lunedì 27 luglio 2009
venerdì 24 luglio 2009
martedì 21 luglio 2009
Marcoaldi, Leggere e nuotare
Leggere e nuotare
Oggi ho letto l'intero libro di uno scrittore
amico, che amo tanto. Purtroppo pero`
non mi e` rimasto in testa niente.
E dal momento che concordo
con quello che lui stesso dice
- ovvero, che si scrive ( e si legge)
essenzialmente per capire -
allora tanto vale che passi
ad altro e decida di nuotare.
A lungo, lentamente respirando
regolarmente ogni tre bracciate alterne.
E via via che procedo nel nuoto,
mi domando: ma siamo poi cosi` sicuri
che ci sia davvero qualcosa
da capire? Non sara` che vivere,
in fondo, si riduce a questo?
Immergersi nell'acqua, tornare
in superficie e respirare?
ASCOLTA LA POESIA (DA RADIO3)
domenica 28 giugno 2009
martedì 9 giugno 2009
Traccia

Disegnato da Meret Oppenheim nel 1936
(Meret, nata nel 1913, fece parte del movimento surrealista; è famosissima la sua opera
Dejeneur en fourrure che si trova al Moma)
sabato 6 giugno 2009
Wallace Stevens, l'Angelo della realtà
Io sono l'Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d'aureola mi riscalda.
Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l'essere e il conoscere.
Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi, è la stessa cosa.
Eppure, io sono l'Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e afferrare
in sillabe d'acqua; come un significato
che si cerchi per ripetizioni approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un'invenzione della mente,
un'apparizione tanto lieve all'apparenza
che basta che io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso.
Wallace Stevens, da Angel surroundend by paysans (traduzione di Nadia Fusini)
Leggi qui il saggio della Fusini L'alfabeto che uccide
(da La poesia e lo spirito)
martedì 2 giugno 2009
Céline, Bessy
«Non volevo farle una puntura… nemmeno darle un po’ di morfina … avrebbe avuto paura della siringa… non le avevo mai fatto paura… è rimasta in fin di vita almeno quindici giorni… oh non si lamentava, ma io vedevo… non aveva più forze… dormiva accanto al mio letto… a un certo punto, un mattino, ha voluto uscire di casa …volevo stenderla sulla paglia… non ha voluto … voleva stare da un’ altra parte … nel posto più freddo della casa, sui sassi… si è allungata dolcemente … ha cominciato a rantolare … era la fine … me l’avevano detto, io non ci credevo … ma era vero, si era distesa in direzione del ricordo, da dove era venuta, dal nord, dalla Danimarca, il muso a nord, rivolto a nord … una cagna estremamente fedele, fedele ai boschi dove fuggiva, Korsor, lassù … fedele anche alla vita atroce … i boschi di Meudon per lei non significavano niente … è morta dopo due, tre rantoli… oh, molto discretamente … senza nessun lamento … con una postura davvero molto bella, slanciata, in fuga; … ma su un fianco, stremata, finita … il naso verso le sue foreste in fuga, lassù da dove veniva, dove aveva sofferto … Dio sa quanto! Oh, ne ho viste di agonie … qui, là … dappertutto … ma mai nessuna così bella, discreta … fedele … quello che danneggia l’agonia degli uomini è il tralalà… l’uomo, malgrado tutto, è sempre su un palcoscenico … il più semplice».
sabato 30 maggio 2009
sabato 23 maggio 2009
Goliarda Sapienza, il filo del mezzogiorno
Non andare tra le viti nel filo di mezzogiorno: è l'ora che i corpi dei defunti, svuotati dalla carne, con la pelle fina come la cartavelina, appaiono fra la lava. E' per questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero e: o morirai di sete tra gli sterpi disseccati dal sole - sterpo secco pure tu - o penserai sempre a loro smarrendo il senno.
Ogni individuo ha il suo segreto, ogni individuo ha la sua morte in solitudine... morte per ferro, morte per dolcezza, morte per fuoco, morte per acqua, morte per sazietà unica e irripetibile. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto e alla sua morte.
giovedì 30 aprile 2009
il senso del mondo
Sfoglialibro Mondadori: capitolo primo (su Conrad)
Walser e il giovane Kafka avevano una sola passione in comune: amavano Charles Dickens. Appresero da lui che l’ilarità, l’euforia, la lieve, trasognata ubriachezza sono la chiave migliore per scoprire il senso di questo e dell’altro mondo, che si insinua nel nostro (sovente in un’osteria suburbana o in un tram sfavillante), senza che noi sappiamo riconoscerlo.
martedì 28 aprile 2009
Oblivion
OBLIVION, LA STAZIONE DI BOLOGNA
****************
Oh quei fanali come s'inseguono
accidiosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su 'l fango!
Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d'autunno
come un grande fantasma n'è intorno.
(...)
Giosuè Carducci, Alla stazione in un mattino d'autunno
s
venerdì 24 aprile 2009
Caproni, le parole
"la forma più alta e libera del linguaggio (la poesia) è una realtà distinta dalla natura – una vera e propria altra realtà che pur essendo indotta da quella originale (o meglio originaria) è destinata a rimanere parallela ad essa – a non collimare mai, nemmeno un punto del linguaggio (una parola), con un solo punto della natura (una cosa). […] Un fatto che si può perfino sperimentare, e proprio in corpore di quella che è comunemente ritenuta la forma più aderente di letteratura: quella descrittiva, ch’è invece la più impossibile delle forme letterarie possibili".
Le parole.
Le parole. Già..
Dissolvono l’oggetto.
Come la nebbia gli alberi,
il fiume: il traghetto
Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Milano, Garzanti1999
giovedì 23 aprile 2009
Fernando Bandini
Nessuna parola
Così abbagliante ormai
la distesa di neve che la retina non ce la fa.
Tutto è silenzio dopo la schianto dei rami,
nessuna parola aveva colto nel segno.
Amnesia
Giorno per giorno qualche nome si eclissa
dalla mia lingua e dalla mia memoria,
usuali parole come sedia bottiglia
Oh, trafelate corse per riprenderne
possesso! Annaspo naufrago
in un mondo che sempre più smarrisce
i suoi eoni, balbetto
come Mosè presso il roveto ardente.
E con nervoso tremito pronuncio
casa farfalla mela
per esorcizzare la buia notte
che si avanza a grandi passi;
ma poi casa precipita, farfalla
si polverizza in porpora,
mela mi è tolta divorata dal verme
che abita il mio cervello.
Come mi muoverò, poeta senza
gli amati nomi succo delle cose,
tra i buchi d’un saccheggiato universo?
mercoledì 22 aprile 2009
Nietzsche, Filologia
Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli, Rizzoli, 1998
Fa anche parte del mio gusto non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente "frettolosa". Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore essenzialmente una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, diventare silenzioso, lento, essendo questa un'arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai. E' proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un'epoca del "lavoro", intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol dire "sbrigare" immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo: per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte.
lunedì 20 aprile 2009
sabato 18 aprile 2009
Anedda, Residenze invernali
Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare.
mercoledì 15 aprile 2009
sabato 4 aprile 2009
Perec, un uomo che dorme
Si fa notte. Sfreccia raramente qualche automobile. La goccia d'acqua stilla dal rubinetto nel pianerottolo. Il tuo vicino è silenzioso, forse assente, oppure già morto. Sei disteso sulla panca tutto vestito, le mani incrociate dietro la nuca e le ginocchia sollevate. Chiudi gli occhi, li apri. All'interno dell'occhio, o sulla superficie della cornea, forme virali, microbiche, scarrocciano dall'alto in basso, spariscono, e ritornano repentinamente al centro leggermente modificate: sembrano dischi, bolle, pagliuzze, filamenti ritorti il cui assemblaggio disegna i vaghi tratti di un animale mitologico. Ne perdi le tracce, li ritrovi; ti sfreghi gli occhi e i filamenti esplodono, moltiplicandosi.
Lungo il corso delle ore, dei giorni, delle settimane e delle stagioni ti disamori di tutto, ti distacchi da tutto. (...)
Sei invisibile, limpido, trasparente. Non esisti più: il susseguirsi delle ore, il susseguirsi dei giorni, il passare delle stagioni, lo scorrere del tempo, sopravvivi, senza allegria e senza tristezza, senza futuro e senza passato, così, semplicemente, in modo evidente, come una goccia d'acqua che stilla da un acquaio su un pianerottolo, come sei calze in ammollo dentro una bacinella di plastica rosa, come una mosca, come un'ostrica, come una mucca, come una lumaca, come un bambino o come un vecchio, come un topo.
venerdì 3 aprile 2009
La Tempesta
Be ne afeard; the isle is full of noises, / Sounds, and sweet airs, that give delight, and hurt not. / Sometimes a thousand twangling instruments / Will hum about mine ears; and sometimes voices / That, if I then had wak'd after a long sleep, / Will make me sleep again: and then, in dreaming, / The clouds methought would open, and show riches/ Ready to drop upon me; that, when I wak'd, / I cried to dream again.
