domenica 24 febbraio 2008

Queneau I fiori blu

Raymond Queneau, Les fleurs bleues, 1965, I fiori blu, Torino, Einaudi, 1967, trad. I. Calvino.

Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d'Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara.
(...)
-Ah, mio buon Demò - disse il Duca D'Auge con voce lamentosa - quanta tristezza, quanta malinconia m'opprimono!
-Sempre la storia? - domandò Sten.
-Non c'è gaudio che in me lei non dissecchi, - rispose il Duca.
-Coraggio! Vossignoria si metta in sella, e andiamo a spasso!
-La mia intenzione era ben questa, e altra ancora.
-Qual mai?
-Andar via per qualche giorno.
- Così sì che mi piace! Dove vuole che la porti, signoria?
-Lontano! Qui il fango è fatto dei nostri fiori.
-...dei nostri fiori blu, lo so.
(...)
Fu allora che si mise a piovere. Piovve per giorni e giorni. C'era tanta nebbia che non si poteva sapere se la chiatta andava avanti o indietro o se restava ferma. Finì per arenarsi in cima ad una torre. I passeggeri sbarcarono, Sten e Stef con qualche sforzo; s'erano ridotti magri e fiacchi da non poterne più, poverini. All'indomani le acque si erano ritirate nei letti e ricettacoli consueti e il sole era già alto sull'orizzonte, quando il Duca si svegliò. Si avvicinò ai merli per considerare la situazione storica. Uno strato di fango ricopriva ancora la terra, ma qua e là piccoli fiori blu stavano già sbocciando.

Sta' attento con le storie inventate. Rivelano cosa c'è sotto.
Tal quale come i sogni.


Le copertine dei libri di Queneau in Tecalibri

martedì 12 febbraio 2008

Maria Zambrano, Dalla mia notte oscura

Maria Zambrano, Dalla mia notte oscura, Lettere tra Maria Zambrano e Reyna Rivas (1960-1989), Moretti e Vitali, Bergamo, 2008

Madrid, 28 Nov 1989

Cara Reyna,
anche se credo che tu non ne abbia bisogno, desidero inviarti queste righe come un pegno di amore per il tuo pensiero, per la tua opera, per tutto ciò che porta il tuo nome; tuttavia, pensa alla differenza di età e di vita tra noi due, pensa alla mia vita tormentata; oggi vorrei confessarti una cosa: il giorno che sei venuta a trovarmi in Italia è stato per me come ricevere una brocca d'acqua trasparente, nè dolce nè amara. Credo che la tua vita sia stata questo, mentre per me è stato tutto l'opposto, il contrario: l'amaro, il salino e persino il vuoto.
Considera queste righe come un'introduzione al nostro epistolario. Come vedi ormai mi è stato sottratto tutto: la vista, l'udito, la musica. Mi hanno lasciata sola con l'amore.

Maria

venerdì 8 febbraio 2008

Emanuele Trevi, Senza verso

Emanuele Trevi, Senza verso. Un'estate a Roma, Bari, Laterza, 2005

Ascoltavo per qualche minuto il rumore di quell'acqua sotterranea, iniziavo a risalire su, verso il calore e la luce infernale della città- il dorso della balena.

Il sole salì nel mezzo del cielo e cominciò a vibrare come una mosca, spossata dal caldo (Isaak Babel')
(...)
Come trascorre, in effetti, una vita? Con la sua tendenza all'astrazione e alla selezione, proprio il genere di scrittura che dovrebbe renderne conto con più attenzione e competenza, la biografia, finisce sempre per censurare la caratteristica essenziale della maggior parte delle vite, che è la loro scoraggiante e uniforme mancanza di eventi. Mentre il mondo andava e veniva all'altezza del pavimento, gli anni del mio amico trascorrevano nella sua immaginaria impalcatura in un 'impresa ostinata, complessa, laboriosa, di cui solo pochi intimi erano tenuti al corrente nel corso di lunghe telefonate serali.
(...)
La maggior parte delle cose, dei fatti, dei pensieri vive nella latenza. Senza distinzione tra ciò che è in effetti utile, o dannoso, o indifferente. Ci stanno accanto senza che ne riconosciamo l'esistenza, o ce ne dimentichiamo, equiparando nella stessa uniformità l'accaduto dal non accaduto. (....)
E così, mi capita di iniziare a pensare che noi non siamo fatti per capire ciò che ci viene raccontato, ma per spingerlo avanti nel corso del tempo, come un fiume in piena spinge avanti i tronchi degli alberi caduti...
Per la durezza del vostro cuore vi siete meritati di trascinare i sassi....




