domenica 11 gennaio 2009
Tonino Guerra, L'aria
che sta dalonda la tu testa
e la dventa piò céra quand che t’roid
l’aria è quella cosa leggera,
che sta intorno alla tua testa
e diventa più chiara quando ridi.
sabato 3 gennaio 2009
Pontremoli, Silenzio
Il silenzio che amo
è quello che si staglia
fra una parola e l'altra
fra torrente e boscaglia
quello di due persone
che si stringono le mani
quello che fan gli uccelli
ogni sera sui rami
quello che fa la notte
quando ti sembra immensa
quello d'una tua voglia
impetuosa e intensa
quello che dalla linea
mossa dell'orizzonte
avvicina e allontana
la pianura ed il monte.
Il silenzio che amo
è quello che si staglia
fra una parola e l'altra
fra torrente e boscaglia.
Il silenzio che amo
è quello che dipana
una parola e l'altra
e il silenzio allontana.
Un lungo, bellissimo testo di Pontremoli sul sonno
Il sito a lui dedicato:
www.giuseppepontremoli.it
venerdì 2 gennaio 2009
Ripellino, il valore della poesia
Nonostante l'epoca sia così nera, così difficile, piena di falsi teologi, di ladroni, di monatti, la poesia non ha perduto il suo valore, la sua efficacia, l'unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno allusivamente – un ultimo miracolo che ci resta – è forse la poesia; anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di poter abbracciare diverse cose insieme… Questo suo dono dell'analogia, della metafora, larga, che abbraccia l'universo. Ora in un universo che tende a restringersi nella miseria e nel nulla, la poesia è appunto questa unica meraviglia, che cerca di abbracciarlo e di rendere viva l'unità del mondo
domenica 28 dicembre 2008
sabato 27 dicembre 2008
Buzzati, distrazione
Durante la conversazione uno di colpo si distrae, sta fermo e pensieroso, magari pochi secondi ma è quanto basta per capire che la sua verità è là, dentro quel silenzio.
Come uno che dinanzi a casa stia conversando con gli amici e a un tratto li lascia, corre dentro a vedere chissà cosa e subito dopo ritorna, col volto di prima tale e quale, e nessuno sa che cosa sia andato a fare e se qualcuno glielo domanda, lui risponde "niente", e d'altra parte non si poteva scorgere nulla attraverso la porta quando lui l'ha aperta, che cosa ci fosse dietro, non si vedeva che un rettangolo di buio.
Una immensa piazza, dunque, con intorno un'infinità di case, questa è la vita; e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria e in genere male anche questa perché restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché del restante genere umano non si sa mai niente.
L'uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra poi dispiacergli eccessivamente".
sabato 20 dicembre 2008
Leopardi, elogio degli uccelli

(...) s'inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. (...)
In fine, siccome Anacreonte desiderava potersi trasformare in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita.
domenica 30 novembre 2008
venerdì 28 novembre 2008
Ferroni, la condizione postuma della letteratura
Nei modi più diversi l'atto dello scrivere ha rinviato a una vita futura, a un agire e persistere "dopo", quando sarebbero per sempre venuti meno il corpo, la mano el a mente dello scriba; e all'inverso nell'atto del leggere si è riconosciuto un guardare da "dopo", un modo di riappropriarsi di tracce fisiche di realtà consumate, di sentire vivo un passato morto.
Il celebre mito del Fedro di Platone sull'invenzione della scrittura (che non a caso è stato al centro dell'acuminata e decentrante riflessione di Jacques Derrida) fa avvertire tutta la contradditorietà di questo essere "postumo" delle parole scritte, rispetto a una concezione della conoscenza e della verità come presenza, trasparenza, memoria viva e animata...
domenica 23 novembre 2008
Domenico Gnoli, Mise en plis
sabato 15 novembre 2008
Pizzuto, Erice
Erice, odoranti di salvia i suoi paradisi, ingiù dallo scosceso il mare cresputo immobile, terse come stoviglie le strade spirali ingressi e imposte chiusi, laddentro cortili dove minuscole lune l’acqua nei profondissimi pozzi in echi, ben scarsa entro cisterna simmetrica, framezzo qualche albero, mura mura convolvoli, secondari usci su candida viuzza tra verdi persiane opposti a quelli maestri. Pendevano da imbiancato soffitto a travi, per famiglie, grappoli mori nilo aurei impergolando, in capestro oblunghi formaggi, api buridane intorno, moscerini pulviscolosi.
domenica 9 novembre 2008
sabato 1 novembre 2008
Tiziana Verde, Il cesto di pomodori
(...)
