martedì 24 giugno 2008

Nafisi, Leggere Lolita a Teheran

Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Milano, Adelphi, 2008

"A chi raccontiamo ciò che è accaduto
sulla terra, per chi sistemiamo ovunque
specchi enormi, nella speranza che riflettano
qualcosa e non svanisca? " (C. Milosz)

Quel primo giorno domandai ai mei studenti quale ritenevano fosse il compito della narrativa: in altre parole perchè avremmo dovuto scomodarci a leggerla.
Era un esordio insolito, ma catturò l'attenzione. (...) Scrissi alla lavagna una delle mie citazioni di Adorno preferite: "la più alta forma di moralità è sentirsi degli estranei in casa propria". Spiegai che spesso le grandi opere di fantasia servivano proprio a questo, a farci sentire estranei in casa nostra. La migliore letteratura ci costringe sempre a interrogarci su ciò che tenderemmo a dare per scontato, e mette in discussione tradizioni e credenze che sembravano incrollabili. Invitai i miei studenti a leggere i testi che avrei loro assegnato soffermandosi sempre a riflettere sul modo in cui li scombussolavano, li turbavano, li costringevano a guardare il mondo, come Alice nel paese delle meraviglie, con occhi diversi. (...) "Un romanzo non è un'allegoria" dissi verso la fine della lezione. "E' l'esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. E' così che si legge un romanzo, come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare. Ricordate solo questo. E' tutto. Potete andare".



lunedì 16 giugno 2008

Kafka, kavka

http://www.mcescher.com/

Eugenio Montale, Verboten, Diario del '72, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1990

Dicono che nella grammatica di Kafka
manca il futuro. Questa la scoperta
di chi serbò l'incognito e con buone ragioni.
Certo costui teme le conseguenze
flagranti o addirittura conflagranti
del suo colpo di genio. E Kafka stesso,
la sinistra cornacchia, andrebbe al rogo
nell'effigie e nelle opere, d'altronde
largamente invendute.



sabato 7 giugno 2008

Ties- legàmi





Lewis Carroll,
Through the looking glass, 1871


"What a beautiful belt you've got on!"

Alice suddenly remarked. (They had had quite enough of the subject of age, she thought: and, if they really were to take turns in choosing subjects, it was her turn now.)
"At least," she corrected herself on second thoughts, "a beautiful cravat, I should have said -- no, a belt, I mean -- I beg your pardon!" she added in dismay, for Humpty Dumpty looked thoroughly offended, and she began to wish she hadn't chosen that subject.
"If only I knew," she thought to herself, "which was neck and which was waist!"

Evidently Humpty Dumpty was very angry, though he said nothing for a minute or two. When he did speak again, it was in a deep growl.
"It is a -- most -- provoking -- thing," he said at last, "when a person doesn't know a cravat from a belt!"

"I know it's very ignorant of me," Alice said, in so humble a tone that Humpty Dumpty relented.

"It's a cravat, child, and a beautiful one, as you say. It's a present from the White King and Queen. There now!"

"Is it really?" said Alice, quite pleased to find that she had chosen a good subject after all.

"They gave it me," Humpty Dumpty continued thoughtfully as he crossed one knee over the other and clasped his hands round it, "they gave it me -- for an un-birthday present."

lunedì 2 giugno 2008

Lispector: lo splendore del linguaggio

Clarice Lispector, La passione secondo G. H., Milano, Feltrinelli, 1969

Io ho, a mano a mano che designo - ecco lo splendore di avere un linguaggio. Ma ho assai più, a mano a mano che non riesco a designare. La realtà è la materia prima, il linguaggio è il modo in cui ne vado alla ricerca - e in cui non la trovo. Eppure è proprio dal cercare e non trovare che nasce la cosa che non conoscevo, e che all'istante riconosco. Il linguaggio è il mio sforzo umano. Per destino devo andare a cercare e per destino torno a mani vuote. Però- ritorno con l'indicibile. L'indicibile mi potrà essere dato solo attraverso il fallimento del mio linguaggio. E solo quando la costruzione si incrina io ottengo ciò che questa non è riuscita a ottenere. (...) L'insistenza è il nostro sforzo, la rinuncia è il premio. A questo si arriva solamente dopo aver sperimentato il potere di costruire, e nonostante l'aroma del potere, si preferisce la rinuncia. La rinuncia deve essere una scelta. Desistere è la scelta più sacra di una vita. Desistere è l'autentico istante umano. (...) La rinuncia è una rivelazione.