lunedì 21 gennaio 2008

Anna Maria Ortese, Corpo celeste

Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Milano, Adelphi, 1997

Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E tornare a casa: Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sè, rientra a casa, sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando - per ragioni pratiche - è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. E' un povero, e rende la vita più povera.
(...)
E per tornare al che cosa, dunque, mi aiutava, e mi ha aiutato un po' in tutta la vita, devo rifarmi a questa sensazione interiore, poco dicibile, della vita come chiamata, per tutti, scelta non nostra, come particolare e obbedienza a un disegno che necessita di quel particolare. Il particolare può essere minimo, quasi invisibile; invisibile, anzi, nella sua insignificanza. Ma il disegno è eccelso. Il particolare - la pietrina del mosaico - lo sente, qualche volta; e allora si calma, accetta il suo posto.
(...)
La libertà è un respiro. Ma tutto il mondo respira, non solo l'uomo. Respirano le piante, gli animali. C'è ritmo (che è respiro) non solo per l'uomo. Le stagioni, il giorno, la notte sono respiro.



domenica 13 gennaio 2008

Ellen Bass, Eating the Bones

Eating The Bones
by Ellen Bass



The women in my family
strip the succulent
flesh from broiled chicken,
scrape the drumstick clean;
bite off the cartilage chew the gristle,
crush the porous swellings
at the ends of each slender baton.
With strong molars
they split the tibia, sucking out
the dense marrow.
They use up love, they swallow
every dark grain,
so at the end there's nothing left,
a scant pile of splinters
on the empty white plate.


From The Human Line by Ellen Bass. Copyright © 2007 by Ellen Bass. Reprinted by permission of Copper Canyon Press.

http://www.poets.org/


http://www.webster.it/book_usa-human_line_ellen_bass_copper-9781556592553.htm


Ellen Bass Reads "Bone of My Bone and Flesh of My Flesh":

http://it.youtube.com/watch?v=YH_BXr5oCKE&feature=related

www.alleo.it/alleo_old/POETRY/ellenbass.pdf

giovedì 10 gennaio 2008

Perec, Per le scale

Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, Milano, Rizzoli 1995

Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera un po' pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene a tutti e a nessuno, dove la gente s'incontra quasi senza vedersi, in cui la vita dell'edificio si ripercuote, lontana e regolare. Di quello che succede dietro le pesanti porte degli appartamenti, spesso se non sempre si avvertono solo quegli echi esplosi, quei brani, quei brandelli, quegli schizzi, quegli abbozzi, quegl’'incidenti-o accidenti che si svolgono in quelle che si chiamano le parti comuni, i piccoli rumori felpati che la passatoia di lana rossa attutisce, gli embrioni di vita comunitaria che sempre si fermano sul pianerottolo.

(…)

Tutto quello che passa infatti passa per le scale, tutto quello che arriva,arriva dalle scale, lettere, partecipazioni, i mobili che gli uomini dei traslochi portano o portano via, il dottore chiamato d'urgenza, il viaggiatore che torna da un lungo viaggio.

martedì 1 gennaio 2008

Marguerite Duras, Scrivere

Marguerite Duras, Scrivere, Milano, Feltrinelli 1994, trad. L. Caruso Prato

E’ curioso uno scrittore. E’ una contraddizione e anche un nonsenso. Scrivere è anche non parlare. E’ tacere, è urlare senza rumore. E’ riposante uno scrittore, ascolta di continuo. Non parla molto perché è impossibile parlare a qualcuno di un libro che si è scritto e soprattutto di un libro che si sta scrivendo. E’ impossibile, è il contrario del cinema, del teatro e di altri spettacoli, è il contrario di ogni lettura. E’ la cosa più difficile di tutte, la peggiore. Perché un libro è l’ignoto, è il buio, è chiuso. Il libro avanza, cresce, va nelle direzioni che crediamo di aver esplorato, avanza verso il suo destino e quello dell’autore, annientato dalla sua pubblicazione: il distacco da lui, il libro sognato, come il bambino più piccolo, sempre il più amato.

Un libro aperto è anche la notte.

Non so perché le parole che ho appena detto mi fanno piangere.

