Hesiodus, Erga, vv. 582-596, trad. F. Cinti
Quando il cardo fiorisce e l’echeggiante
Cicala appesa a un albero il suo acuto
Canto riversa fitto sotto le ali,
Nella spossante stagione d’estate,
Allora grasse assai sono le capre
E ottimo il vino, ardenti assai le donne,
Gli uomini molto fiacchi, perché il capo
E le ginocchia Sirio fa avvampare,
Riarsa è la pelle sotto la calura;
Possa esserci una pietra ombrosa e vino
Di Biblo e una focaccia al latte e latte
Di una capra che ormai più non allatta
E carne di giovenca delle selve,
Che non abbia figliato, e di capretti
Appena nati; bere vino nero
Seduto all’ombra, sazio del banchetto,
Rivolto il viso a Zefiro veloce;
Di una fonte perenne e giù corrente,
Pura, versare tre misure d’acqua,
La quarta poi aggiungere di vino.
lunedì 30 luglio 2007
venerdì 27 luglio 2007
giovedì 26 luglio 2007
L'attesa

Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Torino, Einaudi, 1979, trad. R. Gaudieri, p. 42
"Sono innamorato? - Sì, poiché sto aspettando". L'altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell'innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.
(Nel transfert, si aspetta sempre - dal medico, dal professore, dall'analista. Ancora più evidentemente: se sto aspettando allo sportello d'una banca, o alla partenza d'un aereo, subito stabilisco un rapporto aggressivo con l'impiegato, con l'hostess, la cui indifferenza svela e irrita la mia sudditanza; si può così dire che, ove vi è attesa, vi è transfert: io dipendo da una persona che si fa a mezzo e che impiega del tempo a darsi - come se si trattasse di far scemare il mio desiderio, d'infiacchire il mio bisogno. Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, "passatempo millenario dell'umanità").
Il quadro è di Felice Casorati.
"Sono innamorato? - Sì, poiché sto aspettando". L'altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell'innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.
(Nel transfert, si aspetta sempre - dal medico, dal professore, dall'analista. Ancora più evidentemente: se sto aspettando allo sportello d'una banca, o alla partenza d'un aereo, subito stabilisco un rapporto aggressivo con l'impiegato, con l'hostess, la cui indifferenza svela e irrita la mia sudditanza; si può così dire che, ove vi è attesa, vi è transfert: io dipendo da una persona che si fa a mezzo e che impiega del tempo a darsi - come se si trattasse di far scemare il mio desiderio, d'infiacchire il mio bisogno. Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, "passatempo millenario dell'umanità").
Il quadro è di Felice Casorati.
venerdì 20 luglio 2007
Prestidigitazione?
"Il funambolismo è una forma di poesia? Credo di sì. Petit, rievocando l'impresa, dice di aver pensato spesso ad un celebre mago, René Lavand, che aveva un braccio solo e faceva con le carte cose stupefacenti. Ai suoi amici illusionisti diceva: si può fare anche con due mani".
(Paolo Mauri su Philippe Petit, la Repubblica, 23 giugno 2003)
Renè Lavand
vedi il video del suo lentissimo gioco con le carte: No se puede hacer mas lento
http://it.youtube.com/watch?v=KS1ogWcIO5Q
(Paolo Mauri su Philippe Petit, la Repubblica, 23 giugno 2003)
Renè Lavand
vedi il video del suo lentissimo gioco con le carte: No se puede hacer mas lento
http://it.youtube.com/watch?v=KS1ogWcIO5Q
mercoledì 18 luglio 2007
Fili
"C'è un'idea, in quello che scrivo, senza la quale non avrei dato un centesimo per l'intero lavoro. E' l'idea più bella e piena, e il suo prendere corpo è un trionfo di pazienza e di ingegno. Dovrei lasciare a qualcun altro il compito di dirlo: ma il fatto che nessuno lo dica è precisamente ciò di cui stiamo parlando. E' la piccola magia che scorre da un capo all'altro dei miei libri; il resto, al confronto, si ferma alla superficie. L'ordine, la forma, la tessitura dei miei romanzi saranno forse un giorno, per gli iniziati, una rappresentazione completa di tutto ciò. Dunque, è questo che i critici devono cercare. Direi addirittura - soggiunse con un sorriso - che è quello che i critici devono trovare".Henry James, La figura nel tappeto, Sellerio, Palermo, 2002, trad. it. B. Bini
lunedì 16 luglio 2007
Un altro castello
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, Torino, Einaudi, 1973
In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti.
Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo.
Ero senza fiato; le gambe mi reggevano appena; da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un ordine nè ai movimenti nè ai pensieri.
Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone - certamente anch'essi ospiti di passaggio , che m'avevano preceduto per le vie della foresta - sedevano a cena attorono a un desco illuminato da candelieri.
(...)
Uno dei commensali tirò a sè le carte sparse, lasciando sgombra una larga parte del tavolo; ma non le radunò in mazzo nè le mescolò; prese una carta e la posò davanti a sè. Tutti notammo la somiglianza tra il suo viso e quello della figura, e ci parve di capire che con quella carta egli voleva dire "io" e che s'accingeva a raccontare la sua storia.
(...)
Certamente anche la mia storia è contenuta in questo intreccio di carte, passato presente futuro, ma io non so più distinguerla dalle altre. La foresta, il castello, i tarocchi m'hanno portato a questo traguardo: a perdere la mia storia, a confonderla nel pulviscolo delle storie, a liberarmene.
http://www.italocalvino.net/
http://www.italocalvino.it/
In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti.
Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo.
Ero senza fiato; le gambe mi reggevano appena; da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un ordine nè ai movimenti nè ai pensieri.
Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone - certamente anch'essi ospiti di passaggio , che m'avevano preceduto per le vie della foresta - sedevano a cena attorono a un desco illuminato da candelieri.
(...)
Uno dei commensali tirò a sè le carte sparse, lasciando sgombra una larga parte del tavolo; ma non le radunò in mazzo nè le mescolò; prese una carta e la posò davanti a sè. Tutti notammo la somiglianza tra il suo viso e quello della figura, e ci parve di capire che con quella carta egli voleva dire "io" e che s'accingeva a raccontare la sua storia.
(...)
Certamente anche la mia storia è contenuta in questo intreccio di carte, passato presente futuro, ma io non so più distinguerla dalle altre. La foresta, il castello, i tarocchi m'hanno portato a questo traguardo: a perdere la mia storia, a confonderla nel pulviscolo delle storie, a liberarmene.
http://www.italocalvino.net/
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venerdì 13 luglio 2007
Il castello
Franz Kafka, Il castello, in I romanzi, Milano, Mondadori, 1998, trad A. Rho
Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello. K. si fermò a lungo sul ponte di legno che conduceva dalla strada maestra al villaggio e guardò su nel vuoto apparente.