martedì 27 maggio 2008

giovedì 22 maggio 2008

Testori - un altro giorno

Da me la sola passione
puoi imparare.
Dal mondo impara
tutto l'arco del sole
e lo splendore,
la grandezza dei gesti
in che consiste crescere,
finire.
Impara dalle madri
il silenzio provvido.
Gentile,
dalle tombe la morte,
e dal morire d'ogni giorno
l'esame impara a svolgere.
Medita quando l'ombra
ti cade d'ogni sera
sulla fronte:
è passato, mio amore,
un altro giorno.

Giovanni Testori, da Per sempre, 1970.

giovedì 8 maggio 2008

Poesia dorsale

(Poesie i cui versi sono formati da titoli di libri-

meglio se libri amati)

www.poesiadorsale.it


Lentamente nell’ombra

guardare ascoltando

figure.

Intrecci di voci.

Amore lontano.

Nessuna passione spenta.

I fili del tempo,

pensieri del tè.

****************************

Stanze,

soglie

sulla parola,

Abitazioni immaginarie,

Strada a senso unico.

Crolli

sotto i tigli,

cattivi pensieri.

La verità della poesia

prima della morte.

Come un talismano.

martedì 15 aprile 2008

Camus, Il mito di Sisifo


Albert Camus, Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, 1997

Gli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso. Essi avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza.

Se questo mito è tragico, è perchè il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire?

Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l'estensione della sua miserevole condizone; è a questa che pensa durante la discesa.

In questo sottile momento in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.


venerdì 4 aprile 2008

Leopardi, Zibaldone

Il cantare che facciamo quando abbiamo paura non è per farci compagnia da noi stessi come comunemente si dice, nè per distrarci puramente, ma per mostrare di dare a intendere a noi stessi di non temere. La quale osservazione potrebbe forse applicarsi a molte cose, e dare origine a parecchi pensieri. E già è manifesto che all’aspetto del male noi cerchiamo d’ingannarci e di credere che non sia tale, o minore che non è, e però cerchiamo chi se ne mostri o ne sia persuaso, e per ultimo grado, per persuaderlo a noi stessi, fingiamo d’esserne già persuasi, operando e discorrendo tra noi come tali. E questo è quello che accade nel caso detto di sopra. [Zibaldone : 43]

Non v’è memoria senza attenzione. [...] Ma vi sono due specie di attenzioni. Una volontaria, ed una involontaria; o piuttosto una spirituale, un’altra materiale. Della prima non si diventa capaci se non coll’assuefazione (e quindi facoltà) di attendere. E perciò gli uomini riflessivi e generalmente gl’ingegni o grandi, o applicati, hanno ordinariamente buona memoria, e si distinguono assai dal comune degli uomini nella facoltà di ricordarsi anche delle minuzie, perchè sono assuefatti ad attendere. Della seconda specie sono quelle attenzioni che derivano da forza e vivacità delle sensazioni, le quali colla loro impressione costringono l’anima ad un’attenzione in certo modo materiale. [Zibaldone : 1733-1734]

Della lettura di un pezzo di vera contemporanea poesia, in versi o prosa (ma più efficace impressione è quella de’ versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita; e ci accresce la vitalità. Ma rarissimi sono oggi i pezzi di questa sorta. (1 Febbraio 1829).

domenica 23 marzo 2008

Gozzano, La differenza

Guido Gozzano, Opere, Torino, Utet 2006


La differenza

Penso e ripenso: - Che mai pensa l'oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d'essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l'armi corruscanti della cuoca.