Scrivere comunque, nonostante la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione, non so darle un nome. Scrivere senza imboccare subito la via che porta allo scritto è pur sempre lavorarlo. E tuttavia si deve accettare questo: lavorare lo “scarto” significa tornare indietro verso un altro libro, verso un altro possibile di questo libro.

domenica 30 dicembre 2007

Bertolucci, Portami con te

Attilio Bertolucci: Portami con te , in Viaggio d'inverno, Opere, Milano, Mondadori Meridiani 1997


Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l'occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l'amore,

sono gli ultimi giorni dell'inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.

domenica 23 dicembre 2007

Frank Sinatra: Santa Claus is coming to town



(J. Fred Coots, Henry Gillespie, 1934)

You better watch out
You better not cry
Better not pout
I'm telling you why
Santa Claus is coming to town

He's making a list,
And checking it twice;
Gonna find out Who's naughty and nice.
Santa Claus is coming to town

He sees you when you're sleeping
He knows when you're awake
He knows if you've been bad or good
So be good for goodness sake!

O! You better watch out!
You better not cry.
Better not pout, I'm telling you why.
Santa Claus is coming to town.
Santa Claus is coming to town.

venerdì 21 dicembre 2007

Libro sospeso

Francesco Forlani, A gamba tesa, in Nazione Indiana, 21 Dic 2007

(...)
A Napoli il caffè sospeso è una tradizione che viene da molto lontano. Chiunque ne avesse avuto voglia pagava oltre al proprio caffè anche un altro, lasciandolo a disposizione, appunto “sospeso” per chi non avesse di che permetterselo.
(…)
Edmond Jabes scriveva che lo straniero, non è “là fuori”, rassicurante estraneità; rassicurante perché sappiamo come possiamo difenderci da essa. E’ qui dentro - ci abita sapeva benissimo le implicazioni contenute in una riflessione del genere. Nessuna cultura dell’ identità sarebbe stata possibile nè tanto meno augurabile. A meno di non essere dissociati mentali.
L’esperienza dell’estraneità - étran-Je (estran-io) diceva Jabes, inoltre comporta necessariamente una cultura dell’ospitalità. Senza ospitalità del resto non ci sarebbero stranieri. Gli psicopati dell’identità infatti li avrebbero espulsi appena toccato il suolo.
I libri ci ospitano. Di un’ospitalità che è soprattutto dono. Il lettore ha lo statuto del viaggiatore ed ecco perchè in ogni libro, perfino in una poesia, c’è come una scatola nera (black box), un episodio, un’atmosfera, un verso che traccia l’esperienza del volo, ne registra ogni traccia.Che seppure andasse distrutto quel libro, un’unica frase, un frammento ne permetterebbe la sopravvivenza. Del resto molti capolavori del passato nonostante fossero stati massacrati da traduzioni ai limiti dell’infamia riuscirono a giungere al lettore. A passare il confine.
Come per il caffè bisognerebbe immaginare dei libri sospesi. Un libro che abbia il sapore di un gesto antico di un dono.
Come quando la madre dell’amica che mi ospitava a Roma, ignara della mia presenza senza chiedermi chi fossi mi ha riscaldato l’anima con un caffé.