Poi andò a cercarsi un tetto; nell'osteria erano ancora svegli, l'oste non aveva stanze da appigionare, ma, molto sorpreso e sconcertato per quel cliente tardivo, gli propose di farlo dormire nella sala su un pagliericcio. K. accettò. Alcuni contadini erano ancora seduti davanti ai loro boccali di birra, ma egli non volle parlare con nessuno, andò lui stesso a prendersi il pagliericcio in solaio, e si coricò vicino alla stufa. Faceva caldo; i contadini erano silenziosi, K. li guardò ancora per qualche minuto con gli occhi stanchi, poi s'addormentò.
Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello. K. si fermò a lungo sul ponte di legno che conduceva dalla strada maestra al villaggio e guardò su nel vuoto apparente.
Poi andò a cercarsi un tetto; nell'osteria erano ancora svegli, l'oste non aveva stanze da appigionare, ma, molto sorpreso e sconcertato per quel cliente tardivo, gli propose di farlo dormire nella sala su un pagliericcio. K. accettò. Alcuni contadini erano ancora seduti davanti ai loro boccali di birra, ma egli non volle parlare con nessuno, andò lui stesso a prendersi il pagliericcio in solaio, e si coricò vicino alla stufa. Faceva caldo; i contadini erano silenziosi, K. li guardò ancora per qualche minuto con gli occhi stanchi, poi s'addormentò.
sabato 7 luglio 2007
Le nuvole di Fabrizio de Andrè
Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardino con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell' airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono lì tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardino con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell' airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono lì tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.
giovedì 21 giugno 2007
Che cosa sono le nuvole?
P.P. Pasolini, Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, Milano: A. Mondadori, 2001
Che cosa sono le nuvole - scena finale
Una lunga soggettiva, che fa rigirare vertiginosamente terra, cielo e immondezza, dei due corpi che rotolano, urlando di spavento./Finchè l'obiettivo, immobile, punta in alto, contro l'immenso cielo azzurro dove corrono veloci delle bianche nuvole. /Nella faccia spaccata e gonfia di Otello gli occhi luccicano di ardente curiosità, di intrattenibile gioia. /Anche gli occhi di Jago guardano strabiliati e in estasi quello spettacolo mai visto del cielo e del mondo.
"Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato!"
.....
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così
http://www.pasolini.net/
La canzone di chiusura è cantata da Domenico Modugno;
ascolta LA VERSIONE ORIGINALE
Che cosa sono le nuvole - scena finale
Una lunga soggettiva, che fa rigirare vertiginosamente terra, cielo e immondezza, dei due corpi che rotolano, urlando di spavento./Finchè l'obiettivo, immobile, punta in alto, contro l'immenso cielo azzurro dove corrono veloci delle bianche nuvole. /Nella faccia spaccata e gonfia di Otello gli occhi luccicano di ardente curiosità, di intrattenibile gioia. /Anche gli occhi di Jago guardano strabiliati e in estasi quello spettacolo mai visto del cielo e del mondo.
"Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato!"
.....
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così
http://www.pasolini.net/
La canzone di chiusura è cantata da Domenico Modugno;
ascolta LA VERSIONE ORIGINALE
sabato 16 giugno 2007
My favourite things (una canzone)
Raindrops on roses and whiskers on kittens
Bright copper kettles and warm woolen mittens
Brown paper packages tied up with strings
These are a few of my favorite things
Cream colored ponies and crisp apple streudels
Doorbells and sleigh bells and schnitzel with noodles
Wild geese that fly with the moon on their wings
These are a few of my favorite things
Girls in white dresses with blue satin sashes
Snowflakes that stay on my nose and eyelashes
Silver white winters that melt into springs
These are a few of my favorite things
When the dog bites
When the bee stings
When I'm feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don't feel so bad
http://www.youtube.com/watch?v=kfqh8x4Ku3E
Bright copper kettles and warm woolen mittens
Brown paper packages tied up with strings
These are a few of my favorite things
Cream colored ponies and crisp apple streudels
Doorbells and sleigh bells and schnitzel with noodles
Wild geese that fly with the moon on their wings
These are a few of my favorite things
Girls in white dresses with blue satin sashes
Snowflakes that stay on my nose and eyelashes
Silver white winters that melt into springs
These are a few of my favorite things
When the dog bites
When the bee stings
When I'm feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don't feel so bad
http://www.youtube.com/watch?v=kfqh8x4Ku3E
mercoledì 13 giugno 2007
Leggere

James Carroll Beckwith (Hannibal 1852-New York 1917), Girl reading
http://www.letturaweb.net/jsp/raccolte/raccolte.jsp
martedì 12 giugno 2007
Saramago, Il viaggio
Josè Saramago, Viaggio in Portogallo, Torino: Einaudi, 1999, trad. Rita Desti.
... il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio, sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
www.einaudi.it
... il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio, sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
www.einaudi.it
sabato 9 giugno 2007
Benjamin, La tecnica dello scrittore in tredici tesi
Walter Benjamin, Strada a senso unico, Torino: Einaudi, PBE, 2006
I. Chi intende procedere alla stesura di un'opera di vasto respiro si dia buon tempo e, al termine della fatica giornaliera, si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.
II. Parla di quanto hai già scritto, se vuoi, ma non farne lettura finché il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.
III. Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana. Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l'accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepito di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l'orecchio interiore, quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé persino i rumori discordanti.
IV. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carta, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.
V. Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, e tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri.
VI. Rendi la tua penna sdegnosa verso l'ispirazione ed essa l'attirerà a sé con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un'intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.
VII. Non smettere mai di scrivere perché non ti viene più in mente nulla. E' un imperativo dell'onore letterario interrompersi solo quando c'è da rispettare una scadenza (un pasto, un appuntamento) o quando l'opera è terminata.
VIII. Occupa una stasi dell'ispirazione con l'ordinata ricopiatura del già scritto. L'intuizione ne sarà risvegliata.
IX. Nulla dies sine linea: sì, però qualche settimana.
X. Non considerare mai perfetta un'opera che non t'abbia tenuto una volta a tavolino dalla sera fino a giorno fatto.
XI. La conclusione dell'opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.
XII. Gradi della composizione: pensiero, stile, scrittura. Il senso della bella copia è che in questa fase l'attenzione va ormai soltanto alla calligrafia. Il pensiero uccide l'ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.
XIII. L'opera è la maschera mortuaria dell'idea.
Centro studi Walter Benjamin: http://www.ominiverdi.com/walterbenjamin/
I. Chi intende procedere alla stesura di un'opera di vasto respiro si dia buon tempo e, al termine della fatica giornaliera, si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.
II. Parla di quanto hai già scritto, se vuoi, ma non farne lettura finché il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.
III. Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana. Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l'accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepito di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l'orecchio interiore, quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé persino i rumori discordanti.
IV. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carta, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.
V. Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, e tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri.
VI. Rendi la tua penna sdegnosa verso l'ispirazione ed essa l'attirerà a sé con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un'intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.
