domenica 3 aprile 2011

Lo spazio di dentro

"J'écris pour me parcourir. Peindre, composer, écrire: me parcourir. Là est l'aventure d'être en vie" (Passages,1950): "Scrivo per percorrermi. Dipingere, comporre, scrivere: percorrermi. E' lì l'avventura d'essere in vita"

"Par la voie des rytmes", zincografia, 1974:


Henry Michaux (poeta e pittore surrealista belga, naturalizzato francese)
Scrive di lui Gianni Celati: "In tutti i libri di Michaux la scrittura sembra qualcosa che viene fuori come una secrezione naturale, come la bava delle lumache, come la tela del ragno, come un porro sulla pelle, o come gli escrementi che ogni giorno evacuiamo. Si sente che non c’è mai il problema di dimostrare qualcosa, ma solo di lasciar fluire una secrezione che lascia tracce sulla pagina.
Perciò a momenti è così rasserenante. Perché in lui non c’è niente dell’“artista creatore”, niente di queste pretese di serietà artificiale. Lui lascia andare avanti le frasi per vedere cosa si inventano.
Ma mentre un mercato di professionisti ci scaraventa addosso mattoni con centinaia di pagine da leggere in fretta per arrivare alla fine inebetiti, Michaux spesso ci lascia lieti e sazi con poche righe". 
SCHEDA EDITORE  QUODLIBET 

lunedì 21 marzo 2011

Ma torna Proserpina

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, Terza elegia

 ...............
Così tanto
poté il tuo delicato risveglio; dietro l’armadio
entrava in mantello il suo destino, e nelle pieghe delle tende
muoveva, spostandosi lieve, il suo smanioso futuro
So vieles vermochte
zärtlich dein Aufstehn; hinter den Schrank trat
hoch im Mantel sein Schicksal, und in die Falten des Vorhangs
passte, die leicht sich verschob, seine unruhige
Zukunft.
.....
Guarda, noi non amiamo come i fiori
Per un anno soltanto; quando amiamo,
a noi sale un’ incancellabile linfa per le braccia
 
Siehe, wir lieben nicht, wie die Blumen, aus einem
einzigen Jahr; uns steigt, wo wir lieben,
unvordenklicher Saft in die Arme.
 

domenica 6 marzo 2011

Nostalgia


Quando ti viene  una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, ti arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco compagnia (Erri De Luca, Montedidio)

giovedì 24 febbraio 2011

Tutti i giorni (Ingeborg Bachmann)

Tutti i giorni di Ingeborg Bachmann (1953)

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L'inaudito
è divenuto quotidiano. L'eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata al cuore.
Viene conferita quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è divenuto invisibile
e l'ombra di un eterno riarmo
ricopre il cielo.
Viene conferita
per la diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all'amico,
per i tradimento di segreti obbrobriosi
e l'inosservanza
di tutti gli ordini.

sabato 1 gennaio 2011

Boris Pasternak

Esser famoso non è bello

Esser famoso non è bello
non è questo che ci leva in alto.
Non bisogna tenere un archivio,
trepidare per i manoscritti.

Fine dell’opera è dare tutto di sé,
e non il successo, lo scalpore.
E’ vergognoso, quando non si è nulla,
diventare per tutti una leggenda.



Ma bisogna vivere senza impostura,
vivere così che alla fine
ci si attiri l’amore degli spazi,
che si oda l’appello del futuro.

E le lacune si debbono lasciare
nella sorte, e non fra le carte,
passi e capitoli dell’intera vita
segnando a margine.

E immergersi nell’anonimo
e i propri passi celarvi,

come nella nebbia si cela una contrada,
quando più nulla vi si vede.

Gli altri sulla viva orma
seguiranno palmo a palmo il tuo cammino,
ma la sconfitta dalla vittoria non tu devi distinguerla.

E neanche d’un minimo devi
venir meno all’uomo,
ma essere vivo, vivo e null’altro,
vivo e null’altro sino in fondo.




