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giovedì 14 gennaio 2016

Luce-radici



Solo la luce che ininterrottamente discende dal cielo fornisce a un albero l’energia che fa penetrare a fondo nel terreno le possenti radici.

In verità l’albero è radicato nel cielo.

Simone Weil, La persona e il sacro, Adelphi

venerdì 30 gennaio 2015

sabato 11 gennaio 2014

Collezione

Collezione s.f. (lat. collectionem da colligere, raccogliere) 


"Il motivo più profondo del collezionista può essere forse
 così circoscritto: egli intraprende una lotta contro la dispersione. Il grande collezionista originariamente è colpitodalla confusione dalla frammentarietà in cui versano le cose di questo mondo (...) 

Il collezionista riunisce ciò che è affine:in tl modo può riuscirgli di dare ammaestramenti sulle cose in virtù o della loro affinità o della loro successione nel tempo."

Walter Benjamin
www.collezionemaramotti.org

Reggio Emilia

venerdì 3 gennaio 2014

Querencia

 Come fa notare Sarbin (1983) ci sono delle qualità metaforiche che le persone assegnano ai luoghi, difficilmente comunicabili attraverso il linguaggio quotidiano, che esprimono una sorta di "amore del luogo".

  La lingua spagnola ha un termine, querencia, per indicare l'inclinazione a ritrovare i luoghi in cui si è cresciuti o a cercare specifiche nicchie in cui ci si sente sicuri e a proprio agio. 

"Ogni spazio veramente abitato 
reca l'essenza della nozione di casa" (Gaston Bachelard)

venerdì 22 novembre 2013

Mondo nuovo

«Sono molto imbarazzato perché ho lavorato per 

quarant’anni, studiando di tutto, facendo esperienze, 

viaggiando per il mondo, e tutto quello che posso dirvi 

è soltanto di essere un po’ più gentili l’uno con l’altro»

Aldous Huxley in un convegno a Santa Barbara

domenica 20 ottobre 2013

Tessuti

"Sentiamo 

che qualche cosa si va lacerando

 nel tessuto divino dell'umano." (Ennio Flaiano)

venerdì 8 marzo 2013

La voce

‎"E finalmente la voce. La voce materna che segna

per sempre col suo marchio il bambino. 


Egli la conosce, questa voce, molto prima di vedere la luce.

 È come tessuto sul suo ordito, sulle sue sfumature,

le sue inflessioni, i suoi umori." 

(Frédérick Leboyer)

domenica 6 gennaio 2013

Anno nuovo

«Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga»

Albert Camus nel discorso per il Nobel, 1957

sabato 14 gennaio 2012

Kierkegaard, la gioia

«Il giglio e l’uccello, i gioiosi maestri di gioia, sono la gioia stessa perché sono incondizionatamente gioiosi. Colui infatti la cui gioia dipende da determinate condizioni non è la gioia stessa, la sua gioia è nelle condizioni, è condizionata da esse. [...] 
Ma il loro insegnamento di gioia, che di nuovo la loro vita esprime, è con grande brevità il seguente: c’è un oggi che è, sì, un’enfasi infinita cade su questo è. C’è un oggi e non c’è nessuna, proprio nessuna preoccupazione per il domani, o per il giorno seguente. 
Non è leggerezza quella del giglio e dell’uccello, è invece la gioia del silenzio e dell’obbedienza. Perché quando tu taci nel silenzio solenne, quale è in natura, non esiste il domani; e quando tu obbedisci, come obbedisce il creato, non c’è il domani, quel giorno maledetto, l’invenzione della chiacchiera e della disobbedienza. [...] 
Che cos’è la gioia, che cos’è essere gioiosi? È essere davvero presenti a se stessi. Ma l’essere davvero presenti a se stessi è questo “oggi”, è essere oggi, essere davvero oggi. » 