Nei giorni in cui la tramontana soffiava forte da far volare le tegole, incontrandoci per strada, il prof. Armano ci faceva salire sulla cinquecento azzurra e ci accompagnava fino a scuola.
Prima di entrare, andavamo insieme a guardare un tratto di campagna abbandonata. Il vento faceva i colori nitidi, più concatenati, quasi mostrassero all’improvviso la grana di cui era tessuto il celeste dell’aria.
Restavamo lì a tremare, non di freddo soltanto, ma di una commozione che sempre ci prendeva quando osservavamo qualcosa insieme a lui e ne avevamo, all’improvviso, rivelazione di bellezza. Ci assaliva allora rimpianto di non averla guardata mai con attenzione e gratitudine per quegli occhi nuovi, che lui ci piantava dentro con poche accorte parole, con l’intesa di un silenzio.
(...)
Due giorni dopo, era in cortile, un uomo gli ordinò di seguirlo. Ebbe il tempo di vedere sua madre che arrivava dalla strada di fronte a portargli i pomodori raccolti. La sentì tremare nei panni scuri, col cesto troppo pesante…Allora lei capì che non voleva essere visto mentre andava a morire, così fingendo di non aver indovinato, disse: - Te ne lascio anche per questo tuo amico -
L’uomo aveva già eseguito altri incarichi senza esitazioni e senza mai commuoversi, ma anche a sua madre, forse un giorno, sarebbe capitato di dover recitare la stessa scena. Così, lentamente, scelse un pomodoro a forma di cuore e disse:
- Sono belli, vi ringrazio - lo disse abbassando la voce, con rispetto, perché in quei nostri paesi potevi calpestare tutto, ma certe cose erano sacrosante e una madre è una madre, annulla qualsiasi differenza.
Per un attimo, davanti a quella immagine, si rividero entrambi ragazzi, poi l’uccisore si ricordò perché era lì e disse: - Andiamo -.
Il professor Armano guardò la figurina dentro i panni neri, svuotati, pronunciò un - torno stasera - e si avviò.
Per gli anni che le rimasero da vivere, lei continuò a passare il crepuscolo affacciata alla finestra con la folle speranza che una crepa del tempo o un Dio meno sordo, con più senso della vergogna, potesse far mantenere a suo figlio la promessa.
(...)
Stanotte, il prof. Armano è venuto a trovarmi, portava la giacca sciupata di sempre, i capelli appena un po’ più grigi
- Non vuoi sapere perché è successo? -
- No - mi sono affrettata a rispondergli - ci sono già stati troppi giorni riempiti di fatti e io, invece, volevo raccontare una storia -
- E dove sta la differenza? -
- Nei chiaroscuri - dico - le storie, l’ombra non la cancellano -
(...)
Leggi il bellissimo racconto nella sua interezza in
http://www.nazioneindiana.com/2006/10/28/il-cesto-di-pomodori/
Su e di Tiziana Verde:
http://www.nazioneindiana.com/tag/tiziana-verde/
www.nobis.it
domenica 26 ottobre 2008
giovedì 16 ottobre 2008
D'Arzo - Celati
"Il mondo non è casa tua, e a te sembra di starci a dozzina"
IL TESTO
(Da Zibaldoni, n.3, quarta serie)
Hrabal, Una solitudine ...
Già siedo in casa nella penombra, siedo su uno sgabello, la testa mi cade e alla fine tocco me stesso con le labbra bagnate e solo così schiaccio un pisolino. A volte, nella posizione della sedia Thonet, dormo così fin verso la mezzanotte e quando mi sveglio sollevo la testa e ho la gamba dei pantaloni madida di saliva al ginocchio, tanto mi sono raggomitolato e ranniccchiato su me stesso, come un gattino d'inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perchè io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perchè io sono un po' uno spaccone dell'infinito e dell'eternità e l' Infinito e l'Eternità forse hanno un debole per le persone come me.
(...)
Seduto sulla panchina, sorridevo candidamente, non ricordavo nulla, non vedevo nulla, non udivo nulla, perchè ormai ero forse già nel cuore del Paradiso terrestre.
giovedì 2 ottobre 2008
Sylvia Plath, Limite (Edge)
La donna ora è perfetta.