Non aver paura. L'isola è piana di canti, di suoni e di dolci melodie che dilettano e non fanno male. Qualche volta mi ronzano nelle orecchie migliaia di strumenti pizzicati, e qualche volta delle voci, che, se anche mi sono allora svegliato da un lungo sonno, mi fanno addormentare di nuovo. Allora nel sogno mi pare che le nubi si aprano e mi mostrino dei tesori pronti a rovesciarsi su di me, in maniera che, quando mi sveglio, piango per voler sognare di nuovo.
O tempo,

Leonardo da Vinci, Scritti letterari, 1952, p.184
O tempo, veloce predatore delle create cose, quanti re, quanti popoli tu hai disfatti, e quante mutazioni di stati e vari casi sono seguiti, po' che la meravigliosa forma di questo pesce qui morì. Per le cavernose e ritorte interiora [...] ora disfatto dal tempo paziente giaci in questo chiuso loco. Colle ispogliate, spolpate e ignude ossa hai fatto armadura e sostegno al sopraposto monte."
Tiziano Scarpa, Tempo
Mi chino ad allacciarmi una scarpa, arriva una bambina piuttosto piccola: "Che cosa stai facendo?" Glielo spiego. "E tu?", le domando. "Io…", la bambina si volta e corre via, proseguendo la frase con il movimento. Ripenso a Eraclito, quando diceva che aiòn pàis esti paìzon. Gli studiosi traducono che il tempo è "un bambino che gioca", o addirittura "fanciullo nel trastullo". Pochi notano che pàis paìzon è quasi un bisticcio di parole, è un nome seguito dalla sua verbificazione, è il passaggio all'atto del nome che trabocca in verbo: "un bambino bambinante, un bambino che bambina". Il tempo è un essere che si esegue: la sua azione consiste nell'essere fattivamente sé stesso. Il tempo è un bambino che fa il bambino. La bambina che ho incontrato io è un essere che inserisce nel linguaggio sé stessa e la propria azione, non separa essere, fare e dire. Nel frattempo io, da consumato vivisezionatore, ho allacciato la mia scarpa, mi sono visto farlo, e l'ho detto.
23.11.07 -
www.ilprimoamore.it
venerdì 27 marzo 2009
Szymborska
Quando pronuncio la parola Futuro,
la prima sillaba gia’ va nel passato.
Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.
Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.
Contributo alla statistica
Su cento persone:
che ne sanno sempre piu’ degli altri
- cinquantadue;
insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;
pronti ad aiutare,
purche’ la cosa non duri molto
- ben quarantanove;
buoni sempre,
perche’ non sanno fare altrimenti
- quattro, be’, forse cinque;
propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;
viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;
dotati per la felicita’
- al massimo poco piu’ di venti;
innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro piu’ della meta’;
crudeli,
se costretti dalle circostanze
- e’ meglio non saperlo
neppure approssimativamente;
quelli col senno di poi
- non molti di piu’
di quelli col senno di prima;
che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;
ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatre’
prima o poi;
degni di compassione
- novantanove;
mortali
- cento su cento.
Numero al momento invariato.
martedì 24 marzo 2009
Macchine

Le macchine di Munari, Einaudi 1942, Corraini 2008
"Occorre evitare che l'essere umano diventi una macchina utile, incapace di essere diversa da ciò per cui è stata rigidamente programmata dalla vita e dall'educazione, incapace di creatività. Se mi passate il linguaggio automobilistico, il bambino tende a cadere nello sforzo di crescere, l'adolescente tende a ribaltarsi nella fretta di crescere, l'adulto tende ad andare fuori giri perché non percepisce i limiti della sua crescita, l'anziano tende a fermarsi perché non ha fiducia nei suoi margini di crescita. Se ognuno di noi, qualunque sia la nostra età, si concedesse uno spazio di gioco, di movimento, libero da finalità immediate, credo che ne guadagnerebbero la sua salute, le sue relazioni e la sua creatività. Se questo può tranquillizzarci, si è più utili a noi stessi e agli altri se ogni tanto ci concediamo il piacere di essere anche macchine inutili" [Fulvio Scaparro, 8 giugno 2000 Corriere della Sera]
Vedi il sito dedicato al lavoro e al pensiero (la "fantasia esatta") di Bruno Munari:
http://www.munart.org
venerdì 20 marzo 2009
domenica 22 febbraio 2009
venerdì 6 febbraio 2009
O chiarissimo ciuco,
O chiarissimo ciuco
O cranio parasito
All’erudita greppia
incarognito;
Tu del corvello eunuco
All’anime bennate
Palesi la virtù
colle pedate.
