domenica 17 gennaio 2010

Elisabeth Bishop, Un'arte

L’arte di perdere non è una disciplina dura
tante cose sembrano volersi perdere
che la loro perdita non è una sciagura.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta la tortura
delle chiavi di casa perse, delle ore spese male.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.

Esercitati a perdere di più, senza paura:
luoghi, e nomi, e destinazioni di viaggio.
Nessuna di queste perdite sarà mai una sciagura.

Ho perso l’orologio di mia madre. Era
mia ed è svanita – ops! – l’ultima di tre case amate.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.

Ho perso due vasti regni, due città amate,
due fiumi, un continente. Mi mancano,
ma non è mica un disastro averle perdute.

Nemmeno perdere te (la figura, la voce allegra
il gesto che amo) mi smentirà. È chiaro, ormai:
l’arte di perdere non è una disciplina dura,
benché possa sembrare (scrivilo!) una sciagura.

(trad. Marilena Renda)

One Art
by Elizabeth Bishop


The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.

—Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

martedì 5 gennaio 2010

Cortesia


La cortesia non consiste nel fornire occasionalmente cose piccole, bensì nel fornire cose grandissime come fossero piccolissime.


(Walter Benjamin, da L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica)



Saper dare fiducia è una grazia delle più rare. 


(Guido Ceronetti, Pensieri del the)





martedì 29 dicembre 2009

Alexander Calder, Mobile

Un mobile in movimento lascia dietro di sè una scia invisibile, o meglio, ogni elemento lascia una scia individuale dietro la propria singola presenza. A volte queste scie si contraggono una dentro l'altra, a volte invece sono visibili. (A. Calder)
Un mobile: una piccola festa privata, un oggetto definito dal proprio moto, senza il quale esso non esiste, un fiore che appassisce nel momento in cui si ferma, un puro gioco di movimento, come vi sono puri giochi di luce. Il mobile di Calder ondeggia, esita, si direbbe che sbagli e si corregga.
I mobiles sono al tempo stesso invenzioni liriche e combinazioni tecniche, quasi matematiche, ma anche il simbolo sensibile della Natura, di questa natura immensa e vaga, che sparge polline facendo alzare di colpo in volo mille farfalle, di cui non è mai dato sapere se sia una cieca concatenazione di cause e di effetti oppure lo sviluppo timido,  ritardato, disturbato, ostacolato di un'Idea. (J. P. Sartre)

martedì 22 dicembre 2009

La neve




 Come pesa la neve su questi rami
Come pesano gli anni sulle spalle che ami.
L'inverno e' la stagione piu' cara,
Nelle sue luci mi sei venuta incontro
Da un sonno pomeridiano, un'amara

                                         Ciocca di capelli sugli occhi.
                                    Gli anni della giovinezza sono anni lontani.

  

                                                                       Attilio Bertolucci

sabato 12 dicembre 2009

Gadda, la visita del dottore

Carlo Emilio Gadda, La Cognizione del dolore, Torino, Einaudi... 


Dietro domanda del medico elencò le sue sofferenze recenti, le solite. Il medico dondolò il capo e disse di volerlo visitare. Salirono al piano delle camere, lui avanti. Entrarono in una camera grande a pareti scialbate di giallino, con due finestre, di cui una chiara, aperta sulle robinie, sulle  cicale , e due letti. I monti del settentrione. Quasi nero, a travi ed assi, il soffitto: verniciato con l'olio di lino in una tinta affumata, com’era l’uso di Spagna, un tempo.
Il figlio si liberò della giacca, si sdraiò sul letto più interno, il suo: di coltre bianchissima, come l’altro, di pesante noce: tantoché il tarlo vi si udiva cigolare a fatica, con un giro duro e breve, di cavatappi, dopo stanchi intervalli. Su quel candore conventuale il lungo corpo e la eminenza del ventre diedero una figurazione di  ingegnere-capo decentemente defunto, non fossero stati il colorito del volto, e anche lo sguardo e il respiro, a prevalere sulla immobilità greve della testa; che affondò un poco nel cuscino, bianco e rigonfio, tutto svoli. Subito la linda frescura di quello nobilitò la fronte, i capegli, il naso: si sarebbe pensato ad una maschera, da dover consegnare alle gipsoteche della posterità. Era invece la faccia dell’unico Pirobutirro maschio vivente che guardava alle travi del soffitto. Orizzontale sul bianco.
(...)
La visita fu «coscienziosa». Il dottore palpò l’ingegnere a lungo, e anche a due mani, come a strizzarne fuori le budella: pareva una lavandaia inferocita sui panni, alla riva d’un goriello; poi, mollate le trippe, l’ascoltò un po’ per tutto, saltellando in qua e in là, con il capo e cioè con l’orecchio, pungendolo e vellicandolo con la barba. Poi gli mise lo stetoscopio sul cuore e sugli apici: per gli apici, sia davanti che dietro. Alternò l’auscultazione con la percussione digitale e digito-digitale, tanto i bronchi e i polmoni che, di nuovo, il ventre. Gli diceva: «si volti»: e di nuovo: «si rivolti». Nell’ascoltarlo dalla schiena quando era seduto sul letto e tutto inchinato in avanti, con il gonfio e le pieghe del ventre in mezzo ai femori, a crepapancia, e tra i ginocchi la faccia, la camicia arrovesciata al di sopra il capo come da un colpo di vento, oppure sdraiato bocconi, mezzo di sbieco, mutande e pantaloni senza più nesso, allora il dottore aveva l’aria di comunicargli per telefono i suoi desiderata; gli fece dire parecchie volte trentatré, trentatré; ancora trentatré. All’enunciare il qual numero l’ingegnere si prestò di buona grazia, col viso tra i ginocchi.
Con questo, la visita ebbe termine.
Dalla finestra aperta la luce della campagna; screziata di quella infinita crepidine.