- O pàpera, mia candida sorella,
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che s'è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l'esser cucinato non è triste,
triste è il pensare d'esser cucinato.

giovedì 6 marzo 2008

Juan Gelman

Juan Gelman, Nel rovescio del mondo, Novara, Interlinea, 2003


Nobiltà

La poesia è pallida e nobile.
Non cambia niente, non incurva colline, non
dà un solo frutto rosso, non
fa il rumore di chi strappa
un pezzo di pane per offrire
un pezzo di pane.
Si rannicchia in un angolo e
non si lamenta.
Vive in tutto ciò che si innalza
all'aria e al nascere.
Non chiede nemmeno una visita.
Le basta quel che non è successo.

Lettera a mia madre
(...)

passai da te allo splendore del giorno/da me tu passi
alla profonda notte/con gli occhi distolti perchè ormai
più nulla restava da vedere/se non quel fine rumore che
disfa ciò che ti feci soffrire/adesso che stai
quieta
(...)

domenica 24 febbraio 2008

Queneau I fiori blu

Raymond Queneau, Les fleurs bleues, 1965, I fiori blu, Torino, Einaudi, 1967, trad. I. Calvino.

Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d'Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara.
(...)
-Ah, mio buon Demò - disse il Duca D'Auge con voce lamentosa - quanta tristezza, quanta malinconia m'opprimono!
-Sempre la storia? - domandò Sten.
-Non c'è gaudio che in me lei non dissecchi, - rispose il Duca.
-Coraggio! Vossignoria si metta in sella, e andiamo a spasso!
-La mia intenzione era ben questa, e altra ancora.
-Qual mai?
-Andar via per qualche giorno.
- Così sì che mi piace! Dove vuole che la porti, signoria?
-Lontano! Qui il fango è fatto dei nostri fiori.
-...dei nostri fiori blu, lo so.
(...)
Fu allora che si mise a piovere. Piovve per giorni e giorni. C'era tanta nebbia che non si poteva sapere se la chiatta andava avanti o indietro o se restava ferma. Finì per arenarsi in cima ad una torre. I passeggeri sbarcarono, Sten e Stef con qualche sforzo; s'erano ridotti magri e fiacchi da non poterne più, poverini. All'indomani le acque si erano ritirate nei letti e ricettacoli consueti e il sole era già alto sull'orizzonte, quando il Duca si svegliò. Si avvicinò ai merli per considerare la situazione storica. Uno strato di fango ricopriva ancora la terra, ma qua e là piccoli fiori blu stavano già sbocciando.

Sta' attento con le storie inventate. Rivelano cosa c'è sotto.
Tal quale come i sogni.


Le copertine dei libri di Queneau in Tecalibri

martedì 12 febbraio 2008

Maria Zambrano, Dalla mia notte oscura

Maria Zambrano, Dalla mia notte oscura, Lettere tra Maria Zambrano e Reyna Rivas (1960-1989), Moretti e Vitali, Bergamo, 2008

Madrid, 28 Nov 1989

Cara Reyna,
anche se credo che tu non ne abbia bisogno, desidero inviarti queste righe come un pegno di amore per il tuo pensiero, per la tua opera, per tutto ciò che porta il tuo nome; tuttavia, pensa alla differenza di età e di vita tra noi due, pensa alla mia vita tormentata; oggi vorrei confessarti una cosa: il giorno che sei venuta a trovarmi in Italia è stato per me come ricevere una brocca d'acqua trasparente, nè dolce nè amara. Credo che la tua vita sia stata questo, mentre per me è stato tutto l'opposto, il contrario: l'amaro, il salino e persino il vuoto.
Considera queste righe come un'introduzione al nostro epistolario. Come vedi ormai mi è stato sottratto tutto: la vista, l'udito, la musica. Mi hanno lasciata sola con l'amore.

Maria

venerdì 8 febbraio 2008

Emanuele Trevi, Senza verso

Emanuele Trevi, Senza verso. Un'estate a Roma, Bari, Laterza, 2005

Ascoltavo per qualche minuto il rumore di quell'acqua sotterranea, iniziavo a risalire su, verso il calore e la luce infernale della città- il dorso della balena.

