Amleto non era esattamente l'Amleto che Shakespeare concepì agli inizi del secolo XVII, Amleto è l'Amleto di Coleridge, di Goethe e di Bradley. Amleto è stato fatto rinascere. Lo stesso succede col Chisciotte. I lettori hanno arricchito il libro.
Se leggiamo un libro antico è come se leggessimo tutto il tempo che è trascorso dal giorno in cui è stato scritto per noi. Per questo è bene mantenere il culto del libro. Il libro può essere pieno di errori di stampa, possiamo non essere d'accordo con le opinioni dell'autore, ma serba sempre qualcosa di sacro, qualcosa di divino, non con rispetto superstizioso, ma col desiderio di trovare felicità, di trovare saggezza.
Questo è quanto intendevo dirvi oggi.
24 maggio 1978

La fondazione di San Telmo su Borges:
http://www.fst.com.ar/

Una scheda, la bibliografia, un'intervista:
http://www.minimumfax.com/persona.asp?personaID=18

sabato 25 agosto 2007

Dylan Thomas, Do not go gentle...

Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbe ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.

Benchè i saggi infine conoscano che il buio è giusto,
poichè dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

I buoni che in preda all'ultima onda
splendide proclamarono le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.

I selvaggi, che il sole a volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed esser gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.

E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime,
non andartene docile in quella buona notte.
Infuria, infuria contro il morire della luce.

Dylan Thomas, Poesie, Torino, Einaudi, 1971, trad. A, Marianni.

http://www.dylanthomas.com/

http://www.bbc.co.uk/wales/dylanthomas/

Ascolta il testo in originale declamato dal poeta:

http://www.poets.org/viewmedia.php/prmMID/15377

lunedì 20 agosto 2007

Lettura di un'onda

La gobba dell'onda venendo avanti s'alza in un punto più che altrove ed è di lì che comincia a rimboccarsi di bianco. Se ciò avviene a una certa distanza da riva, la schiuma ha il tempo dì'avvolgersi su se stessa e scomparire di nuovo come inghiottita e nello stesso momento tornare a invadere tutto, ma stavolta spuntare da sotto, come un tappeto bianco che risale la sponda per accogliere l'onda che arriva. Però, quando ci s'aspetta che l'onda rotoli sul tappeto, ci si accorge che non c'è più l'onda ma solo il tappeto, e anche questo rapidamente scompare, diventa un luccichio d'arena bagnata che si ritira veloce, coem a respingerlo fosse l'espandersi della sabbia asciutta e opaca che avanza il suo confine ondulato.
Italo Calvino, Palomar, Torino, Einaudi, 1983
Approfondimenti:
Mare e filosofia: il mare nei testi e nella riflessione filosofica, dai sapienti greci alla modernità.

venerdì 20 luglio 2007

Prestidigitazione?

"Il funambolismo è una forma di poesia? Credo di sì. Petit, rievocando l'impresa, dice di aver pensato spesso ad un celebre mago, René Lavand, che aveva un braccio solo e faceva con le carte cose stupefacenti. Ai suoi amici illusionisti diceva: si può fare anche con due mani".

(Paolo Mauri su Philippe Petit, la Repubblica, 23 giugno 2003)


Renè Lavand

vedi il video del suo lentissimo gioco con le carte: No se puede hacer mas lento

http://it.youtube.com/watch?v=KS1ogWcIO5Q