martedì 17 novembre 2009

Antonia Pozzi

Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d'un cancello angusto
al limitare d'un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all'irruente fuga
d'una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell'anima
e la porta dell'anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l'assalto è più duro.
E l'ultimo giorno
-- io lo so --
l'ultimo giorno
quando un'unica lama di luce
pioverà dall'estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l'onda mostruosa,
l'urto tremendo,
l'urlo mortale
delle parole non nate
verso l'ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull'arcano cielo dell'ombra,
sarà
-- tu lo sai --
la pace.

Antonia Pozzi, La porta che si chiude



Vedi il sito www.oblique.it e il suo blog   http://luccone.splinder.com/

domenica 8 novembre 2009

Paolo Nori, Da dietro

 Paolo Nori, Da dietro 

Anche secondo me delle volte ha ragione, Ghirri, le cose viste da dietro delle volte son più interessanti che viste da davanti. Mi viene in mente San Petronio, a Bologna, che da dietro a me sembra meraviglioso. Dal davanti è incompiuto, e un po’ si vede, ma in un certo senso è anche compiuto, l’han messo un po’ a posto, dopotutto ha una facciata, anche se diversa da quella progettata in origine, da dietro è talmente incompiuto che è ancora più bello che se fosse finito, credo. Un disastro, porta i segni di un disastro, mi viene da dire, ed è bellissimo, vedere che tutto è finito lì, all’improvviso, sembra di vedere il fulmine che è arrivato, sembra di veder lo stupore di quelli che ci lavoravano, c’è tutta una storia, lì dietro, c’è tutto, in un certo senso, perché non c’è tutto, perché manca un sacco di roba, e allora c’è tutto.

Dal suo blog: www.paolonori.it

venerdì 6 novembre 2009

Fabio Pusterla, le parentesi

Fabio Pusterla,Concessione all'inverno, Casagrande edizioni

Le parentesi

L'erosione
cancellerà le Alpi, prima scavando le valli,
poi ripidi burroni, vuoti insanabili
che preludono al crollo, gorghi. Lo scricchiolio
sarà il segnale di fuga: questo il verdetto.
Rimarranno le pozze, i montaruzzi casuali,
le pause di riposo, i sassi rotolanti,
le caverne e le piante paludose.
Nel Nuovo Mondo rimarranno, cadute
principali e alberi sintattici, sperse
certezze e affermazioni,
le parentesi, gli incisi e le interiezioni:
le palafitte del domani.