Il suo corpo
morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca
fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi
nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.
È abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.
(5 febbraio 1963)
Edge
The woman is perfected.
Her dead
Body wears the smile of accomplishment,
The illusion of a Greek necessity
Flows in the scrolls of her toga,
Her bare
Feet seem to be saying:
We have come so far, it is over.
Each dead child coiled, a white serpent,
One at each little
Pitcher of milk, now empty.
She has folded
Them back into her body as petals
Of a rose close when the garden
Stiffens and odors bleed
From the sweet, deep throats of the night flower.
The moon has nothing to be sad about,
Staring from her hood of bone.
She is used to this sort of thing.
Her blacks crackle and drag.
martedì 30 settembre 2008
Jelloun, Mia madre, la mia bambina
Da quando è malata, mia madre è diventata una cosetta dalla memoria vacillante, Convoca i familiari morti da tempo. Parla con loro, si stupisce che sua madre non venga a trovarla, tesse le lodi del fratello minore che, dice lei, le porta sempre dei regali. (...)
Mia madre rivisita la propria infanzia. La sua memoria si è rovesciata, si è sparsa sul terreno umido. Il tempo e la realtà non si intendono più.
"Non sono pazza, sono solo stanca".
domenica 28 settembre 2008
Ginzburg Miti, emblemi, spie
Spie
Dio è nel particolare. A. Warburg
Un oggetto che parla della perdita, della distruzione, della sparizione di oggetti. Non parla di sè. Parla di altri. Includerà anche loro?
J. Johns
In queste pagine cercherò di mostrare come, verso la fine dell'800, sia emerso silenziosamente nell'ambito delle scienze umane un modello epistemologico (se si preferisce, un paradigma) al quale non si è prestata finora sufficiente attenzione.
... (Morelli, Freud, Conan Doyle) In tutti e tre i casi s'intravvede il modello della semeiotica medica: la disciplina che consente di diagnosticare le malattie inaccessibili all'osservazione diretta sulla base di sintomi superficiali, talvolta irrilevanti.
... La letteratura aforistica è per definizione un tentativo di formulare giudizi sull'uomo e sulla società sulla base di sintomi, di indizi. Un uomo e una società malati, in crisi.
domenica 21 settembre 2008
Sereni, Diario bolognese

Vittorio Sereni, Frammenti di una sconfitta- Diario bolognese, Milano, Scheiwiller, 1957
Io non so come sempre
un disperato murmure m’opprima
nell’aria del tuo mezzogiorno
tanto diffusa ai colli dentro il sole
tanto quaggiù gremita e fumicosa.
E non è fiore in te che non m’esprima
il male che presto lo morde,
non per finestra musica s’inoltra
che amara non ricada sull’estate.
Invano sotto San Luca ogni strada
voluttuosa rallenta, alla tua gioia
sono cieco ed inerme.
E l’ombra dorata trabocca nel rogo serale,
l’amore sui volti s’imbestia,
fugge oltre i borghi il tempo irreparabile
della nostra viltà.
mercoledì 10 settembre 2008
Sontag. La coscienza delle parole
In quanto scrittrice, creatrice di letteratura, narro e rifletto al tempo stesso. Le idee mi commuovono. Ma i romanzi sono fatti di forme, non di idee. Forme del linguaggio. Forme d’espressione. Non ho in testa una storia fino a quando non ne conosco la forma. (Come sosteneva Vladimir Nabokov, “il disegno della cosa precede la cosa”). E – in modo implicito o sottinteso – i romanzi nascono dall’idea che uno scrittore ha di ciò che la letteratura è o può diventare.
(...)
Perciò la letteratura – e parlo in termini prescrittivi, non solo descrittivi – è consapevolezza, dubbio, scrupolo, meticolosità. Ma è anche – ancora una volta in senso sia prescrittivo che descrittivo – canto, spontaneità, celebrazione, beatitudine.
(...)
Sono dell’idea che ogni singola visione della letteratura sia falsa – e cioè, riduttiva, puramente polemica. Laddove parlare con sincerità di letteratura vuol dire necessariamente parlare per paradossi.
Perciò, se ogni opera letteraria che conta, che merita di essere definita tale, incarna un ideale di singolarità, di voce individuale, la letteratura, che è accumulazione, incarna invece un ideale di pluralità, di molteplicità, di promiscuità.