Il sole salì nel mezzo del cielo e cominciò a vibrare come una mosca, spossata dal caldo (Isaak Babel')
(...)
Come trascorre, in effetti, una vita? Con la sua tendenza all'astrazione e alla selezione, proprio il genere di scrittura che dovrebbe renderne conto con più attenzione e competenza, la biografia, finisce sempre per censurare la caratteristica essenziale della maggior parte delle vite, che è la loro scoraggiante e uniforme mancanza di eventi. Mentre il mondo andava e veniva all'altezza del pavimento, gli anni del mio amico trascorrevano nella sua immaginaria impalcatura in un 'impresa ostinata, complessa, laboriosa, di cui solo pochi intimi erano tenuti al corrente nel corso di lunghe telefonate serali.
(...)
La maggior parte delle cose, dei fatti, dei pensieri vive nella latenza. Senza distinzione tra ciò che è in effetti utile, o dannoso, o indifferente. Ci stanno accanto senza che ne riconosciamo l'esistenza, o ce ne dimentichiamo, equiparando nella stessa uniformità l'accaduto dal non accaduto. (....)
E così, mi capita di iniziare a pensare che noi non siamo fatti per capire ciò che ci viene raccontato, ma per spingerlo avanti nel corso del tempo, come un fiume in piena spinge avanti i tronchi degli alberi caduti...
Per la durezza del vostro cuore vi siete meritati di trascinare i sassi....




lunedì 21 gennaio 2008

Anna Maria Ortese, Corpo celeste

Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Milano, Adelphi, 1997

Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E tornare a casa: Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sè, rientra a casa, sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando - per ragioni pratiche - è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. E' un povero, e rende la vita più povera.
(...)
E per tornare al che cosa, dunque, mi aiutava, e mi ha aiutato un po' in tutta la vita, devo rifarmi a questa sensazione interiore, poco dicibile, della vita come chiamata, per tutti, scelta non nostra, come particolare e obbedienza a un disegno che necessita di quel particolare. Il particolare può essere minimo, quasi invisibile; invisibile, anzi, nella sua insignificanza. Ma il disegno è eccelso. Il particolare - la pietrina del mosaico - lo sente, qualche volta; e allora si calma, accetta il suo posto.
(...)
La libertà è un respiro. Ma tutto il mondo respira, non solo l'uomo. Respirano le piante, gli animali. C'è ritmo (che è respiro) non solo per l'uomo. Le stagioni, il giorno, la notte sono respiro.



domenica 13 gennaio 2008

Ellen Bass, Eating the Bones

Eating The Bones
by Ellen Bass



The women in my family
strip the succulent
flesh from broiled chicken,
scrape the drumstick clean;
bite off the cartilage chew the gristle,
crush the porous swellings
at the ends of each slender baton.
With strong molars
they split the tibia, sucking out
the dense marrow.
They use up love, they swallow
every dark grain,
so at the end there's nothing left,
a scant pile of splinters
on the empty white plate.


From The Human Line by Ellen Bass. Copyright © 2007 by Ellen Bass. Reprinted by permission of Copper Canyon Press.

http://www.poets.org/


http://www.webster.it/book_usa-human_line_ellen_bass_copper-9781556592553.htm


Ellen Bass Reads "Bone of My Bone and Flesh of My Flesh":

http://it.youtube.com/watch?v=YH_BXr5oCKE&feature=related

www.alleo.it/alleo_old/POETRY/ellenbass.pdf

giovedì 10 gennaio 2008

Perec, Per le scale

Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, Milano, Rizzoli 1995

Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera un po' pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene a tutti e a nessuno, dove la gente s'incontra quasi senza vedersi, in cui la vita dell'edificio si ripercuote, lontana e regolare. Di quello che succede dietro le pesanti porte degli appartamenti, spesso se non sempre si avvertono solo quegli echi esplosi, quei brani, quei brandelli, quegli schizzi, quegli abbozzi, quegl’'incidenti-o accidenti che si svolgono in quelle che si chiamano le parti comuni, i piccoli rumori felpati che la passatoia di lana rossa attutisce, gli embrioni di vita comunitaria che sempre si fermano sul pianerottolo.