VII. Non smettere mai di scrivere perché non ti viene più in mente nulla. E' un imperativo dell'onore letterario interrompersi solo quando c'è da rispettare una scadenza (un pasto, un appuntamento) o quando l'opera è terminata.
VIII. Occupa una stasi dell'ispirazione con l'ordinata ricopiatura del già scritto. L'intuizione ne sarà risvegliata.
IX. Nulla dies sine linea: sì, però qualche settimana.
X. Non considerare mai perfetta un'opera che non t'abbia tenuto una volta a tavolino dalla sera fino a giorno fatto.
XI. La conclusione dell'opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.
XII. Gradi della composizione: pensiero, stile, scrittura. Il senso della bella copia è che in questa fase l'attenzione va ormai soltanto alla calligrafia. Il pensiero uccide l'ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.
XIII. L'opera è la maschera mortuaria dell'idea.
Centro studi Walter Benjamin: http://www.ominiverdi.com/walterbenjamin/
martedì 5 giugno 2007
Alice disambientata
Gianni Celati, (a cura di) Alice disambientata, Firenze: Le Lettere 2007
Materiali collettivi (su Alice) per un manuale di sopravvivenza, Bologna, 1976/77
Le poesiole per bimbi dell'epoca vittoriana. La letteratura didattica per l'infanzia, che Alice recita ma sbaglia sempre. (...) Queste erano poesiole-regalo ai bambini che obbedivano. Pericolo! attenzione! dovunque pericoli! Dire no. Riambientare i propri corpi sulla negazione e sulla difensiva. Corpi che hanno interiorizzato la disciplina.
La scuola: Sistema per ambientare ciascuno al suo posto, evitare la distribuzione per gruppi di spaesati, per bande sregolate. Sciogliere ogni modo di occupazione collettiva e svagata dello spazio. (...)
La letteratura per l'infanzia serviva a tutto questo, come si vede dalle poesiole didattiche. Sono libri per bambini buoni, contro i bambini anarchici e incontrollabili. Riambientare il bamtino in uno spazio dove, anche se non c'è sorveglianza, lui si sente sorvegliato.
Erano così le fiabe antiche? predicavano le stesse cose? inculcavano lo stesso tipo di timori? Nelle fiabe antiche c'è un dentro e un fuori. (...) La fiaba allora insegna un modello di comportamento anche per le zone dove l'individuo non è protetto dai rapporti sociali di alleanza e di parentela.
Tutto diverso dalla tecnica culturale della letteratura moderna (in particolare ottocentesca) per l'infanzia, che insegna invece ad evitare il fuori, l'estraneità, il pericolo, le contaminazioni: Insegna ad evitare di brutto tutto quello che è disambientamento.
Materiali collettivi (su Alice) per un manuale di sopravvivenza, Bologna, 1976/77
Le poesiole per bimbi dell'epoca vittoriana. La letteratura didattica per l'infanzia, che Alice recita ma sbaglia sempre. (...) Queste erano poesiole-regalo ai bambini che obbedivano. Pericolo! attenzione! dovunque pericoli! Dire no. Riambientare i propri corpi sulla negazione e sulla difensiva. Corpi che hanno interiorizzato la disciplina.
La scuola: Sistema per ambientare ciascuno al suo posto, evitare la distribuzione per gruppi di spaesati, per bande sregolate. Sciogliere ogni modo di occupazione collettiva e svagata dello spazio. (...)
La letteratura per l'infanzia serviva a tutto questo, come si vede dalle poesiole didattiche. Sono libri per bambini buoni, contro i bambini anarchici e incontrollabili. Riambientare il bamtino in uno spazio dove, anche se non c'è sorveglianza, lui si sente sorvegliato.
Erano così le fiabe antiche? predicavano le stesse cose? inculcavano lo stesso tipo di timori? Nelle fiabe antiche c'è un dentro e un fuori. (...) La fiaba allora insegna un modello di comportamento anche per le zone dove l'individuo non è protetto dai rapporti sociali di alleanza e di parentela.
Tutto diverso dalla tecnica culturale della letteratura moderna (in particolare ottocentesca) per l'infanzia, che insegna invece ad evitare il fuori, l'estraneità, il pericolo, le contaminazioni: Insegna ad evitare di brutto tutto quello che è disambientamento.
sabato 2 giugno 2007
Al faro

Dalla prefazione di Nadia Fusini a
Virginia Woolf, Al faro, Milano: Feltrinelli, 2003
Il significato non si raggiunge sempre così, come il Faro, a distanza di anni?
Per Virginia la vita è oltre il reale. Ha un’altra unità di tempo e di luogo. Appartiene al possibile, è incorporata all’antecedente. Come la madre è là dall’inizio. Perché nella realtà noi entriamo sempre in ritardo, come in un discorso già da sempre iniziato.
“Sì, certamente, se domani è bello”: il sì materno è la parola che dona e promette il possibile, con quel sì inizia Al Faro (e finisce Ulysses).
Un sì che è imposizione del silenzio, che è splendore che abbaglia. Vive dell’effetto della distanza, per il vuoto che si interpone.
Noi scopriamo con lei che l’occhio non serve a guardare, ma sente. E la sua essenza è la lacrima. La lacrima che acceca, annebbia, confonde, toglie la vista, ma dona la visione.
La dimensione propria del sentire sembrerebbe essere quella della prossimità. In Virginia sperimentiamo invece una dimensione pàtica che nasce in rapporto alla lontananza: sentiamo ciò che non è qui. Il mio prossimo è colui che è là, lontano da me. Prossima, urgente, attuale è solamente l’assenza. E questo significa che la vita sempre ci manca. O noi le manchiamo.
“Dicendole, non si rovinano forse le cose? avrebbe domandato la signora Ramsay. Non siamo tanto più espressivi così? Quell’istante, in ogni caso, sembrava di per sé estremamente fecondo. Scavò un buco nella sabbia e lo ricoprì, come per seppellirci la perfezione del momento. Era una goccia d’argento da cui attingere la luce, per illuminare la tenebra del passato.”
Per Virginia la vita è oltre il reale. Ha un’altra unità di tempo e di luogo. Appartiene al possibile, è incorporata all’antecedente. Come la madre è là dall’inizio. Perché nella realtà noi entriamo sempre in ritardo, come in un discorso già da sempre iniziato.
“Sì, certamente, se domani è bello”: il sì materno è la parola che dona e promette il possibile, con quel sì inizia Al Faro (e finisce Ulysses).
Un sì che è imposizione del silenzio, che è splendore che abbaglia. Vive dell’effetto della distanza, per il vuoto che si interpone.
Noi scopriamo con lei che l’occhio non serve a guardare, ma sente. E la sua essenza è la lacrima. La lacrima che acceca, annebbia, confonde, toglie la vista, ma dona la visione.
La dimensione propria del sentire sembrerebbe essere quella della prossimità. In Virginia sperimentiamo invece una dimensione pàtica che nasce in rapporto alla lontananza: sentiamo ciò che non è qui. Il mio prossimo è colui che è là, lontano da me. Prossima, urgente, attuale è solamente l’assenza. E questo significa che la vita sempre ci manca. O noi le manchiamo.