 SULL'AUTORE  

Riflessioni sulla poesia (i margini) di Fabio Pusterla



mercoledì 4 novembre 2009

Manganelli sulla scuola

Giorgio Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Adelphi 2003


"Non v’è dubbio che la scuola sia sempre un luogo insieme familiare e non amato, un luogo di fatica e di ore parte noiose e parte ansiose. Si può rendere la scuola un luogo amabile, divertente, un luogo di indimenticabili gioie dell’intelligenza giovanile, quella intelligenza che, alacre e curiosa, comincia a vivere? Ne dubito; vi è qualcosa di innaturale nella scuola dell’ultimo secolo, che non mi pare emendabile: dal modo di reclutare gli insegnanti, dalle bizzarrie degli orari, che giustappongono matematica e letteratura, arte e chimica, costringendo l’intelligenza dell’allievo ad una disponibilità distratta, priva di passione e di coinvolgimento
drammatico.
Lo stesso insegnante, vagabondo di aula in aula, vincolato ad orari e scadenze che non sceglie, non potrà ritrovare dentro di sé quella condizione che sola consente di consegnare agli altri qualcosa che ci appartiene nel profondo.
Nella scuola si amministrano senza gioia materie di gioia ... E poi, i voti! Quel desiderio impuro e corrotto di essere approvati, accettati, giudicati buoni; è un vizio che ci porteremo dietro tutta la vita, e sempre o cautamente mendicheremo il “voto” di qualcuno ...
Che Pinocchio abbia ragione, lo sentiamo nelle nostre viscere; ma vivere non significa avere ragione; significa aver torto. Se la scuola delude, se la scuola copre di noia discorsi densi di inesauribile letizia dell’anima, forse questo appunto è il suo compito: avviare il giovinetto incauto e ruvidamente allegro alla delusione di esistere. Tutti gli errori che si accumulano nella scuola formano, quasi per caso, una grande e difficile esperienza, un percorso obbligato, un labirinto nel quale si entra drammaticamente intensi come solo un fanciullo può essere, per uscire oscuramente offesi, pronti alle ulteriori offese a venire. Del tempo della scuola resterà nella nostra vita un’intensa memoria di volti senza tempo, di “compagni” e “compagne” insieme lontanissimi e indimenticabili; e la lunga fatica della scuola sarà tutt’uno con la lunga fatica di vivere"

sabato 31 ottobre 2009

Giorgio Morandi


"Bisogna amare molto il mondo, e le cose che ci sono nel mondo, anche le infime, e la luce e l' ombra che le rallegra o le incupisce, e la stessa polvere che le soffoca. Morandi ha capito, come sapevano i medievali, che "omnis mundi creatura - quasi liber et pictura - nobis est in speculum", ma senza per questo dover o voler tentare la via del simbolismo, per cui ogni creatura dice altro da sé. Il suo miracolo, la sua religiosità (vorrei dire) consiste nel fatto che egli ci ha aiutato a capire che "omnis mundi creatura" è grande e bella perché anzitutto ci racconta se stessa, e la materia di cui è fatta. E raccontandolo (o trovando qualcuno che la obbliga a raccontare) s' illumina." (Umberto Eco, Il mio primo Morandi )

martedì 27 ottobre 2009

Celan, E' tempo

Paul Celan, Papavero e memoria, Corona, da Tutte le poesie, Meridiani Mondadori 2000

Corona

Dalla mia mano l’autunno bruca la sua foglia: siamo amici
Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare:
il tempo ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca profeta.

Il mio occhio scende sul sesso dell’amata:
ci guardiamo,
ci diciamo cose oscure,
ci amiamo l'un l'altra come papavero e memoria,
dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio di sangue della luna.

Stiamo abbracciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra si decida a fiorire,
che l’inquietudine abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.

E’ tempo.


Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

venerdì 16 ottobre 2009

Vittorio Sereni, Frammenti di una sconfitta

Vittorio Sereni, Frammenti di una sconfitta, Poesie, BUR

Accadeva come dopo certi sogni. Un amore perduto o un altro ritenuto impossibile o funesto appaiono. Oppure si tratta dell’ immagine di persona estranea che d’ un tratto, nel sogno, si scioglie in gesti e parole che la fanno amare. Non che al risveglio si corra in cerca di lei o che qualcosa muti, della vita, per questo, ma dal sogno

un’ acuta dolcezza si prolunga nel giorno e di essa si è vivi.


venerdì 9 ottobre 2009

Daniello Bartoli, Chiocciole

Daniello Bartoli (1608-1685)Chiocciole, in La ricreazione del Savio, Guanda, 1992