(…)

Tutto quello che passa infatti passa per le scale, tutto quello che arriva,arriva dalle scale, lettere, partecipazioni, i mobili che gli uomini dei traslochi portano o portano via, il dottore chiamato d'urgenza, il viaggiatore che torna da un lungo viaggio.

martedì 1 gennaio 2008

Marguerite Duras, Scrivere

Marguerite Duras, Scrivere, Milano, Feltrinelli 1994, trad. L. Caruso Prato

E’ curioso uno scrittore. E’ una contraddizione e anche un nonsenso. Scrivere è anche non parlare. E’ tacere, è urlare senza rumore. E’ riposante uno scrittore, ascolta di continuo. Non parla molto perché è impossibile parlare a qualcuno di un libro che si è scritto e soprattutto di un libro che si sta scrivendo. E’ impossibile, è il contrario del cinema, del teatro e di altri spettacoli, è il contrario di ogni lettura. E’ la cosa più difficile di tutte, la peggiore. Perché un libro è l’ignoto, è il buio, è chiuso. Il libro avanza, cresce, va nelle direzioni che crediamo di aver esplorato, avanza verso il suo destino e quello dell’autore, annientato dalla sua pubblicazione: il distacco da lui, il libro sognato, come il bambino più piccolo, sempre il più amato.

Un libro aperto è anche la notte.

Non so perché le parole che ho appena detto mi fanno piangere.

Scrivere comunque, nonostante la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione, non so darle un nome. Scrivere senza imboccare subito la via che porta allo scritto è pur sempre lavorarlo. E tuttavia si deve accettare questo: lavorare lo “scarto” significa tornare indietro verso un altro libro, verso un altro possibile di questo libro.

domenica 30 dicembre 2007

Bertolucci, Portami con te

Attilio Bertolucci: Portami con te , in Viaggio d'inverno, Opere, Milano, Mondadori Meridiani 1997


Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l'occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l'amore,

sono gli ultimi giorni dell'inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.

domenica 23 dicembre 2007

Frank Sinatra: Santa Claus is coming to town



(J. Fred Coots, Henry Gillespie, 1934)

You better watch out
You better not cry
Better not pout
I'm telling you why
Santa Claus is coming to town

He's making a list,
And checking it twice;
Gonna find out Who's naughty and nice.
Santa Claus is coming to town

He sees you when you're sleeping
He knows when you're awake
He knows if you've been bad or good
So be good for goodness sake!

O! You better watch out!
You better not cry.
Better not pout, I'm telling you why.
Santa Claus is coming to town.
Santa Claus is coming to town.

venerdì 21 dicembre 2007

Libro sospeso

Francesco Forlani, A gamba tesa, in Nazione Indiana, 21 Dic 2007

(...)
A Napoli il caffè sospeso è una tradizione che viene da molto lontano. Chiunque ne avesse avuto voglia pagava oltre al proprio caffè anche un altro, lasciandolo a disposizione, appunto “sospeso” per chi non avesse di che permetterselo.
(…)
Edmond Jabes scriveva che lo straniero, non è “là fuori”, rassicurante estraneità; rassicurante perché sappiamo come possiamo difenderci da essa. E’ qui dentro - ci abita sapeva benissimo le implicazioni contenute in una riflessione del genere. Nessuna cultura dell’ identità sarebbe stata possibile nè tanto meno augurabile. A meno di non essere dissociati mentali.
L’esperienza dell’estraneità - étran-Je (estran-io) diceva Jabes, inoltre comporta necessariamente una cultura dell’ospitalità. Senza ospitalità del resto non ci sarebbero stranieri. Gli psicopati dell’identità infatti li avrebbero espulsi appena toccato il suolo.
I libri ci ospitano. Di un’ospitalità che è soprattutto dono. Il lettore ha lo statuto del viaggiatore ed ecco perchè in ogni libro, perfino in una poesia, c’è come una scatola nera (black box), un episodio, un’atmosfera, un verso che traccia l’esperienza del volo, ne registra ogni traccia.Che seppure andasse distrutto quel libro, un’unica frase, un frammento ne permetterebbe la sopravvivenza. Del resto molti capolavori del passato nonostante fossero stati massacrati da traduzioni ai limiti dell’infamia riuscirono a giungere al lettore. A passare il confine.
Come per il caffè bisognerebbe immaginare dei libri sospesi. Un libro che abbia il sapore di un gesto antico di un dono.
Come quando la madre dell’amica che mi ospitava a Roma, ignara della mia presenza senza chiedermi chi fossi mi ha riscaldato l’anima con un caffé.