“Dicendole, non si rovinano forse le cose? avrebbe domandato la signora Ramsay. Non siamo tanto più espressivi così? Quell’istante, in ogni caso, sembrava di per sé estremamente fecondo. Scavò un buco nella sabbia e lo ricoprì, come per seppellirci la perfezione del momento. Era una goccia d’argento da cui attingere la luce, per illuminare la tenebra del passato.”
giovedì 31 maggio 2007
Dell'amore
Cecco Angiolieri, Rime, (a cura di G. Cavalli),
Qualunque giorno non veggio 'l mi' amore,
la notte come serpe mi travollo,
e sì mmi giro, che paio un bigollo,
tanta è la pena che sente 'l meo core.
Parmi la notte ben cento mili' ore,
dicendo: " Dio, sarà mma' dì, vedròllo? ";
e tanto piango, che tutto m'immollo,
ch' alcuna cosa m'aleggia 'l dolore.
Ed i' ne son da llei cosi cangiato:
ché 'nn-una [che]d e' giungo 'n sua contrada,
sì mmi fa dir ch'i' vi son troppo stato,
e ched i' voli, si ttosto me'n vada,
però ch'ell' ha 'l sul amor a ttal donato,
che per un mille più di me li aggrada.
Milano: Bur, 1979, sonetto XLIX.
Qualunque giorno non veggio 'l mi' amore,
la notte come serpe mi travollo,
e sì mmi giro, che paio un bigollo,
tanta è la pena che sente 'l meo core.
Parmi la notte ben cento mili' ore,
dicendo: " Dio, sarà mma' dì, vedròllo? ";
e tanto piango, che tutto m'immollo,
ch' alcuna cosa m'aleggia 'l dolore.
Ed i' ne son da llei cosi cangiato:
ché 'nn-una [che]d e' giungo 'n sua contrada,
sì mmi fa dir ch'i' vi son troppo stato,
e ched i' voli, si ttosto me'n vada,
però ch'ell' ha 'l sul amor a ttal donato,
che per un mille più di me li aggrada.
martedì 29 maggio 2007
Della morte
"Le parole a cosa servono, - diceva. - I morti rimangono con la bocca aperta per esalare perfino l'ultima parola ch'è in noi. Quando non rimane in essi nemmeno una minima parola, è allora che i morti parlano alfine. Bisogna cominciare ad ascoltarli quando anche l'ultima parola è esalata dalla loro bocca. Ogniqualvolta una cosa è detta essa diventa un'altra cosa; e noi non dobbiamo combattere per la libertà che è detta ogni giorno da tutti e che ogniqualvolta è detta è un'altra cosa: ma per quella libertà che è al di là del confine di tutte le parole dette. Ciò che resta nei morti dopo che essi hanno esalato fino all'ultima tutte le parole nostre. Tu forse m'intendi”
Giorgio Caproni, Un discorso infinito, in
AA. VV., Racconti dalla Resistenza, Torino: Einaudi, 2005
“Il mondo ha un volto d’arsura
Per chi si ferma a morire»
Emily Dickinson, Tutte le poesie, Milano: A. Mondadori, Meridiani, 1997, n. 715.
“Mi sono abituata da gran tempo ad essere morta”
S. Freud, Delirio e sogni nella Gradiva di Jensen, in Saggi sull'arte, la letteratura, il linguaggio, Torino: Boringhieri, 1969
Giorgio Caproni, Un discorso infinito, in
AA. VV., Racconti dalla Resistenza, Torino: Einaudi, 2005
“Il mondo ha un volto d’arsura
Per chi si ferma a morire»
Emily Dickinson, Tutte le poesie, Milano: A. Mondadori, Meridiani, 1997, n. 715.
“Mi sono abituata da gran tempo ad essere morta”
S. Freud, Delirio e sogni nella Gradiva di Jensen, in Saggi sull'arte, la letteratura, il linguaggio, Torino: Boringhieri, 1969
domenica 27 maggio 2007
Nina Berberova
Nina Berberova, Il giunco mormorante,
Milano: Adelphi, 1990, trad D. D'Elia
Fin dai primi anni della mia giovinezza, pensavo che ognuno di noi ha la propria no man's land, in cui è totale padrone di se stesso. C'è una vita a tutti visibile, e ce n'è un'altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. (...) Semplicemente, l'uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un'ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all'altra, e queste ore hanno una loro continuità.Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell'uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la linea generale dell'esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s'è mai incontrato con se stesso e c'è qualcosa di malinconico in questo pensiero. (...)
In questa no man's land, dove l'uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità o ascoltare musica in modo anch'esso inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza.
Forse in questa no man's land gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi, o provano una nuova scriminatura sulla testa calva, oppure sfogliano una rivista illustrata con immagini di belle donne seminude e muscolosi lottatori - non lo so, e non lo voglio sapere. Da bambini e persino da giovani (come probabilmente anche da vecchi) non sempre avvertiamo il bisogno di quest'altra vita. Ma non bisogna credere che quest'altra vita, questa no man's land, sia la festa e tutto il resto i giorni feriali. Non per questa via passa la distinzione: solo per quella del mistero assoluto e della libertà assoluta.
(Nina Berberova:1901-1993 -l'edizione in russo del Giunco mormorante è del 1953)
Milano: Adelphi, 1990, trad D. D'Elia
Fin dai primi anni della mia giovinezza, pensavo che ognuno di noi ha la propria no man's land, in cui è totale padrone di se stesso. C'è una vita a tutti visibile, e ce n'è un'altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. (...) Semplicemente, l'uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un'ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all'altra, e queste ore hanno una loro continuità.Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell'uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la linea generale dell'esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s'è mai incontrato con se stesso e c'è qualcosa di malinconico in questo pensiero. (...)
In questa no man's land, dove l'uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità o ascoltare musica in modo anch'esso inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza.
Forse in questa no man's land gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi, o provano una nuova scriminatura sulla testa calva, oppure sfogliano una rivista illustrata con immagini di belle donne seminude e muscolosi lottatori - non lo so, e non lo voglio sapere. Da bambini e persino da giovani (come probabilmente anche da vecchi) non sempre avvertiamo il bisogno di quest'altra vita. Ma non bisogna credere che quest'altra vita, questa no man's land, sia la festa e tutto il resto i giorni feriali. Non per questa via passa la distinzione: solo per quella del mistero assoluto e della libertà assoluta.
(Nina Berberova:1901-1993 -l'edizione in russo del Giunco mormorante è del 1953)
venerdì 25 maggio 2007
mercoledì 23 maggio 2007
Gadda, Notte di luna
Carlo Emilio Gadda, Notte di luna,
in L'Adalgisa. Disegni milanesi, Torino, Einaudi, 1963
Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica de’ cantieri, mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose e il lavoro è pieno di sudore e di polvere. Poi ori lontanissimi e uno zaffìro, nel cielo: come cigli, a tremare sopra misericorde sguardo. Quello che, se poseremo, ancora vigilerà. I battiti della vita sembra che uno sgomento li travolga come in una corsa precipite. Ci ha detersi la carità della sera; e dove alcuno aspetta, muoviamo: perché nostra ventura abbia corso, e nessuno la impedirà. Perché poi avremo a riposare.