(trad. Angelo Maria Ripellino)

domenica 19 dicembre 2010

Vargas Llosa,, discorso dal Nobel

(...) Dalla caverna ai grattacieli, dalla garrota alle armi di distruzione di massa, dalla vita tautologica della tribù all’era della globalizzazione, le finzioni della letteratura hanno moltiplicato le esperienze umane, impedendo che noi uomini e donne soccombessimo al letargo, all’indifferenza, alla rassegnazione. 
Niente ha seminato tanto l’inquietudine, smosso tanto l’immaginazione e i desideri, come questa vita di invenzioni, che aggiungiamo a quella che abbiamo grazie alla letteratura, per essere protagonisti delle grandi avventure, delle grandi passioni che la vita vera non ci darà mai. Le invenzioni della letteratura diventano verità attraverso di noi, i lettori trasformati, contaminati dai desideri e, per colpa della finzione, in permanente contraddizione con la mediocre realtà. 
Stregoneria che, mentre ci illudiamo di avere quello che non abbiamo, essere quello che non siamo, accedere a questa impossibile esistenza in cui, come dei pagani, ci sentiamo terreni ed eterni allo stesso tempo, la letteratura introduce nei nostri spiriti l’anticonformismo e la ribellione, che sono dietro tutte le imprese che hanno contribuito a diminuire la violenza nelle relazioni umane. A diminuire la violenza, non a sconfiggerla. 
Perché la nostra sarà sempre, per fortuna, una storia inconclusa. Per questo dobbiamo continuare sognando, leggendo e scrivendo, il modo più efficace che abbiamo trovato per alleviare la nostra condizione mortale, per sconfiggere il tarlo del tempo e per trasformare in possibile l’impossibile.

Christine Busta

Muttersprache 


Nicht, was die Mutter sagt, 
beruhigt und tröstet die Kinder. 
Sie verstehen’s zunächst noch gar nicht. 

Wie sie es sagt, der Tonfall, der Rhythmus, 
die Monotonie der Liebe 
in den wechselnden Lauten 
öffnet die Sinne dem Sinn der Worte, 
bringt uns ein in die Muttersprache. 

Ein Gleiches 
geschieht auch 
im Gedicht.

 
 Madrelingua

Non quel che la mamma dice
quieta e consola i bimbi.
A tutta prima neanche lo capiscono. 

Come lo dice,
il timbro, il ritmo,
la monotonia dell'amore
nei suoi monotoni suoni
schiude i sensi al senso delle parole, 
introduce alla linguamadre. 

Un che d'analogo
avviene anche
con la poesia.

 La bibliotecaria poetessa: Christine Busta   (poetessa austriaca)

giovedì 16 dicembre 2010

Gabriel Pacheco (Mexico)



el abismo,

(dice alguien: un espejo negro)
y de él
(del tintero)
un conejo dice:

Alicia, Alicia...


("el mundo existe porque existe el libro")



http://gabriel-pacheco.blogspot.com/

mercoledì 15 dicembre 2010

Antonia Pozzi

Poesia che mi guardi


"È il 2 dicembre 1938, Milano. Una giovane donna esce di casa presto, come fa tutte le mattine, per andare a insegnare. Ma se ne va dalla scuola in anticipo, due ore prima del previsto.

(...)

 http://bibliogarlasco.blogspot.com/2010/12/poesia-che-mi-guardi.html

domenica 12 dicembre 2010

Il respiro 2

 Antonia Pozzi, - Parole, a cura di A. Cenni e O. Dino, 2^ ed. ampliata (289 poesie, compresi 2 frammenti), Garzanti, Milano, in  www.antoniapozzi.it


Respiro

Abbandono notturno
sul masso
al limite della pineta
e il tuo strumento fanciullesco
lentamente
a dire
che una stella
due stelle
sono nate
dal grembo del nevaio
ed un’altra sprofonda
dove la roccia è nera -

ed un lume va solo
sul ciglio del ghiacciaio
più grande di una stella
più fioco -
forse la lampada di un pastore -
la lampada di un uomo vivo
sul monte -
colloquio intraducibile
del tuo strumento
col lume dell’uomo vivo -

ascesa inesorabile dell’anima
di là dal sonno -
di là dal nero informe
stupore delle cose -

abbandono notturno
sul masso
al limite della pineta -

Breil (Pasturo), 13 agosto 1933 




Ora la poesia integrale di Antonia Pozzi edita da Sossella con dvd

http://www.lucasossellaeditore.it/Catalogo/Mente/Poesia-che-mi-guardi

giovedì 9 dicembre 2010

Il respiro

 Ingeborg Bachmann, "Il gioco è finito", Invocazione all'Orsa Maggiore, Edizione SE, trad. L. Reitani

Mio caro fratello, quando costruiremo una zattera
per scendere giù lungo il cielo?
Mio caro fratello, presto sarà il carico immenso
e noi affonderemo.