http://www.nazioneindiana.com

mercoledì 19 dicembre 2007

Moby Dick

Hermann Melville, Moby Dick, Milano, Mondadori, 1986, trad. Cesarina Minoli

Cap. CXXXII LA SINFONIA

Era una limpida giornata di un azzurro acciaio. I firmamenti dell'aria e del mare erano appena separabili in quell'azzurro che tutto penetrava; soltanto, l'aria pensosa era di una trasparenza pura e morbida, con un'apparenza femminea,
mentre il mare robusto e virile, si sollevava con ondate lunghe, forti e lente, come il petto di Sansone nel sonno.
Di qua e di là, in alto, trascorrevano le ali nivee di piccoli uccelli immacolati: erano questi i gentili pensieri dell'aria femminina; ma avanti e indietro, negli abissi, giù, nell'azzurro senza fondo, correvano precipiti possenti leviatani, pescispada e squali, e questi erano i pensieri violenti, tormentati, assassini, del mare mascolino. Ma sebbene tanto contrastanti interiormente, il contrasto esteriore era soltanto di ombre e sembianze; quei due parevano uno, era come se il sesso soltanto, per dir così, li distinguesse.
Legato e contorto, noccheruto e nodoso per le rughe, selvaggiamente incrollabile e ostinato, con occhi ardenti come carboni ancora accesi fra le ceneri della rovina, l'inflessibile Acab stava ritto nella limpidezza del mattino: alzando l'elmo frantumato della fronte, verso la fronte celeste della dolce fanciulla.
Attraversando lentamente il ponte, dal boccaporto, Acab si sporse dalla fiancata ad osservare come la sua ombra affondasse nell'acqua e come affondasse al suo sguardo quanto più egli si sforzava di scrutarne la profondità. Ma gli amabili
aromi in quell'aria incantata parvero alla fine disperdere, per un attimo, il cancro ch'era nell'anima sua. Quell'aria serena, felice, quel cielo ridente, lo toccarono finalmente e lo accarezzarono; la terra matrigna, tanto crudele, ripugnante, ora gettava braccia affettuose attorno al suo collo caparbio, e pareva singhiozzare di gioia su di lui, come sopra uno che quantunque testardo e
traviato, ella potesse tuttavia trovare nel suo cuore di che benedirlo e salvarlo. Di sotto al suo cappello abbassato, una lagrima di Acab cadde nel mare: e tutto il Pacifico non contenne ricchezze paragonabili a quella goccia di pianto.

Anteprima del volume in lingua originale:

http://books.google.it/books?id=cyrMu-gkGQQC&dq=moby+dick&sa=X&oi=print&ct=book-ref-page-link&cad=one-book-with-thumbnail&hl=it


Lettura ad alta voce su radio tre

http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/alta_voce/archivio_2003/eventi/2003_03_03_moby_dick/index.cfm

sabato 15 dicembre 2007

Bachmann, Il deserto

Ingeborg Bachman, Libro del deserto, Cronopio, Napoli, 1999, trad. A. Pensa


Non è niente, non è un merito, vivere, scrivere, tirar fuori dal sacco delle parole le noci e le mandorle.
(...)
Lasciatemi oggi e domani. Lasciatemi solo fare qualcosa di buono, poi più niente, essere un po' affabile, poi non esprimere più niente. Si sono dovuti mettere insieme così tanti bagagli che devo pensare a come fare per averli sul bordo del deserto. Dove sarà mai il deserto, in Oriente, in Africa, ah sì, da qualche parte, ma uno deve poterlo vedere, deve poterci andare, come in un'acqua poco profonda, e allora sarà visibile una tenda e ci saranno due cammmelli, e si resterà a guardare senza pensare a niente.
(...)
Nel deserto la luce si è rovesciata sopra di me.
(...)
Il deserto ha la grandezza, non è niente, perciò grandezza, è meno di niente, è ogni giorno, ogni istante, è la noia più infinita per qualcuno, la perenne eccitazione per chi ha gli occhi contrassegnati dalla sua sabbia.

Je veux dire à moi-meme le desert
Beckett