Lucide magnolie specchiavano il lume delle prime gemme tremanti nel cielo: ma le ombre, frammezzo tutte le piante, si facevano nere.
La moltitudine delle piante pareva raccogliersi nell'orazione, siccome del giorno conchiuso doveva dirsi grazie ad Alcuno, a Chi ha disegnato gli eventi, il nero dei monti dentro la infinità buia della notte. Gli alti alberi, immersi più nella notte, pensavano per primi. E gli arbusti, poi, e gli alberi giovani, che ancora sono compagni delle erbe e ne aspirano da presso il malioso profumo: e le erbe folte e i cespi con turgidi fiori e tutti gli steli frammisti dell'arborea semenza riprendevano ancora quel pensiero che i grandi avevano inizialmente proposto.
(...)
Il vento, a folate, accorse dai crinali e dalle gole nere dei monti, ove un fragore è nel fondo. Sciogliendo la sua corsa verso l'aperto, vi respiravano a quando a quando, con un lento respiro, gli abeti: o i faggi dalle radici aggrovigliate. Così dei lontani si sa tutto, ed anche i dolori.
in L'Adalgisa. Disegni milanesi, Torino, Einaudi, 1963
Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica de’ cantieri, mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose e il lavoro è pieno di sudore e di polvere. Poi ori lontanissimi e uno zaffìro, nel cielo: come cigli, a tremare sopra misericorde sguardo. Quello che, se poseremo, ancora vigilerà. I battiti della vita sembra che uno sgomento li travolga come in una corsa precipite. Ci ha detersi la carità della sera; e dove alcuno aspetta, muoviamo: perché nostra ventura abbia corso, e nessuno la impedirà. Perché poi avremo a riposare.
Lucide magnolie specchiavano il lume delle prime gemme tremanti nel cielo: ma le ombre, frammezzo tutte le piante, si facevano nere.
La moltitudine delle piante pareva raccogliersi nell'orazione, siccome del giorno conchiuso doveva dirsi grazie ad Alcuno, a Chi ha disegnato gli eventi, il nero dei monti dentro la infinità buia della notte. Gli alti alberi, immersi più nella notte, pensavano per primi. E gli arbusti, poi, e gli alberi giovani, che ancora sono compagni delle erbe e ne aspirano da presso il malioso profumo: e le erbe folte e i cespi con turgidi fiori e tutti gli steli frammisti dell'arborea semenza riprendevano ancora quel pensiero che i grandi avevano inizialmente proposto.
(...)
Il vento, a folate, accorse dai crinali e dalle gole nere dei monti, ove un fragore è nel fondo. Sciogliendo la sua corsa verso l'aperto, vi respiravano a quando a quando, con un lento respiro, gli abeti: o i faggi dalle radici aggrovigliate. Così dei lontani si sa tutto, ed anche i dolori.
martedì 22 maggio 2007
Char, Pierres vertes
Renè Char, Le vicinanze di Van Gogh, Milano: SE, 2005,
a cura di Cosimo Ortesta
S'endormir dans la vie, s'éveiller par la vie, savoir la mort, nous laisse indigent, l'esprit rougé, les flancs meurtris.
Addormentarsi nella vita, svegliarsi con la vita, sapere la morte, ci lascia indigenti, smangiato l'animo, i fianchi straziati.
L'imprécision du temps a besoin, elle aussi, d'etre vécue. Comme l'accrue du mot.
L'imprecisione del tempo, anch'essa, ha bisogno di essere vissuta. Come il sedimentarsi della parola.
"Ma solitude, où tiens-tu mon désir enfoui?"
"Mia solitudine, dove tieni il mio desiderio sepolto?"
...Bergeronnette, bonne fete!
...Buona festa, ballerina!
a cura di Cosimo Ortesta
S'endormir dans la vie, s'éveiller par la vie, savoir la mort, nous laisse indigent, l'esprit rougé, les flancs meurtris.
Addormentarsi nella vita, svegliarsi con la vita, sapere la morte, ci lascia indigenti, smangiato l'animo, i fianchi straziati.
L'imprécision du temps a besoin, elle aussi, d'etre vécue. Comme l'accrue du mot.
L'imprecisione del tempo, anch'essa, ha bisogno di essere vissuta. Come il sedimentarsi della parola.
"Ma solitude, où tiens-tu mon désir enfoui?"
"Mia solitudine, dove tieni il mio desiderio sepolto?"
...Bergeronnette, bonne fete!
...Buona festa, ballerina!
lunedì 21 maggio 2007
sabato 19 maggio 2007
D. Walkott
Dereck Walkott, Mappa del nuovo mondo,
Milano: Adelphi, 1987, trad. G. Forti
Vivo sull'acqua,
solo. Senza moglie nè figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo: una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,
ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per via, fuorchè il bisogno
di fardelli. L'amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla
alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,
e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.
Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono. E' più grande e duro
questo, di ciò che passa là per vita.
********
"L'amore con cui si rimettono a posto i frammenti di un vaso rotto è più forte di quello che ha creato la simmmetria che ne garantiva l'interezza"
(Dal Discorso per il conferimento del premio Nobel)
Milano: Adelphi, 1987, trad. G. Forti
Vivo sull'acqua,
solo. Senza moglie nè figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo: una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,
ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per via, fuorchè il bisogno
di fardelli. L'amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla
alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,
e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.
Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono. E' più grande e duro
questo, di ciò che passa là per vita.
********
"L'amore con cui si rimettono a posto i frammenti di un vaso rotto è più forte di quello che ha creato la simmmetria che ne garantiva l'interezza"
(Dal Discorso per il conferimento del premio Nobel)
giovedì 17 maggio 2007
Beckett, bisbiglia
Samuel Beckett, Testi per nulla, XIII, in
Primo amore, Novelle, Testi per nulla, Torino:Einaudi 1982 trad. C. Cignetti
Non è vero, sì è vero, è vero e non è vero, è silenzio e non è silenzio, non c'è nessuno e c'è qualcuno, niente impedisce niente. E la voce, la vecchia voce languente, potrebbe finalmente tacere, e non sarebbe vero, come non è vero che parla, non può parlare, non può tacere. E se ci fosse anche un giorno qui, dove non ci sono giorni, in questo luogo che non è un luogo, l'infattibile essere, nato dall'impossibile voce, e un barlume di giorno, tutto sarebbe silenzioso e vuoto e buio, come adesso, come tra breve, quando tutto sarà finito, tutto detto, dice lei, bisbiglia.
www.samuelbeckett.it
Primo amore, Novelle, Testi per nulla, Torino:Einaudi 1982 trad. C. Cignetti
Non è vero, sì è vero, è vero e non è vero, è silenzio e non è silenzio, non c'è nessuno e c'è qualcuno, niente impedisce niente. E la voce, la vecchia voce languente, potrebbe finalmente tacere, e non sarebbe vero, come non è vero che parla, non può parlare, non può tacere. E se ci fosse anche un giorno qui, dove non ci sono giorni, in questo luogo che non è un luogo, l'infattibile essere, nato dall'impossibile voce, e un barlume di giorno, tutto sarebbe silenzioso e vuoto e buio, come adesso, come tra breve, quando tutto sarà finito, tutto detto, dice lei, bisbiglia.
www.samuelbeckett.it
lunedì 14 maggio 2007
Un burattino
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Storia di un burattino,
Milano: Rizzoli 1949
Allora il burattino, perdutosi d'animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all'intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.
"Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo", disse dentro di sé.
E senza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a carriera distesa. E gli assassini sempre dietro.
E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto trafelato arrivò alla porta di quella casina e bussò.
Nessuno rispose.
Tornò a bussare con maggior violenza, perché sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso de' suoi persecutori.
Lo stesso silenzio. Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominciò per disperazione a dare calci e zuccate nella porta.
Allora si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall'altro mondo:
"In questa casa non c'è nessuno. Sono tutti morti."
"Aprimi almeno tu!" gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
"Sono morta anch'io."
"Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?"
"Aspetto la bara che venga a portarmi via".
Appena detto così, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.
"O bella bambina dai capelli turchini, gridava Pinocchio; aprimi per carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli assass..."
Ma non poté finir la parola, perché sentì afferrarsi per il collo, e le solite due vociaccie che gli brontolarono minacciosamente:"Ora non ci scappi più!"
(...)
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d'un color turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a battere più forte! Raddoppiando di forza e di energia si diè a nuotare verso lo scoglio bianco: ed era già a mezza strada, quando ecco uscir fuori dall'acqua e venirgli incontro una orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata, come una voragine, e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte.
(...)
Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel buio, e cominciò a camminare a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, avviandosi un passo dietro l'altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano.
E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d'acqua grassa e sdrucciolona, e quell'acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza quaresima.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato... che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
- Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!-
Milano: Rizzoli 1949
Allora il burattino, perdutosi d'animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all'intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.
"Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo", disse dentro di sé.
E senza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a carriera distesa. E gli assassini sempre dietro.
E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto trafelato arrivò alla porta di quella casina e bussò.
Nessuno rispose.
Tornò a bussare con maggior violenza, perché sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso de' suoi persecutori.
Lo stesso silenzio. Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominciò per disperazione a dare calci e zuccate nella porta.
Allora si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall'altro mondo:
"In questa casa non c'è nessuno. Sono tutti morti."
"Aprimi almeno tu!" gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
"Sono morta anch'io."
"Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?"
"Aspetto la bara che venga a portarmi via".
Appena detto così, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.
"O bella bambina dai capelli turchini, gridava Pinocchio; aprimi per carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli assass..."
Ma non poté finir la parola, perché sentì afferrarsi per il collo, e le solite due vociaccie che gli brontolarono minacciosamente:"Ora non ci scappi più!"
(...)
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d'un color turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a battere più forte! Raddoppiando di forza e di energia si diè a nuotare verso lo scoglio bianco: ed era già a mezza strada, quando ecco uscir fuori dall'acqua e venirgli incontro una orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata, come una voragine, e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte.
(...)
Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel buio, e cominciò a camminare a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, avviandosi un passo dietro l'altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano.
E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d'acqua grassa e sdrucciolona, e quell'acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza quaresima.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato... che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
- Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!-
venerdì 11 maggio 2007
Alice
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie
e Attraverso lo specchio, Torino: Einaudi, 1978, trad. R. Carano
Su quella bottiglia, comunque, non c'era scritto veleno, perciò Alice s'arrischiò ad assaggiarne il contenuto, e trovandolo molto gradevole (aveva infatti un gusto che era un misto di torta di ciliege, crema, ananas, tacchino arrosto, croccante e crostini imburrati) in breve lo scolò fino in fondo.
-Che strana sensazione! - disse Alice. - Forse mi sto accorciando come un telescopio!
(...)
Poco dopo i suoi occhi caddero su di una scatoletta di vetro sotto il tavolo; la aprì, e ci trovò dentro un biscotto piccolissimo, sul quale era scritta in belle lettere fatte di ribes la parola "MANGIAMI!". (...)
- Sempre più stranissimo! - gridò Alice (tanto stupita che lì per lì dimenticò come si parlava in buon italiano); -adesso mi sto allungando come il più gran telescopio mai esistito! Addio, piedi! -
(...) E continuò a pensare dentro di sè come risolvere la faccenda. "Devono viaggiare per corriere - pensò; - però sarà proprio buffo mandare regali ai propri piedi! E sembrerà curioso anche l'indirizzo!
All'illustrissimo Piede Destro di Alice
Tappeto davanti al Caminetto
presso il Parafuoco (da Alice con tanto affetto)
e Attraverso lo specchio, Torino: Einaudi, 1978, trad. R. Carano
Su quella bottiglia, comunque, non c'era scritto veleno, perciò Alice s'arrischiò ad assaggiarne il contenuto, e trovandolo molto gradevole (aveva infatti un gusto che era un misto di torta di ciliege, crema, ananas, tacchino arrosto, croccante e crostini imburrati) in breve lo scolò fino in fondo.
-Che strana sensazione! - disse Alice. - Forse mi sto accorciando come un telescopio!
(...)
Poco dopo i suoi occhi caddero su di una scatoletta di vetro sotto il tavolo; la aprì, e ci trovò dentro un biscotto piccolissimo, sul quale era scritta in belle lettere fatte di ribes la parola "MANGIAMI!". (...)
- Sempre più stranissimo! - gridò Alice (tanto stupita che lì per lì dimenticò come si parlava in buon italiano); -adesso mi sto allungando come il più gran telescopio mai esistito! Addio, piedi! -
(...) E continuò a pensare dentro di sè come risolvere la faccenda. "Devono viaggiare per corriere - pensò; - però sarà proprio buffo mandare regali ai propri piedi! E sembrerà curioso anche l'indirizzo!
All'illustrissimo Piede Destro di Alice
Tappeto davanti al Caminetto
presso il Parafuoco (da Alice con tanto affetto)
martedì 8 maggio 2007
Claudio Magris, Essere già stati
in Nadine Gordimer, Storie, Milano: Feltrinelli, 2005
E così Jerry è morto, pazienza, non è questo il guaio, né per lui né per nessuno, neanche per me che l'ho amato e dunque l'amo, perché l'amore non si coniuga - diomio, in quel senso sì, certo, ci mancherebbe altro, però l'amore ha la sua grammatica e non conosce tempi ma solo modi verbali, anzi uno solo, l'infinito presente, quando si ama è per sempre e via tutto il resto. Qualsiasi amore, di qualsiasi tipo. Non è vero che ti passa, niente ti passa, e proprio questo è spesso una bella disgrazia, ma te la porti dietro con te, come la vita, che anche quella non è che sia proprio una fortuna, solo che l'amore passa ancora meno che la vita, è là, come la luce delle stelle, chi se ne frega se sono vive o morte, splendono punto e basta e anche di giorno non le vedi ma sai che ci sono.