Mio caro fratello, sul foglio tracciamo
molti paesi e binari.
Sta attento, su quelle linee nere
con le mine potresti saltare.

Mio caro fratello, poi voglio gridare
legata stretta al palo.
Ma tu già cavalchi dalla valle dei morti
e insieme fuggiamo.

Desti nel campo di zingari e desti in tenda nel deserto
scorre sabbia dai nostri capelli,
la tua, la mia età e l'età della terra
non si misura con gli anni

Non lasciarti ingannare dall'astuzia dei corvi,
da una zampa vischiosa di ragno, dalla penna nel rovo,
nel paese della cuccagna non mangiare e non bere,
schiuma apprenza da padelle e bicchieri

Solo chi al ponte d'oro, per la fata rubino,
la parola sa ancora, ha vinto.
Devo dirti che con l'ultima neve
si è sciolta nel giardino.

Han piaghe i nostri piedi per molte e molte pietre.
Uno è sano. Con lui salteremo,
finchè il re dei fanciulli con in bocca la chiave del regno
non ci prenderà con sé e noi canteremo:

E' una bella stagione, quando il dattero è in fiore!
Chi cade ha le ali.
Purpurea digitale orla il sudario dei poveri,
e il tuo tesoro sul mio sigillo come foglia cala.

Si va a dormire, caro, il gioco è finito.
In punta di piedi. Si gonfiano le camicie bianche,
Papà e mamma dicono che ci sono i fantasmi
quando scambiamo il respiro.

giovedì 25 novembre 2010

La lingua, ancora


Scriveva Paul Celan nel 1958, in un discorso a Brema, in occasione di un premio letterario:

«Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua».

mercoledì 17 novembre 2010

Il brusio della lingua

Roland Barthes, Il brusio della lingua, Einaudi 1988, pp. 79-81;  Le bruissement de la langue, 1984

 
“La parola è irreversibile, questa è la sua fatalità. Ciò che è stato detto non può più essere modificato, se non aumentandolo: correggere vuol dire qui, stranamente, aggiungere. Parlando non posso mai cancellare, sopprimere, annullare; tutto quel che posso fare è dire «annullo, cancello, rettifico» – insomma, ancora parlare. Chiamerò «balbettio» tale singolarissimo annullamento per via di aggiunte.
Il balbettio è un messaggio due volte mancato: da una parte lo si capisce male, ma dall’ altra, con un certo sforzo, lo si capisce comunque; non è veramente né nella lingua né al di fuori di essa: è un rumore del linguaggio paragonabile a quella serie di crepitii con i quali un motore ci segnala di non essere a punto; è proprio questo il senso del perdere colpi, segno sonoro di un tracollo che si profila nel funzionamento dell’oggetto. Il balbettio (del motore o del soggetto) è, in sostanza, una paura: ho paura di dovermi fermare strada facendo.
(...)
 
Il brusio è il rumore di ciò che funziona bene. Ne deriva il seguente paradosso: i1 brusio denota un rumore limite, impossibile, il rumore di ciò che, funzionando alla perfezione, non fa rumore; il brusio è l’evaporazione stessa del rumore: il tenue, il confuso, il tremulo sono percepiti come i segni di un annullamento sonoro.
 (...)
E la lingua, può produrre brusio? In quanto parola, sembrerebbe condannata al balbettio; come scrittura, al silenzio e alla distinzione dei segni: in ogni caso, rimane sempre troppo senso perché il linguaggio giunga a un godimento proprio alla sua materia. Ma quel che è impossibile non è inconcepibile: il brusio della lingua forma un’utopia.
(...)