Ogni possibile idea di letteratura – letteratura come impegno sociale, come ricerca di private intensità spirituali, letteratura nazionale o universale – è, o può diventare, una forma di autocompiacimento spirituale, di vanità, o di autogratificazione.
La letteratura è un sistema – un sistema plurale – di metri di giudizio, ambizioni, lealtà. La sua funzione etica sta almeno in parte nella capacità di insegnare il valore della diversità.
Certo, la letteratura deve operare all’interno di determinati confini. (Come ogni altra attività umana. Solo la morte ne è priva). Il problema è che i confini che la maggior parte della gente desidera tracciare soffocherebbero la libertà della letteratura di essere quel che può essere, in tutta la sua inventiva e capacità di turbamento.
***
Vedi l'articolo di Nadia Fusini su Susan Sontag - potente e commovente:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/04/10/la-voce.html
giovedì 4 settembre 2008
Un poeta umoristico: Ernesto Ragazzoni
(Da W. M. Thackeray)
Il giovane Werther amava Carlotta
e già della cosa fu grande sussurro.
Sapete in che modo si prese la cotta?
La vide una volta spartir pane e burro.
Ma aveva marito Carlotta, ed in fondo
un uomo era Werther dabbene e corretto;
e mai non avrebbe (per quanto c'è al mondo),
voluto a Carlotta mancar di rispetto.
Così, maledisse la porca sua stella;
strillò che bersaglio di guai era, e centro;
e un giorno si fece saltar le cervella,
con tutte le storie che c'erano dentro.
Lo vide Carlotta che caldo era ancora,
si terse una stilla dal bell'occhio azzurro;
e poi, vòlta a casa (da brava signora),
riprese a spalmare sul pane il suo burro.
Parole contro le parole
Oggi, non voglio far della poesia,
non voglio stare chiuso contro un tavolo.
Voglio prender la porta, andare via
andarmene, se càpita, anche al diavolo!
In un giorno di ciel, d'aria e di sole
posso seduto, fabbricar parole?
Io, come il vecchio Amleto, sono stufo
di parole, parole, ancor parole!
Fra tanti pappagalli, sono un gufo
e disdegno le chiacchiere e le fole.
Se si parlasse meno, quanto il mondo
piú felice sarebbe, e piú fecondo!
Abbasso i versi e chi li legge e scrive!
Primavera s'annuncia, e vo pei campi
a veder in che modo si rivive
senza bisogno alcun che se ne stampi,
o ne filosofeggino due o tre
sui sedili dei tram, e nei caffè!
Senza soccorso di poeti e sofi
le siepi vanno rimettendo il verde!
Su per le aiuole crescono i carciofi,
e l'asparago inver nulla ci perde
se vien fuori, a dispetto della critica,
senza affatto occuparsi di politica.
E cosí fa la mammola, e fa l'erba,
il pero, il melo, il mandorlo, il ciliegio
che una veste di fiori hanno, e superba,
e daran frutto, senza ciarle, egregio.
Se facessimo un poco come loro:
chiacchiere niente, e alquanto piú lavoro?
E. Ragazzoni, Buchi nella sabbia e pagine invisibili. Poesie e prose, Einaudi, Torino 2000
martedì 2 settembre 2008
Beppe Sebaste: Oggetti smarriti
http://beppesebaste.blogspot.com/
http://www.beppesebaste.com/
vedi ora il suo nuovo libro "Oggetti smarriti" ed. Laterza
Ascoltalo nel sito RSI (rubrica "In altre parole")
sabato 30 agosto 2008
Scafuro: pennino da caffè

Vedi anche le forchette-albero e tutti gli altri utensili "viventi" nel sito dello scultore Giovanni Scafuro
http://www.giovanniscafuro.it/ALBERI.htm
Biblioteche

Mr. Bloom arrivò a Kildare street. Prima devo. Biblioteca.
Cappello di paglia al sole. Scarpe gialle. Pantaloni col risvolto. E'. E'.
Il cuore accelerava piano i battiti. A destra. Museo. Deè. Virò a destra.
James Joyce, Ulisse, Milano, Mondadori, 1978, trad. G. Melchiori, cap 9, Scilla e Cariddi - La biblioteca.
sabato 23 agosto 2008
venerdì 22 agosto 2008
Pessoa, Isole
Le isole fortunate
Quale voce viene dal suono delle onde
Che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla
Ma che, se ascoltiamo, tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.
E solo se, mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.