http://www.nazioneindiana.com

mercoledì 19 dicembre 2007

Moby Dick

Hermann Melville, Moby Dick, Milano, Mondadori, 1986, trad. Cesarina Minoli

Cap. CXXXII LA SINFONIA

Era una limpida giornata di un azzurro acciaio. I firmamenti dell'aria e del mare erano appena separabili in quell'azzurro che tutto penetrava; soltanto, l'aria pensosa era di una trasparenza pura e morbida, con un'apparenza femminea,
mentre il mare robusto e virile, si sollevava con ondate lunghe, forti e lente, come il petto di Sansone nel sonno.
Di qua e di là, in alto, trascorrevano le ali nivee di piccoli uccelli immacolati: erano questi i gentili pensieri dell'aria femminina; ma avanti e indietro, negli abissi, giù, nell'azzurro senza fondo, correvano precipiti possenti leviatani, pescispada e squali, e questi erano i pensieri violenti, tormentati, assassini, del mare mascolino. Ma sebbene tanto contrastanti interiormente, il contrasto esteriore era soltanto di ombre e sembianze; quei due parevano uno, era come se il sesso soltanto, per dir così, li distinguesse.
Legato e contorto, noccheruto e nodoso per le rughe, selvaggiamente incrollabile e ostinato, con occhi ardenti come carboni ancora accesi fra le ceneri della rovina, l'inflessibile Acab stava ritto nella limpidezza del mattino: alzando l'elmo frantumato della fronte, verso la fronte celeste della dolce fanciulla.
Attraversando lentamente il ponte, dal boccaporto, Acab si sporse dalla fiancata ad osservare come la sua ombra affondasse nell'acqua e come affondasse al suo sguardo quanto più egli si sforzava di scrutarne la profondità. Ma gli amabili
aromi in quell'aria incantata parvero alla fine disperdere, per un attimo, il cancro ch'era nell'anima sua. Quell'aria serena, felice, quel cielo ridente, lo toccarono finalmente e lo accarezzarono; la terra matrigna, tanto crudele, ripugnante, ora gettava braccia affettuose attorno al suo collo caparbio, e pareva singhiozzare di gioia su di lui, come sopra uno che quantunque testardo e
traviato, ella potesse tuttavia trovare nel suo cuore di che benedirlo e salvarlo. Di sotto al suo cappello abbassato, una lagrima di Acab cadde nel mare: e tutto il Pacifico non contenne ricchezze paragonabili a quella goccia di pianto.

Anteprima del volume in lingua originale:

http://books.google.it/books?id=cyrMu-gkGQQC&dq=moby+dick&sa=X&oi=print&ct=book-ref-page-link&cad=one-book-with-thumbnail&hl=it


Lettura ad alta voce su radio tre

http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/alta_voce/archivio_2003/eventi/2003_03_03_moby_dick/index.cfm

sabato 15 dicembre 2007

Bachmann, Il deserto

Ingeborg Bachman, Libro del deserto, Cronopio, Napoli, 1999, trad. A. Pensa


Non è niente, non è un merito, vivere, scrivere, tirar fuori dal sacco delle parole le noci e le mandorle.
(...)
Lasciatemi oggi e domani. Lasciatemi solo fare qualcosa di buono, poi più niente, essere un po' affabile, poi non esprimere più niente. Si sono dovuti mettere insieme così tanti bagagli che devo pensare a come fare per averli sul bordo del deserto. Dove sarà mai il deserto, in Oriente, in Africa, ah sì, da qualche parte, ma uno deve poterlo vedere, deve poterci andare, come in un'acqua poco profonda, e allora sarà visibile una tenda e ci saranno due cammmelli, e si resterà a guardare senza pensare a niente.
(...)
Nel deserto la luce si è rovesciata sopra di me.
(...)
Il deserto ha la grandezza, non è niente, perciò grandezza, è meno di niente, è ogni giorno, ogni istante, è la noia più infinita per qualcuno, la perenne eccitazione per chi ha gli occhi contrassegnati dalla sua sabbia.

Je veux dire à moi-meme le desert
Beckett

martedì 4 dicembre 2007

Perchè leggere

Ezio Raimondi, Un'etica del lettore, Bologna, Il Mulino 2007

Dove siamo quando leggiamo? In quale tempo e in quale spazio ha propriamente luogo il singolare, fragile evento della lettura? Qual è lo statuto della nostra soggettività mentre sul libro, di frase in frase, si mobilitano insieme l'orecchio e lo sguardo, l'immaginazione e la voce?
Una volta un grande scrittore del Novecento, Thomas Mann, ha raccontato una sua esperienza di lettura intrecciandola a un'esperienza di viaggio.
(...)
La solitudine diventa paradossalmente socievolezza, entro un rapporto certo fragile come sono fragili tutti i rapporti intensi e non convenzionali, che aspirino a essere autentici. E qui forse, tra il lettore e lo scrittore, si producono lo sguardo, la coscienza, il faccia a faccia di una vera e propria relazione etica. Anche per Thomas Mann leggere Il Chisciotte significava alla fine partecipare a un "vita etica superiore" in cui si affermava "il relativismo di ogni libertà";ed era riconoscimento che la libertà attinge il massimo di valore spirituale sullo sfondo di una "vera costrizione", tanto più vincolante in quanto si costituisce "dall'interno", con la consapevolezza auita che "il molteplice, non il semplice, prepara l'avvenire".



Un bell'elenco di libri recenti sulla lettura:
http://www.bibliotecasalaborsa.it/bibliografie/9043

sabato 1 dicembre 2007

Biblioteche

Pier Cesare Bori,Incipit. Cinquant'anni, cinquanta libri (1953-2003), Milano, Marietti, 2005.