"...E non s'è egli mostrato sommamente ammirabile Iddio nel variare in cento e più diverse maniere il circolarsi e ravvolgersi d'una chiocciola in sé stessa? Puossi dir cosa più eguale, più determinata e più semplice, e pur nelle mani sue divenuta capevole di sì grand'arte?
Alcune si girano con volute, campate l'una fuori dell'altra appunto come se si attorcigliassero intorno a un fuso: e procedendo in lungo assottigliano e fino in punta digradano con ragione.
Altre, all'opposto, tutte in loro stesse ritornano; e dicami Archimede, che sì ingegnosamente ne scrisse: chi insegna loro a condurre una linea in ispira, sì perfettamente che in nulla non ismisuri? Dicammi gli architetti, che tanto penano a disegnar con regola le volute, e pur non mai altro che false, mentre, per più non sapere, le compongono d'alcuna parte di circolo, e circolo elle non sono, avvegnaché circolari: chi ne ha infusa la regola alle chiocciole, nate maestre in un'arte di cui essi ancor non si veggono buoni discepoli?
Di queste poi, quelle che chiaman veneree, e le in parte lor somiglianti, nulla mostran di fuori come s'attorcano, ma, ricoverte d'un nicchio che parte s'inarca e parte spiana, quivi entro s'avviluppano sì che punto non pare.
Altre, da un grosso capo tutto incoronato o di merli o di pennacchini o d'una cresta che serpeggia intorno, van giù a poco a poco mancando fino a stringersi come un paleo.
Altre covano alquanto, e sembra che portino cupolette e capannucci l'un sopra l'altro.
Ve ne ha delle schiacciate, delle ritonde, delle increspate, delle distese e aperte, delle tutte in loro medesime aggomitolate.
Ma in qualunque foggia diverse o, come sogliam dire, cavate di fantasia, tutte con decoro, con avvenenza, con garbo, tal che di mille che ne avrete davanti non saprete qual sia la più ingegnosamente foggiata: e dico anche, se pur è da dirsi, le lavorate ad opera strapazzata, ché quel medesimo in che sembrano incolte è negligenza ad arte, per far vedere una deformità con grazia, una rozzezza con maestà, un mostro, ma di bellezza.

L'intero testo si trova in: http://www.intratext.com/IXT/ITA1839/

sabato 26 settembre 2009

Erri De Luca, Consiglio

Erri De Luca, L'ospite incallito, Einaudi 2009

Consiglio

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi amore senza nominarlo, la precisione sta nell'evitare.
Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato,
punta al bordo, costeggia.
Il lanciatore di coltelli tocca da lontano,
l'errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.


giovedì 3 settembre 2009

Hiroshige (a Roma)

Gufo su un acero sotto la luna piena

Fiori di iris a Horikiri










Utagawa Hiroshige (1797-1858)

domenica 30 agosto 2009

Passeggiate 1 : Walser, Sebaste

Robert Walser, La passeggiata, Adelphi,

Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada. Sulle scale mi venne incontro una donna dall’aspetto di spagnola, di peruviana o di creola, che ostentava non so quale pallida e appassita
maestà.
Per quando mi riesce di ricordare, appena fui sulla strada soleggiata mi sentii in una disposizione d’animo avventurosa e romantica, che mi rese felice.
Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi mi appariva così bello come se lo vedessi per la prima volta.
Tutto ciò che scorgevo mi dava una piacevole impressione di affettuosità, di bontà, di gioventù.
In breve dimenticai che fino a poco prima, su nella mia stanzetta, ero rimasto ad almanaccare tetramente su un foglio bianco.
Mestizia, dolore e tutti i pensieri cupi erano come scomparsi, sebbene continuassi a percepire acutamente, dinanzi e dietro di me, una certa nota grave. (...)

Beppe Sebaste, La passeggiata, Manni 2009

Tutta questa astratta vicenda si svolse nel corso di una passeggiata mattutina.
Il vecchio scrittore camminava in una strada del suo quartiere di Parigi, in mano reggeva una borsa di plastica con dentro il pane, il giornale, forse dei libri, e dentro di sè rimuginava delle frasi al ritmo lento dei passi. Sopra la testa, appeso al cielo azzurro, un treno di nuvole bianche correva più forte del metrò, e quando il sole rispuntò al termine di quella corsa vaporosa, le frasi, combinatesi assieme, tratteggiavano quasi riconoscibile il profilo di una storia. (...)

venerdì 28 agosto 2009

Luce in Dante

Osip Mandelstam, Conversazioni su Dante, Il melangolo 1994


“...questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell’esecuzione”

“...le similitudini dantesche non sono mai descrittive, cioè puramente figurative. esse hanno sempre il concreto scopo di rendere l’immagine interna della struttura e della tensione… un istitnto di pellegrinaggio, di viaggio, di colonizzazione, di migrazione”

“Ogni parola è un fascio di significati, e un significato affiora da esso per irradiarsi in varie direzioni, senza mai convergerei in un solo punto ufficiale. pronunciando sole, noi compiamo una sorta di enorme tragitto a cui siamo talmente abituati che viaggiamo immersi nel sonno. la poesia si distingue dal linguaggio automatico proprio in quanto ci sveglia e ci riscuote nel bel mezzo della parola .questa risulta allora molto più lunga di quanto pensassimo, e ci rammentiamo che parlare significa essere sempre in cammino.