(...)
Ah, la modestia, la leggerezza di essere stati, quello spazio incerto e cedevole dove tutto è lieve come una piuma, contro la presunzione, il peso, lo squallore, lo sgomento di essere! Per carità, non parlo di nessun passato e tantomeno di nostalgia, che è stupida e fa male, come dice la parola, nostalgia, dolore del ritorno. Il passato è orrendo, noi siamo barbari e cattivi, ma i nostri nonni e bisnonni erano selvaggi ancor più feroci. Non vorrei certo essere, vivere alla loro epoca. No, dico che vorrei essere sempre già stato, esonerato dal servizio militare di esistere.
(...)
Essere fa male, non dà tregua. Fa' questo, fa' quest'altro, lavora, lotta, vinci, innamorati, sii felice, devi essere felice, vivere è questo dovere di essere felici, se no che vergogna. Sì, ce la metti tutta per obbedire, per essere bravo e buono e felice come è il tuo dovere, ma come si fa?, le cose ti cascano addosso, l'amore ti piomba sulla testa come un cornicione dal tetto, una brutta botta o peggio, cammini rasente ai muri per scansare quelle automobili impazzite ma i muri sono sbrecciati, pietre aguzze e vetri che ti scorticano e ti fanno sanguinare, sei a letto con qualcuno e per un attimo capisci cosa potrebbe e dovrebbe essere la vita vera ed è uno schianto insostenibile - raccogliere i vestiti buttati a terra, rivestirsi, via, uscire, per fortuna lì vicino c'è un bar, che buona cosa un caffè o una birra.
(...)
Ogni epilogo è felice, perché è un epilogo. Vai sul balcone, un po' di vento passa tra i gerani e le viole del pensiero, una goccia di pioggia scivola sul viso, se piove più forte ti piace ascoltare il tambureggiare dei goccioloni sulla tenda, quando cessa vai a fare due passi, scambi qualche parola col vicino che incontri sulle scale, né a lui né a te importa cosa dite ma è piacevole intrattenersi un momento e dalla finestra del pianerottolo vedi laggiù, in fondo, una striscia di mare che il sole, uscito dalle nuvole, accende come una lama. "La settimana prossima andiamo a Firenze," dice il vicino. "Ah sì, bello, ci sono già stato."
www.sagarana.it
E così Jerry è morto, pazienza, non è questo il guaio, né per lui né per nessuno, neanche per me che l'ho amato e dunque l'amo, perché l'amore non si coniuga - diomio, in quel senso sì, certo, ci mancherebbe altro, però l'amore ha la sua grammatica e non conosce tempi ma solo modi verbali, anzi uno solo, l'infinito presente, quando si ama è per sempre e via tutto il resto. Qualsiasi amore, di qualsiasi tipo. Non è vero che ti passa, niente ti passa, e proprio questo è spesso una bella disgrazia, ma te la porti dietro con te, come la vita, che anche quella non è che sia proprio una fortuna, solo che l'amore passa ancora meno che la vita, è là, come la luce delle stelle, chi se ne frega se sono vive o morte, splendono punto e basta e anche di giorno non le vedi ma sai che ci sono.
(...)
Ah, la modestia, la leggerezza di essere stati, quello spazio incerto e cedevole dove tutto è lieve come una piuma, contro la presunzione, il peso, lo squallore, lo sgomento di essere! Per carità, non parlo di nessun passato e tantomeno di nostalgia, che è stupida e fa male, come dice la parola, nostalgia, dolore del ritorno. Il passato è orrendo, noi siamo barbari e cattivi, ma i nostri nonni e bisnonni erano selvaggi ancor più feroci. Non vorrei certo essere, vivere alla loro epoca. No, dico che vorrei essere sempre già stato, esonerato dal servizio militare di esistere.
(...)
Essere fa male, non dà tregua. Fa' questo, fa' quest'altro, lavora, lotta, vinci, innamorati, sii felice, devi essere felice, vivere è questo dovere di essere felici, se no che vergogna. Sì, ce la metti tutta per obbedire, per essere bravo e buono e felice come è il tuo dovere, ma come si fa?, le cose ti cascano addosso, l'amore ti piomba sulla testa come un cornicione dal tetto, una brutta botta o peggio, cammini rasente ai muri per scansare quelle automobili impazzite ma i muri sono sbrecciati, pietre aguzze e vetri che ti scorticano e ti fanno sanguinare, sei a letto con qualcuno e per un attimo capisci cosa potrebbe e dovrebbe essere la vita vera ed è uno schianto insostenibile - raccogliere i vestiti buttati a terra, rivestirsi, via, uscire, per fortuna lì vicino c'è un bar, che buona cosa un caffè o una birra.
(...)
Ogni epilogo è felice, perché è un epilogo. Vai sul balcone, un po' di vento passa tra i gerani e le viole del pensiero, una goccia di pioggia scivola sul viso, se piove più forte ti piace ascoltare il tambureggiare dei goccioloni sulla tenda, quando cessa vai a fare due passi, scambi qualche parola col vicino che incontri sulle scale, né a lui né a te importa cosa dite ma è piacevole intrattenersi un momento e dalla finestra del pianerottolo vedi laggiù, in fondo, una striscia di mare che il sole, uscito dalle nuvole, accende come una lama. "La settimana prossima andiamo a Firenze," dice il vicino. "Ah sì, bello, ci sono già stato."
www.sagarana.it
sabato 5 maggio 2007
Teatro Valdoca
Mariangela Gualtieri, Fuoco centrale,
Bologna: I Quaderni del Battello Ebbro, 1995
Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo,
io sono sempre cinque minuti fa, il mio dire è fallimentare,
io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all'essere e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo all'essere, all'essere e non lo so dire
io sono senza aggettivi, io sono senza predicati,
io indebolisco la sintassi, io consumo le parole,
io non ho parole pregnanti, io non ho parole
cangianti, io non ho parole mutevoli,
io non disarticolo, non ho parole perturbanti,
io non ho abbastanza parole, le parole mi si
consumano, io non ho parole che svelino, io non ho
parole che riposino,
io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza
parole, mai abbastanza parole
(...)
http://www.teatrovaldoca.it
Bologna: I Quaderni del Battello Ebbro, 1995
Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo,
io sono sempre cinque minuti fa, il mio dire è fallimentare,
io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all'essere e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo all'essere, all'essere e non lo so dire
io sono senza aggettivi, io sono senza predicati,
io indebolisco la sintassi, io consumo le parole,
io non ho parole pregnanti, io non ho parole
cangianti, io non ho parole mutevoli,
io non disarticolo, non ho parole perturbanti,
io non ho abbastanza parole, le parole mi si
consumano, io non ho parole che svelino, io non ho
parole che riposino,
io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza
parole, mai abbastanza parole
(...)
http://www.teatrovaldoca.it
venerdì 4 maggio 2007
Polimnia
Piero Boitani, Prima lezione sulla letteratura, Bari:Laterza, 2007 Si tratta di una fanciulla minuta in marmo bianco , di altezza naturale. E' in piedi, chinata appena in avanti, appoggiata su entrambi i gomiti, a un supporto che si alza da terra. Da sotto il mento fino a poco sopra le caviglie ha il corpo completamente fasciato da una tunica ampia, che si avvolge in mille pieghe armoniose. Il capo è leggermente sollevato in avanti, una mano regge il mento nella posa tipica di chi sta pensando.