Ecco i miei libri. Alle mie spalle, in ordine alfabetico nella libreria, ci sono le fonti: i classici in originale o in traduzione, i grandi autori di ogni epoca, i saggi importanti. Davanti a me sono schierati tutti gli altri: li ho chiamati monografie. A volte sposto un libro da un posto all'altro. Qualche tempo fa ho pensato di presentare ad alcuni allievi o amici quel libri con cui sono cresciuto e cresco. Allora ne ho messi in fila cinquanta sulla scrivania. Cinquanta libri, pressappoco nell'ordine in cui li ho letti, a partire dal 1953. Ho fatto cinquanta schede bibliografiche in cui si descrive il libro a partire dal suo incipit, ma si parla poi anche di dove lo ho incontrato, di quanto vi ho appreso e di quello che ne ho scritto. Sono schede bibliografiche, ma non credo che sia venuta fuori una cosa libresca: c'è un racconto, c'è un pensiero, forse anche qualcosa di poesia. Spetta a chi legge riconoscerli. Ecco i libri che mi hanno fatto crescere, mi fanno crescere. Loro parlano, io ascolto»

domenica 18 novembre 2007

Nella bufera di rose

Ovunque ci volgiamo nella bufera di rose
La notte è illuminata di spine, e il rombo
Del fogliame, così lieve poc'anzi tra i cespugli,
ora ci segue alle calcagna.

Ingeborg Bachmann





A Roma: http://www.protestantcemetery.it/


Su Ingeborg Bachmann:
http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=177

sabato 3 novembre 2007

Azar Nafisi, BiBi e la voce verde



Azar Nafisi-Sophie Benini Pietromarchi, BiBi e la voce verde, Milano, Adelphi, 2006, trad. L. Signorini


BiBi era triste. La sua famiglia si era appena trasferita dalla vecchia, meravigliosa casa in cui Bibi aveva sempre abitato in una casa strana, nuova e sconosciuta.
(...)
Poi aveva sentito la voce verde...
(...)
Una casa portatile non si può perdere...


Leggi l'ntervista all' illustratrice:
http://www.railibro.rai.it/interviste.asp?id=301

mercoledì 31 ottobre 2007

Franco Fortini, Dare forma all'esistenza

Franco Fortini, Dare forma all'esistenza, in Un giorno o l'altro, Quodlibet, Macerata, 2006


Dare forma alla esistenza significa assumere quel potere sulla materia vitale che è pedagogia quindi educazione, direzione, finalità. Nelle società di classe quel potere è privilegio: lo si possiede nella misura in cui altri ne è spossessato. Sapere che cosa si farà domani, volere un adempimento, esercitare le virtù dianoetiche, progettare, scegliersi il lavoro, la causa, la morte: tutto questo è nella storia ottenuto mediante la distruzione anzi la dissoluzione delle forme che la classe dominata si tramandava come sua cultura. Le culture subalterne sono colpite di inessenzialità e divengono derisorie anzitutto ai margini, sulle frange contigue alle forme e ai valori delle classi superiori. L'uomo subalterno è un colonizzato, vive fra le ombre di forme inutili. Esiste senza limite; sarebbe una semplice intenzione se non si portasse i residui delle forme morenti e se – soprattutto – quei residui, «rigenerati», non gli venissero continuamente proposti dalla classe dirigente. Naturalmente la forma del privilegio è autentica in quanto è del privilegio mentre è inautentica in quanto può essere solo per sottrazione di autenticità ad altri, per reificazione degli altri. La sostanza umana degli altri diventa la materia prima della vita privilegiata. La necessità non diventa coscienza, i progetti impossibili, la passività lasciano come colare una lava di esistenza con cui il privilegiato risparmia la propria. Nella società contemporanea, il partecipe del privilegio nuota, alla lettera, nella semenza umana e se ne ricava le forme, i modelli...

domenica 28 ottobre 2007

Cascando




2
nuovamente dicendo
se non m'insegni non imparerò
nuovamente dicendo ecco vi è un'ultima
volta persino per le ultime volte
ultime volte per mendicare
ultime volte per amare
per sapere di non sapere fingere
un'ultima anche per le ultime volte
di dire se non m'ami
non sarò amato se non amo te
non amerò