Somigli uno scaffale
Di libri a un tempo idropico e
digiuno,
Grave di tutti, inteso di nessuno;
O meglio un arsenale
Ove il
sapere, in preda alle tignole,
Non serba altro di sé che le parole.
Poiché
sfacciatamente
Copri de’ panni altrui l’anima nuda,
Scimia di forti
ingegni e Zoilo e Giuda;
Smetti, o zucca impotente,
Di prenderti altra
briga;
Strascica l’ostro sulla falsariga.
giovedì 5 febbraio 2009
Pinocchio bis
cap XXXV
- Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!
- Dunque gli occhi mi dicono il vero? - replicò il vecchietto stropicciandosi gli occhi, - Dunque tu se' proprio il mi' caro Pinocchio?
- Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero? Oh! babbino mio, come siete buono!... e pensare che io, invece... Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi son andate per traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca mi compraste l'Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perché gli cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dette cinque monete d'oro, perché le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero all'osteria del Gambero Rosso dove mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io via e loro sempre dietro, e io via, finché m'impiccarono a un ramo della Quercia grande, dovecché la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a prendere con una carrozzina, e i medici, quando m'ebbero visitato, dissero subito: "Se non è morto, è segno che è sempre vivo", e allora mi scappò detto una bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d'oro, che una l'avevo spesa all'osteria, e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai più nulla, la quale il giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d'uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perché facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare, e il Serpente, colla coda che gli fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto e così ritornai alla Casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi disse: "Ho visto il tu' babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare", e io gli dissi: "Oh! se avessi l'ali anch'io", e lui mi disse: "Vuoi venire dal tuo babbo?", e io gli dissi: "Magari! ma chi mi ci porta", e lui mi disse: "Ti ci porto io", e io gli dissi: "Come?", e lui mi disse: "Montami sulla groppa", e così abbiamo volato tutta la notte, e poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi dissero: "C'è un pover'uomo in una barchetta che sta per affogare", e io da lontano vi riconobbi subito, perché me lo diceva il core, e vi feci cenno di tornare alla spiaggia...
- Ti riconobbi anch'io, - disse Geppetto, - e sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un cavallone m'arrovesciò la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane che era lì vicino, appena m'ebbe visto nell'acqua corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari pari, e m'inghiottì come un tortellino di Bologna.
Vedi: il saggio di Martino Marazzi
Vedi l'incipit della prefazione al volume Millenni Einaudi di Tiziano Scarpa
Vedi e ascolta il brano da Pinocchio di Carmelo Bene
giovedì 22 gennaio 2009
Tognolini, Filastrocca delle maestre
Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
- Col tempo, ti insegnerò tutto
Insegnami fino al profondo dei mari
- Ti insegno fin dove tu impari
Insegnami il cielo, più su che si può
- Ti insegno fin dove io so
E dove non sai? - Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, un albero e un seme
Insegno ed imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te.
http://www.webalice.it/tognolini/
venerdì 16 gennaio 2009
Luigi Ghirri




"La fotografia non è pura duplicazione o un cronometro dell'occhio che ferma il mondo fisico, ma è un linguaggio nel quale la differenza fra riproduzione e interpretazione, per quanto sottile, esiste e dà luogo a un'infinità di mondi immaginari". [Luigi Ghirri]
PAESAGGI D'AUTORE: Letteratura fra la via Emilia e il west
domenica 11 gennaio 2009
Tonino Guerra, L'aria
che sta dalonda la tu testa
e la dventa piò céra quand che t’roid
l’aria è quella cosa leggera,
che sta intorno alla tua testa
e diventa più chiara quando ridi.