(S. Kierkegaard, Il giglio nel campo e l’uccello nel cielo. Discorsi 1849-1851, a cura di Ettore Rocca, Donzelli, Roma 2011
http://www.donzelli.it/libro/2298

sabato 19 novembre 2011

Gli uomini di nessun momento

" La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. 
Non che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. 
Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali."  
(Leopardi, Pensieri, LXVIII)

venerdì 14 ottobre 2011

La vita

Έν τώ φρονεīν γάρ μεδέν, ήδιοτος βίος  (Sofocle, Aiace, v. 552)

 Certo, la vita più dolce è non pensare a niente.





mercoledì 17 novembre 2010

Il brusio della lingua

Roland Barthes, Il brusio della lingua, Einaudi 1988, pp. 79-81;  Le bruissement de la langue, 1984

 
“La parola è irreversibile, questa è la sua fatalità. Ciò che è stato detto non può più essere modificato, se non aumentandolo: correggere vuol dire qui, stranamente, aggiungere. Parlando non posso mai cancellare, sopprimere, annullare; tutto quel che posso fare è dire «annullo, cancello, rettifico» – insomma, ancora parlare. Chiamerò «balbettio» tale singolarissimo annullamento per via di aggiunte.
Il balbettio è un messaggio due volte mancato: da una parte lo si capisce male, ma dall’ altra, con un certo sforzo, lo si capisce comunque; non è veramente né nella lingua né al di fuori di essa: è un rumore del linguaggio paragonabile a quella serie di crepitii con i quali un motore ci segnala di non essere a punto; è proprio questo il senso del perdere colpi, segno sonoro di un tracollo che si profila nel funzionamento dell’oggetto. Il balbettio (del motore o del soggetto) è, in sostanza, una paura: ho paura di dovermi fermare strada facendo.
(...)
 
Il brusio è il rumore di ciò che funziona bene. Ne deriva il seguente paradosso: i1 brusio denota un rumore limite, impossibile, il rumore di ciò che, funzionando alla perfezione, non fa rumore; il brusio è l’evaporazione stessa del rumore: il tenue, il confuso, il tremulo sono percepiti come i segni di un annullamento sonoro.
 (...)
E la lingua, può produrre brusio? In quanto parola, sembrerebbe condannata al balbettio; come scrittura, al silenzio e alla distinzione dei segni: in ogni caso, rimane sempre troppo senso perché il linguaggio giunga a un godimento proprio alla sua materia. Ma quel che è impossibile non è inconcepibile: il brusio della lingua forma un’utopia.
(...)

Mi immagino oggi un po’ alla maniera dei Greci antichi, cosi come li descrisse Hegel: interrogavano, sosteneva, con passione e senza stancarsi il brusio delle fronde, delle sorgenti, dei venti, insomma il fremito della Natura, per trovarvi il disegno di un’intelligenza. Ed io interrogo il fremito del senso ascoltando il brusio del linguaggio – di quel linguaggio che è la mia Natura peculiare di uomo moderno.”

venerdì 20 agosto 2010

L'acqua 1

Anne Carson, Antropologia dell’acqua, Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio
a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello Donzelli Editore, 2010

L’acqua non è una cosa che puoi trattenere. Come gli uomini. Ho provato. Padre, fratello, amante, amici veri, fantasmi affamati e Dio, uno per uno, tutti mi sono scivolati via dalle mani. Forse è così che deve essere quello che gli antropologi chiamano il “rischio medio” dell’incontro con altre culture. Fu un antropologo a spiegarmi cosa fosse il rischio. Sottolineava l’importanza di usare, parlando di queste cose, il termine incontro piuttosto che ad esempio scoperta. Pensala come differenza – disse – tra il credere ciò che vuoi credere e il credere ciò che può essere provato. Ci pensai. Non voglio credere a nulla, dissi. (Ma mentivo). E non ho nulla di dimostrare. (Mentivo ancora). Mi piace soltanto viaggiare nel mondo e fermarmi, osservando cosa c’è sotto il cielo. (Questo è vero).