Samuel Beckett, Le poesie, Torino, Einaudi, 1999, a cura di G. Frasca

venerdì 26 ottobre 2007

lettera di marina cvetaeva a rilke

L’anno finisce con la tua morte? fine? inizio! sei tu a te stesso l’anno più nuovo. (caro, lo so, tu mi stai leggendo ancora prima che io scriva). rainer, ecco, sto piangendo, sei tu che mi sgorghi dagli occhi.
caro, se tu sei morto – vuol dire che non esiste nessuna morte (o nessuna vita!). non voglio rileggere le tue lettere, altrimenti mi verrà voglia di raggiungerti, di venire là – e non oso volerlo: tu sai bene che cosa è legato a questo “volere”.
rainer, ti sento immancabilmente dietro la mia spalla destra.
hai mai pensato a me? – sì, sì, sì –.
domani è l’anno nuovo, rainer – il 1927. ...come sono infelice.
ma non devo affliggermi! stanotte, a mezzanotte, brinderò con te. (tu sai come, colpirò il tuo bicchiere piano piano!).
Caro, fai in modo che io ti sogni spesso – anzi, no, non è giusto: vivi nel mio sogno. adesso hai il diritto di desiderare e di fare.
Io e te non abbiamo mai creduto nel nostro incontro qui sulla terra – come non abbiamo mai creduto in questa vita, non è vero? Tu mi hai preceduto (è stato più bello!) e per accogliermi bene mi hai prenotato non una stanza, non una casa, ma un intero paesaggio. ti bacio sulle labbra? sulle tempie? sulla fronte? naturalmente – sulle labbra, veramente, come un vivo.
caro, amami più forte e diversamente da tutto. non arrabbiarti – ti devi abituare a me, a come sono. cosa, ancora?
non è vero: non sei ancora in alto e lontano, sei proprio qui accanto, la fronte sulla mia spalla. non sarai mai lontano: l’irraggiungibile non è mai alto.
sei il mio caro ragazzo adulto.
rainer, scrivimi! (e’ abbastanza stupida la mia richiesta, vero?).
ti auguro buon anno e uno splendido paesaggio celeste!
marina
Bellevue, 31 dicembre 1926, 10 di sera

rainer. sei ancora sulla terra. non è ancora passato un giorno intero.


marina cvetaeva,lettera di marina cvetaeva a r.m. rilke, in il settimo sogno, trad. serena vitale, roma, editori riuniti, 1980.

domenica 21 ottobre 2007

Ripellino, Vivere è stare svegli

Angelo Maria Ripellino, Vivere è stare svegli, Non un giorno ma adesso, in Poesie prime e ultime, Torino, Aragno, 2006


Vivere è stare svegli
e concedersi agli altri,
dare di sè sempre il meglio
e non essere scaltri.

Vivere è amare la vita
coi suoi funerali e i suoi balli
trovare favole e miti
nelle vicende più squallide.

Vivere è attendere il sole
nei giorni di nera tempesta
schivare le gonfie parole
vestire con frange di festa.

Vivere è scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l'autunno
e non stancarsi di amare.

mercoledì 17 ottobre 2007

Ferruccio Benzoni, Dopo l'ira

Ferruccio Benzoni, Dopo l’ira, in Numi di un lessico figliale, Venezia, Marsilio, 1995.

La luce del sole alla finestra.
Un piancito di scaglie di mare che s’apriva
dopo un volo bocconi...
Au ralenti non finiva mai
non finiva mai quel tuffo
passato e ripassato nella mente,
coccolato, covato; implume.
Hai un bel dire cammina
(alla malora le giunture!)
- sforzati tra la folla che infestava
viva appestava cunicoli
di sedimentazione e delirio.
Ma come si fa - dimmi - a zoppicare
dopo gli angeli, barattare
una larva di sole alla finestra
con le gemme che spurgano dai rami
il fiato del fieno fradicio
- e quei vetri marezzati
solo ieri composti in un amoroso gelo.

venerdì 12 ottobre 2007

Antonio Tabucchi, Lettera di Calipso

Antonio Tabucchi, I volatili del Beato Angelico, Palermo, Sellerio 1997
Lettera di Calipso, ninfa, a Odisseo, re di Itaca