Vedi in Google Books:


Paolo Bollini, Dante visto dalla luna, Dedalo 1994




giovedì 27 agosto 2009

Fari


Il faro di Pierres Noires si trova in Bretagna nell’Arcipelago della Molène
( Regione del Finistère, Francia), fa parte della categoria inferno in quanto controlla un pericoloso punto di mare caratterizzato da forti correnti che rendono la navigazione molto difficile; viene quasi sempre raffigurato inghiottito da violente onde che arrivano a coprirlo quasi interamente. Pierres Noires fa parte insieme a molti altri della Strada dei Fari, percorso che parte da Brest e arriva fino all’Isola di Ouessant.


Il fotografo Jean Guichard ha fotografato molti fari con il mare forza 10: vedi il suo sito suggestivo.
http://www.jean-guichard.com/


mercoledì 26 agosto 2009

Mazzucco, sulla Schwarzenbach

Annamarie Schwarzenbach, La gabbia dei falconi, Rizzoli, 2006, traduzione e cura di Melania Mazzucco.

Dalla postfazione:
"Il falcone è addestrato a catturare la preda, ma anche a riconoscere il richiamo del padrone, e a tornare a posarsi sul suo braccio. Nella poesia persiana, l'immagine del falcone che torna sul braccio del cacciatore era divenuta anche una metafora sul ritorno dell'anima alla sua origine. Il falcone è un cacciatore, ma anche, in qualche modo, un prigioniero. E' libero, ma non può andare davvero lontano: la sua esistenza si realizza nel suo ritorno".

"Rielaborare incessantemente le proprie esperienze, provare a leggere la propria vicenda nel contesto della Storia, tentare di dare un significato alla propria vita, lasciare la propria impronta nella polvere del tempo, seppellire nella sabbia un coccio di ceramica o una moneta d'oro che un giorno qualcuno esumerà: alla fine, forse, è proprio questo il senso di ogni letteratura"

martedì 25 agosto 2009

Mazzucco, un giorno perfetto

Melania G. Mazzucco, Un giorno perfetto, Rizzoli 2005

Maja, tanto cerebrale e mistica, la mattina, con una diligenza ammirevole, appuntava i sogni notturni in un quaderno segreto che custodiva nel cassetto della biancheria; sulla copertina c'era scritto Libro dei sogni. Una volta, a tradimento, lui l'aveva letto. I sogni di Maja, solo raramente erotici e comunque di una banalità stupefacente, lo avevano annoiato. Però Maja sosteneva di avere avuto il dono di interpretare i sogni - da ragazza, prima di mettersi con lui - e Elio ci credeva, perchè no? Le donne trafficano con l'aldilà, hanno qualcosa a che fare con il futuro e con la morte.
(...)
Non credo di averti mai incontrata a Parigi. E' un sogno, gli ho spiegato. A che ti serve annotare i sogni? ha detto lui. Sono solo i detriti del giorno.

Intervista video a Melania Mazzucco, festa dell'unità, sett 09


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venerdì 21 agosto 2009

Il mare, sotto


Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse tra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conghiglie, e nascoste fra grandi scogliere. Fra quelle rocce torreggianti, che sovrastano l'acqua, fanno il nido i gabbiani e le tortore selvatiche, di cui, specialmente al mattino presto, s'odono le voci, ora lmentose, ora allegre.
Là, nei giorni quieti, il mare è tenero e fresco, e si posa sulla riva come una rugiada. Ah, io non chiederei d'essere un gabbiano, nè un delfino; mi accontenterei di essere uno scòrfano, ch'è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell'acqua.

Elsa Morante, L'isola di Arturo, Mondadori 1988


martedì 21 luglio 2009

Marcoaldi, Leggere e nuotare

Franco Marcoaldi, Leggere e nuotare, in Il tempo ormai breve, Einaudi 2009


Leggere e nuotare



Oggi ho letto l'intero libro di uno scrittore
amico, che amo tanto. Purtroppo pero`
non mi e` rimasto in testa niente.
E dal momento che concordo
con quello che lui stesso dice
- ovvero, che si scrive ( e si legge)
essenzialmente per capire -
allora tanto vale che passi
ad altro e decida di nuotare.

A lungo, lentamente respirando
regolarmente ogni tre bracciate alterne.
E via via che procedo nel nuoto,
mi domando: ma siamo poi cosi` sicuri
che ci sia davvero qualcosa
da capire? Non sara` che vivere,
in fondo, si riduce a questo?
Immergersi nell'acqua, tornare
in superficie e respirare?


ASCOLTA LA POESIA (DA RADIO3)


martedì 9 giugno 2009

Traccia


Disegnato da Meret Oppenheim nel 1936
(Meret, nata nel 1913, fece parte del movimento surrealista; è famosissima la sua opera
Dejeneur en fourrure che si trova al Moma)