mercoledì 22 aprile 2009

Nietzsche, Filologia

Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli, Rizzoli, 1998


Fa anche parte del mio gusto non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente "frettolosa". Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore essenzialmente una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, diventare silenzioso, lento, essendo questa un'arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai. E' proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un'epoca del "lavoro", intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol dire "sbrigare" immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo: per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte.

venerdì 3 aprile 2009

Tiziano Scarpa, Tempo

Tiziano Scarpa, Tempo, in Il primo amore

Mi chino ad allacciarmi una scarpa, arriva una bambina piuttosto piccola: "Che cosa stai facendo?" Glielo spiego. "E tu?", le domando. "Io…", la bambina si volta e corre via, proseguendo la frase con il movimento. Ripenso a Eraclito, quando diceva che aiòn pàis esti paìzon. Gli studiosi traducono che il tempo è "un bambino che gioca", o addirittura "fanciullo nel trastullo". Pochi notano che pàis paìzon è quasi un bisticcio di parole, è un nome seguito dalla sua verbificazione, è il passaggio all'atto del nome che trabocca in verbo: "un bambino bambinante, un bambino che bambina". Il tempo è un essere che si esegue: la sua azione consiste nell'essere fattivamente sé stesso. Il tempo è un bambino che fa il bambino. La bambina che ho incontrato io è un essere che inserisce nel linguaggio sé stessa e la propria azione, non separa essere, fare e dire. Nel frattempo io, da consumato vivisezionatore, ho allacciato la mia scarpa, mi sono visto farlo, e l'ho detto.

23.11.07 -
www.ilprimoamore.it

sabato 20 dicembre 2008

Leopardi, elogio degli uccelli


Giacomo Leopardi, Elogio degli uccelli, in Operette morali, Milano, Feltrinelli, 1992 (introd. Antonio Prete)


Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo. Non dico ciò in quanto se tu li vedi o gli odi, sempre ti rallegrano; ma intendo di essi medesimi in sé, volendo dire che sentono giocondità e letizia più che alcuno altro animale.
(...) Per ogni diletto e ogni contentezza che hanno, cantano; e quanto è maggiore il diletto o la contentezza, tanto più lena e più studio pongono nel cantare. E cantando buona parte del tempo, s'inferisce che ordinariamente stanno di buona voglia e godono (... ) Imperocché si vede palesemente che al dì sereno e placido, cantano più che all'oscuro e inquieto: e nella tempesta si tacciono, come anche fanno in ciascuno altro timore che provano; e passata quella, tornano fuori cantando e giocolando gli uni cogli altri.
(...) Onde si potrebbe dire in qualche modo, che gli uccelli partecipano del privilegio che ha l'uomo di ridere: il quale non hanno gli altri animali.
(...) s'inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. (...)
In fine, siccome Anacreonte desiderava potersi trasformare in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita.

domenica 28 settembre 2008

Ginzburg Miti, emblemi, spie

Carlo Ginzburg, Miti, emblemi, spie, Torino, Einaudi, 1986

Spie

Dio è nel particolare. A. Warburg

Un oggetto che parla della perdita, della distruzione, della sparizione di oggetti. Non parla di sè. Parla di altri. Includerà anche loro?
J. Johns

In queste pagine cercherò di mostrare come, verso la fine dell'800, sia emerso silenziosamente nell'ambito delle scienze umane un modello epistemologico (se si preferisce, un paradigma) al quale non si è prestata finora sufficiente attenzione.
... (Morelli, Freud, Conan Doyle) In tutti e tre i casi s'intravvede il modello della semeiotica medica: la disciplina che consente di diagnosticare le malattie inaccessibili all'osservazione diretta sulla base di sintomi superficiali, talvolta irrilevanti.
... La letteratura aforistica è per definizione un tentativo di formulare giudizi sull'uomo e sulla società sulla base di sintomi, di indizi. Un uomo e una società malati, in crisi.