(...)
La statua risale al primo periodo antonino, al II sec dopo Cristo. E' romana, ma la sua eleganza fa sospettare un artista di arte greca, forse uno di quelli cui l'imperatore Adriano, appassionato cultore d'ogni cosa ellenica, ha commissionato sculture di tutti i tipi per la sua villa presso Tivoli. Rappresenta una Musa, e più precisamente Polimnia, la Musa, secondo gli Inni Orfici, del racconto. (...)
Polimnia, questa Polimnia, è la mia immagine della letteratura.
(...) Morire - stupire ed essere - compatire - rinascere. Se, in una prima lezione, riuscissi a far comprendere ai miei ascoltaotri che la letteratura sa far questo, sa compiere un cammino del genere, li avrei avviati sulla strada della redenzione...
mercoledì 2 maggio 2007
Ipocondria
Franco Arminio, Circo dell'ipocondria, Firenze: Le Lettere, 2006
C’è la luce dei giorni e c’è la luce della notte. Fuori la luce ha un certo modo di essere presente o di essere assente. Nel nostro mondo interno c’è sempre una certa luminosità. Senza questa luminosità interiore non sarebbe possibile girare e vedere il film dei nostri sogni, "il cinema naturale della mente". Fuori le fonti della luce sono chiare. Dentro non sappiamo da dove venga la luce e come si forma, non conosciamo la sua velocità. Possiamo ipotizzare che la nostra sia una luce lenta. Perché deve muoversi nell’opacità degli organi. Il cervello è forse il più trasparente degli organi; un pezzo di cervello (gli occhi) sporge addirittura fuori, è il nostro litorale, il punto di tangenza tra le nostre schiume e la sabbia del mondo.
Vivo in un luogo ventoso e mi sembra che qui l’aria entri dalle orecchie più che altrove. E con l’aria entra anche luce. Forse vivere in un posto ventoso condiziona lo stato di luminosità interiore? Questo stato non ha regole, non ha albe e tramonti ad ore fisse, ha crepuscoli e aurore del tutto personali. Un mio amico dice di esser morto da molto tempo. Pare che in lui se ne sia andata la luce. Aver perso i suoi genitori gli ha svitato la lampadina ed ora lui vive al buio, una condizione molto simile a quella che presumiamo sia la condizione della morte.
La luce può andarsene e può venire. Forse l’innamoramento è una particolare condizione di lucore, una condizione così particolare che ci fa vedere l’altro che non c’è, che non ci sarà mai. Senza questa luce interiore non sarebbero possibili le allucinazioni, non sarebbe possibile la scrittura poetica. Cos’è l’ispirazione se non un inspirare dagli occhi una certa quantità di luce e poi lasciarla fluttuare dentro di noi, magari fino a vedere la morte e l’infinito che abbiamo sullo sfondo, come dice un altro mio amico? Per scrivere non serve l’intelligenza del pensiero ma quella degli occhi. Pensare per immagini dà vita alla farmacopea della parola. A volte le immagini svaniscono. La luce se ne va, non vediamo più niente. Ma poi la luce torna, e torniamo a vagabondare dietro una chimera.
***
Ciò che non viene detto ha la vita più forte, perchè ogni dire ed ogni accennare toglie qualcosa all'oggetto, lo intacca, e così lo diminuisce. Così scriveva Robert Walser in un a lettera all'amica Frieda Mermet.
***
Sulle montagne dei miei nervi
nevica e tira vento.
Da qui guardo la calma, la pianura
il fiore nero della sepoltura.
C’è la luce dei giorni e c’è la luce della notte. Fuori la luce ha un certo modo di essere presente o di essere assente. Nel nostro mondo interno c’è sempre una certa luminosità. Senza questa luminosità interiore non sarebbe possibile girare e vedere il film dei nostri sogni, "il cinema naturale della mente". Fuori le fonti della luce sono chiare. Dentro non sappiamo da dove venga la luce e come si forma, non conosciamo la sua velocità. Possiamo ipotizzare che la nostra sia una luce lenta. Perché deve muoversi nell’opacità degli organi. Il cervello è forse il più trasparente degli organi; un pezzo di cervello (gli occhi) sporge addirittura fuori, è il nostro litorale, il punto di tangenza tra le nostre schiume e la sabbia del mondo.
Vivo in un luogo ventoso e mi sembra che qui l’aria entri dalle orecchie più che altrove. E con l’aria entra anche luce. Forse vivere in un posto ventoso condiziona lo stato di luminosità interiore? Questo stato non ha regole, non ha albe e tramonti ad ore fisse, ha crepuscoli e aurore del tutto personali. Un mio amico dice di esser morto da molto tempo. Pare che in lui se ne sia andata la luce. Aver perso i suoi genitori gli ha svitato la lampadina ed ora lui vive al buio, una condizione molto simile a quella che presumiamo sia la condizione della morte.
La luce può andarsene e può venire. Forse l’innamoramento è una particolare condizione di lucore, una condizione così particolare che ci fa vedere l’altro che non c’è, che non ci sarà mai. Senza questa luce interiore non sarebbero possibili le allucinazioni, non sarebbe possibile la scrittura poetica. Cos’è l’ispirazione se non un inspirare dagli occhi una certa quantità di luce e poi lasciarla fluttuare dentro di noi, magari fino a vedere la morte e l’infinito che abbiamo sullo sfondo, come dice un altro mio amico? Per scrivere non serve l’intelligenza del pensiero ma quella degli occhi. Pensare per immagini dà vita alla farmacopea della parola. A volte le immagini svaniscono. La luce se ne va, non vediamo più niente. Ma poi la luce torna, e torniamo a vagabondare dietro una chimera.
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Ciò che non viene detto ha la vita più forte, perchè ogni dire ed ogni accennare toglie qualcosa all'oggetto, lo intacca, e così lo diminuisce. Così scriveva Robert Walser in un a lettera all'amica Frieda Mermet.
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Sulle montagne dei miei nervi
nevica e tira vento.
Da qui guardo la calma, la pianura
il fiore nero della sepoltura.
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