Mi immagino oggi un po’ alla maniera dei Greci antichi, cosi come li descrisse Hegel: interrogavano, sosteneva, con passione e senza stancarsi il brusio delle fronde, delle sorgenti, dei venti, insomma il fremito della Natura, per trovarvi il disegno di un’intelligenza. Ed io interrogo il fremito del senso ascoltando il brusio del linguaggio – di quel linguaggio che è la mia Natura peculiare di uomo moderno.”

venerdì 5 novembre 2010

Ai naviganti


Luigi Ghirri, Niente di antico sotto il sole

"Anche l'ascolto del bollettino per i naviganti mi fa sempre uno strano 

effetto. Trasmesso giornalmente alla radio, con il suo susseguirsi 

monotono di nodi e forza sei e sette, richiama alla mente, più che 

marosi e avventure in mari inesplorati, la dolce nenia delle onde 

che si adagiano sulla sabbia di qualche spiaggia"





venerdì 15 ottobre 2010

Emily Dickinson, Grief is a Mouse

Il dolore è un topo -
sceglie l’intercapedine nel petto
per timido nido  -
ed elude la caccia -
Il dolore è un ladro - rapido nel trasalire -
tende l’orecchio - per cogliere un suono
di quel vasto buio -
che ha trascinato la sua vita - indietro -
Il dolore è un giocoliere – ardito nell’esibirsi -
perché se  esita  - l’occhio per di lì
non colga  i suoi lividi – siano uno o tre -
Il dolore è un buongustaio - moderato nel lusso -
Il dolore migliore non ha lingua  -
prima che parli – bruciatelo in piazza -
le sue ceneri – lo faranno
forse – se rifiutano – come sapere  -
ormai nemmeno la tortura ne caverebbe una sillaba.
(Poesia n.  793)
Poesie, testo inglese a fronte, Newton Compton 2010

martedì 31 agosto 2010

Memoria

"Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del possesso delle cose contava la memoria di esse, la memoria di fronte alla quale ogni possesso, in sè, non può apparire che delusivo, banale, insufficiente".

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi Contini, parte IV

venerdì 20 agosto 2010

L'acqua 1

Anne Carson, Antropologia dell’acqua, Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio
a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello Donzelli Editore, 2010

L’acqua non è una cosa che puoi trattenere. Come gli uomini. Ho provato. Padre, fratello, amante, amici veri, fantasmi affamati e Dio, uno per uno, tutti mi sono scivolati via dalle mani. Forse è così che deve essere quello che gli antropologi chiamano il “rischio medio” dell’incontro con altre culture. Fu un antropologo a spiegarmi cosa fosse il rischio. Sottolineava l’importanza di usare, parlando di queste cose, il termine incontro piuttosto che ad esempio scoperta. Pensala come differenza – disse – tra il credere ciò che vuoi credere e il credere ciò che può essere provato. Ci pensai. Non voglio credere a nulla, dissi. (Ma mentivo). E non ho nulla di dimostrare. (Mentivo ancora). Mi piace soltanto viaggiare nel mondo e fermarmi, osservando cosa c’è sotto il cielo. (Questo è vero).

mercoledì 4 agosto 2010

Gianni Celati, lezione di tenebre


 
Gianni Celati, Sonetti del Badalucco, Feltrinelli 2010

 Prima lezione di tenebre

Solo di tenebre posso dar lezione,
la chiarezza la lascio a chi è più matto;
non l’ebbi da mio padre in dotazione,
che assai poco mi lasciò di fatto.

Il padre affetto da un male al polmone,
cosa lasciò in eredità a Vecchiatto?
La pioggia che lo bagna e decompone,
il freddo che lo gela e rende sfatto,

le ceneri d’una vaga ambizione
di trovare chissà dove un riscatto
dalla mortale umana condizione,
mentre è nella greve gora attratto.

Ma gli lasciò poi anche la tendenza
a viver come tutti d’incoscienza.

Seconda  lezione di tenebre

Di tenebre si tace e chi ne parla
è dal consorzio civile isolato,
perché ogni tizio un po’ civilizzato
deve sempre mostrar con la sua ciarla

che sa dov’è la luce. E trascinato
dai discorsi degli altri  (che poi a farla,
la luce, ci pensan poco) può darla   
come un dato di fatto assicurato.

Dopo di che, ogni furbo che straparla,
con nuovi lumi oscuri come il fato,                              
succhierà soldi al tizio costernato
dal timore del buio che lo tarla.