Fernando Pessoa, Poesie scelte, Passigli 2006
mercoledì 20 agosto 2008
Yeats, un dublinese
That is no country for old men
Quello non è un paese per vecchi. I giovani
L'uno nelle braccia dell’altro, gli uccelli sugli alberi
- Quelle generazioni mortali – intenti al loro canto,
Le cascate ricche di salmoni, i mari gremiti di sgombri,
Pesce, carne, o volatile, per tutta l’estate non fanno che esaltare
Tutto ciò che è generato, che nasce, e che muore.
Presi da quella musica sensuale tutti trascurano
I monumenti dell’intelletto che non invecchia.
II.
Un uomo anziano non è che una cosa miserabile,
Una giacca stracciata su un bastone, a meno che
L’anima non batta le mani e canti, e canti più forte
Per ogni strappo nel suo abito mortale,
Né v’è altra scuola di canto se non lo studio
Dei monumenti della sua magnificenza
E per questo io ho veleggiato sui mari e sono giunto
Alla sacra città di Bisanzio.
III.
O saggi che state nel fuoco sacro di Dio
Come nel mosaico dorato di una parete,
Scendete dal sacro fuoco, discendete in una spirale,
E siate i maestri di canto della mia anima.
Consumate del tutto il mio cuore; malato di desiderio
E legato a un animale mortale,
Non sa quello che è; e accoglietemi
Nell’artificio dell’eternità.
IV.
Una volta fuori dalla natura non assumerò mai più
La mia forma corporea da una qualsiasi cosa naturale,
Ma una forma quale creano gli orefici greci
Di oro battuto e di sfoglia d’oro
Per tener desto un Imperatore sonnolento;
Oppure posato su un ramo dorato a cantare
Ai signori e alle dame di Bisanzio
Di ciò che è passato, o che , o che sarà.
sabato 16 agosto 2008
lunedì 4 agosto 2008
Tondelli, Biglietto all'amico
OTTAVA ORA DELLA NOTTE
Biglietto numero otto
Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quest'abbraccio e non chiedere altro perchè la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante altre volte e poi una volta sarà l'ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l'ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perchè se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l'amore è niente di più, sei tu che confondi l'amore con la vita.
Divieti...

Apuleio, L'asino d'oro, La favola di Amore e Psiche
XIX (...) "Ma soprattutto ti raccomando una cosa: non aprire la scatola che porterai con te, non guardare dentro, non essere curiosa, non curarti di quel tesoro di divina bellezza che essa nasconde" (Sed inter omnia hoc observandum praecipue tibi censeo, ne velis aperire vel inspicere illam quam feres pyxidem vel omnino diuinae formonsitatis abditum curiosius thesaurum."
XX Così quella torre provvidenziale assolse il suo profetico incarico e Psiche non indugiò, raggiunse il promontorio del Tenaro, prese con sé le monete e le ciambelle secondo le istruzioni ricevute, discese lungo la strada infernale, oltrepassò senza dir parola l’asinaio zoppo, diede al nocchiero la moneta per il traghetto, fu sorda al desiderio del morto che galleggiava, non si curò delle insidiose preghiere delle tessitrici, placò con la ciambella la rabbia spaventosa del cane e, infine, giunse alla dimora di Proserpina. Qui rifiutò il morbido sedile e il cibo squisito che l’ospite le offerse ma sedette umilmente ai suoi piedi si contentò di un pane scuro, poi riferì l’ambasciata di Venere. E senza indugio prese la scatola, in gran segreto riempita e sigillata, fece tacere le bocche latranti del cane con l’inganno della seconda ciambella, consegnò al nocchiero la moneta che le era rimasta e risalì dall’inferno con passo assai più leggero.
Ma dopo aver rivista e adorata questa candida luce, benché avesse fretta di portare a buon fine il suo mandato, fu assalita da un’imprudente curiosità: "Sono proprio una sciocca" si disse - "porto con me la divina bellezza e non ne prendo nemmeno un pocolino, non foss’altro per piacere di più al mio bellissimo amante" e, detto fatto, aprì la scatola.
( "Ecce" inquit" inepta ego divinae formonsitatis gerula, quae nec tantillum quidem indidem mihi delibo vel sic ili amatori meo formonso placitura")
E Psiche giacque immobile nel suo sonno profondo, come morta. (Et iacebat immobilis et nihil aliud quam dormiens cadaver.)
(Il quadro è di Angelika Kauffmann, 1792)