Violetti e turgidi come carni segrete sono i calici dei fiori di Ogigia; piogge leggere e brevi, tiepide, alimentano il verde lucido dei suoi boschi; nessun inverno intorbida le acque dei suoi ruscelli.
E’ trascorso un battere di palpebre dalla tua partenza che a te pare remota, e la tua voce, che dal mare mi dice addio, ferisce ancora il mio udito divino in questo mio invalicabile ora. Guardo ogni giorno il carro del sole che corre nel cielo e seguo il suo tragitto verso il tuo occidente; guardo le mie mani immutabili e bianche; con un ramo traccio un segno sulla sabbia – come la misura di un vano conteggio; e poi lo cancello. E i segni che ho tracciato e cancellato sono migliaia, identico è il gesto e identica è la sabbia, e io sono identica. E tutto.
Tu, invece, vivi nel mutamento. Le tue mani si sono fatte ossute, con le nocche sporgenti, le salde vene azzurre che le percorrevano sul dorso sono andate assomigliando ai cordoni nodosi della tua nave; e se un bambino gioca con esse, le corde azzurre sfuggono sotto la pelle e il bambino ride, e misura contro il tuo palmo la piccolezza della sua piccola mano. Allora tu lo scendi dalle ginocchia e lo posi per terra, perché ti ha colto un ricordo di anni lontani e un’ombra ti è passata sul viso: ma lui ti grida festoso attorno e tu subito lo riprendi e lo siedi sulla tavola di fronte a te;: qualcosa di fondo e di non dicibile accade e tu intuisci nella trasmissione della carne, la sostanza del tempo.
Ma di che sostanza è il tempo? E dove esso si forma, se tutto è stabilito, immutabile, unico? La notte guardo gli spazi fra le stelle, vedo il vuoto senza misura: e ciò che voi umani travolge e porta via, qui è un fisso momento privo di inizio e di fine.
Ah, Odisseo, poter sfuggire a questo verde perenne! Potere accompagnare le foglie che ingiallite cadono e vivere con esse il momento! Sapermi mortale. Invidio la tua vecchiezza, e la desidero: e questa è la forma d’amore che sento per te. E sogno un’altra me stessa, vecchia e canuta, e cadente; e sogno di sentire le forze che mi vengono meno, di sentirmi ogni giorno più vicina al Grande Circolo nel quale tutto rientra e gira; di disperdere gli atomi che formano questo corpo di donna che io chiamo Calipso. E invece resto qui, a fissare il mare che si distende si ritira, a sentirmi la sua immagine, a soffrire questa stanchezza di essere che mi strugge e che non sarà mai appagata – e il vacuo terrore dell’eterno.

venerdì 5 ottobre 2007

G. Bruno, Il candelaio: dedica

Giordano Bruno, Il candelaio, Torino, Einaudi, 1964


Alla signora Morgana B., sua signora sempre onoranda


Ed io a chi dedicarrò il mio Candelaio? a chi, o gran destino, ti piace ch'io intitoli il mio bel paranimfo, il mio bon corifeo? a chi inviarrò quel che dal sirio influsso celeste, in questi più cuocenti giorni, ed ore più lambiccanti, che dicon caniculari, mi han fatto piovere nel cervello le stelle fisse, le vaghe lucciole del firmamento mi han crivellato sopra, il decano de' dudici segni m'ha balestrato in capo, e ne l'orecchie interne m'han soffiato i sette lumi erranti?

(…)
A voi tocca, a voi si dona; e voi o l'attaccarrete al vostro cabinetto o la ficcarrete al vostro candeliero, in superlativo dotta, saggia, bella e generosa mia s[ignora] Morgana: voi, coltivatrice del campo dell'animo mio, che, dopo aver attrite le glebe della sua durezza e assottigliatogli il stile, — acciò che la polverosa nebbia sullevata dal vento della leggerezza non offendesse gli occhi di questo e quello, — con acqua divina, che dal fonte del vostro spirto deriva, m'abbeveraste l'intelletto.
(…)
Ricordatevi, Signora, di quel che credo non bisogna insegnarvi:

- Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila; è un solo che non può mutarsi, un solo è eterno, e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo. - Con questa filosofia l’animo mi s’aggrandisse, e me se magnifica l’intelletto. Però qualunque sii il punto di questa sera ch’aspetto, si la mutazione è vera, io che son ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch’è, o è cqua o llà, o vicino o lungi, o adesso o poi,
o presto o tardi. Godete, dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi v’ama.



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Eugenio Garin su Giordano Bruno:

http://www.antrodellasibilla.it/filosofia12_bruno.htm#BRUNO