Vecchiatto non vuol certo aver ragione,
ma rende omaggio al nostro tenebrone.

sabato 24 luglio 2010

Leo Leonni , Federico


Lungo il prato, dove un tempo pascolavano le mucche, c’era un vecchio muro. Fra le pietre del muro, vicino al granaio, cinque allegri topi di campagna avevano costruito la loro casa. Ma quando i contadini avevano abbandonato la fattoria, il granaio era rimasto vuoto. L’inverno si avvicinava e i topolini dovettero pensare alle scorte. Giorno e notte si davano da fare a raccogliere grano e noci, fieno e bacche. Lavoravano tutti. Tutti tranne Federico. 
"Federico, perché non lavori?" chiesero. Come non lavoro, rispose Federico un po’ offeso. "Sto raccogliendo i raggi del sole per i gelidi giorni d’inverno". E quando videro Federico seduto su una grossa pietra, gli occhi fissi sul prato, domandarono: "E ora, Federico, che cosa fai?"
" Raccolgo i colori ", rispose Federico con semplicità. "L’inverno è grigio"
Un’altra volta ancora, Federico se ne stava accoccolato all’ombra di una pianta. "Stai sognando, Federico? " gli chiesero con tono di rimprovero. Federico rispose: "Oh, no! Raccolgo le parole. Le giornate d’inverno sono tante e lunghe. Rimarremo senza nulla da dirci".
Venne l'inverno e quando cadde la prima neve, i topolini si rifugiarono nella tana tra le pietre. In principio si rimpinzarono allegramente e si divertirono a raccontarsi storie di gatti sciocchi e volpi rimbambite. Ma, a poco a poco, consumarono gran parte delle noci e delle bacche, il fieno finì e il grano era solo un lontano ricordo. Nella tana si gelava e nessuno aveva più voglia di chiacchierare. Improvvisamente si ricordarono ciò che Federico aveva detto del sole, dei colori e delle parole. 
"E le tue provviste, Federico?" chiesero. "Chiudete gli occhi ", disse Federico, mentre si arrampicava sopra un grosso sasso. "ecco, ora vi mando i raggi del sole. Caldi e vibranti come oro fuso..." e mentre Federico parlava, i quattro topolini cominciarono a sentirsi più caldi. Era la voce di Federico? Era magia? "e i colori, Federico?" chiesero ansiosamente. "Chiudete ancora gli occhi ", disse Federico. E quando parlò del blu dei fiordalisi, dei papaveri rossi nel frumento giallo, delle foglioline verdi dell'edera, videro i colori come se avessero tante piccole tavolozze nella testa. 
"E le parole, Federico?" Federico si schiarì la gola, aspettò un momento, e poi, come da un palcoscenico, disse: 
"Chi fa la neve il prato , il ruscello? Chi fa il tempo brutto oppure bello? Chi dà il colore alle rose e alle viole? Chi accende la luna e il sole? Quattro topini, azzurri di pelo, che stanno lassù a guardarci dal cielo. Uno fa il sole e l'aria leggera e si chiama topino di Primavera. Bouquets profumati... serenate, ce li regala il topino dell'Estate. Il topino d'Autunno fa scialli e ricami con foglie dorate strappate dai rami. Il topino d'Inverno, purtroppo si sa, ci dà questa fame... e il freddo che fa. Le stagioni sono quattro. Ma a volte vorrei che fossero sette, o cinque, o sei. " Quando Federico ebbe finito, i topolini scoppiarono in un caloroso applauso. " Ma Federico", dissero, " tu sei un poeta! Ti faremo una corona d'alloro!"
Federico arrossì, abbassò gli occhi confuso, e timidamente rispose: 
" Non voglio applausi, non merito alloro. Ognuno, in fondo, fa il proprio lavoro".

domenica 18 luglio 2010

Microliti, Paul Celan

Paul Celan, Microliti, Zandonai, 2010
«Microliti sono, pietruzze appena percepibili, lapilli minuscoli nel tufo denso della tua esistenza – e ora tenti, povero di parole e forse già irrevocabilmente condannato al silenzio, di raccoglierli a cristalli? Rifornimenti sembri attendere – donde dovrebbero venire, di’?». (1956)

Mikrolithen sinds, Steinchen, kaum wahrnehmbar, winzige Einsprenglinge im dichten Tuff deiner Existenz – und nun versuchst du, wortarm und vielleicht schon unwiderruflich zum Schweigen verurteilt, sie zusammenzulesen zu Kristallen? Auf Nachschübe scheinst du zu warten – woher sollen die kommen, sag?