Tahar Ben Jelloun, Mia madre, la mia bambina, Torino, Einaudi, 2006, trad. M. Botto
Da quando è malata, mia madre è diventata una cosetta dalla memoria vacillante, Convoca i familiari morti da tempo. Parla con loro, si stupisce che sua madre non venga a trovarla, tesse le lodi del fratello minore che, dice lei, le porta sempre dei regali. (...)
Mia madre rivisita la propria infanzia. La sua memoria si è rovesciata, si è sparsa sul terreno umido. Il tempo e la realtà non si intendono più.
"Non sono pazza, sono solo stanca".
martedì 30 settembre 2008
domenica 28 settembre 2008
Ginzburg Miti, emblemi, spie
Carlo Ginzburg, Miti, emblemi, spie, Torino, Einaudi, 1986
Spie
Dio è nel particolare. A. Warburg
Un oggetto che parla della perdita, della distruzione, della sparizione di oggetti. Non parla di sè. Parla di altri. Includerà anche loro?
J. Johns
In queste pagine cercherò di mostrare come, verso la fine dell'800, sia emerso silenziosamente nell'ambito delle scienze umane un modello epistemologico (se si preferisce, un paradigma) al quale non si è prestata finora sufficiente attenzione.
... (Morelli, Freud, Conan Doyle) In tutti e tre i casi s'intravvede il modello della semeiotica medica: la disciplina che consente di diagnosticare le malattie inaccessibili all'osservazione diretta sulla base di sintomi superficiali, talvolta irrilevanti.
... La letteratura aforistica è per definizione un tentativo di formulare giudizi sull'uomo e sulla società sulla base di sintomi, di indizi. Un uomo e una società malati, in crisi.
Spie
Dio è nel particolare. A. Warburg
Un oggetto che parla della perdita, della distruzione, della sparizione di oggetti. Non parla di sè. Parla di altri. Includerà anche loro?
J. Johns
In queste pagine cercherò di mostrare come, verso la fine dell'800, sia emerso silenziosamente nell'ambito delle scienze umane un modello epistemologico (se si preferisce, un paradigma) al quale non si è prestata finora sufficiente attenzione.
... (Morelli, Freud, Conan Doyle) In tutti e tre i casi s'intravvede il modello della semeiotica medica: la disciplina che consente di diagnosticare le malattie inaccessibili all'osservazione diretta sulla base di sintomi superficiali, talvolta irrilevanti.
... La letteratura aforistica è per definizione un tentativo di formulare giudizi sull'uomo e sulla società sulla base di sintomi, di indizi. Un uomo e una società malati, in crisi.
domenica 21 settembre 2008
Sereni, Diario bolognese
Vittorio Sereni, Frammenti di una sconfitta- Diario bolognese, Milano, Scheiwiller, 1957
Io non so come sempre
un disperato murmure m’opprima
nell’aria del tuo mezzogiorno
tanto diffusa ai colli dentro il sole
tanto quaggiù gremita e fumicosa.
E non è fiore in te che non m’esprima
il male che presto lo morde,
non per finestra musica s’inoltra
che amara non ricada sull’estate.
Invano sotto San Luca ogni strada
voluttuosa rallenta, alla tua gioia
sono cieco ed inerme.
E l’ombra dorata trabocca nel rogo serale,
l’amore sui volti s’imbestia,
fugge oltre i borghi il tempo irreparabile
della nostra viltà.
mercoledì 10 settembre 2008
Sontag. La coscienza delle parole
Susan Sontag, Nello stesso tempo: la coscienza delle parole, Mondadori Milano 2008, trad. D. Rieff
In quanto scrittrice, creatrice di letteratura, narro e rifletto al tempo stesso. Le idee mi commuovono. Ma i romanzi sono fatti di forme, non di idee. Forme del linguaggio. Forme d’espressione. Non ho in testa una storia fino a quando non ne conosco la forma. (Come sosteneva Vladimir Nabokov, “il disegno della cosa precede la cosa”). E – in modo implicito o sottinteso – i romanzi nascono dall’idea che uno scrittore ha di ciò che la letteratura è o può diventare.
(...)
Perciò la letteratura – e parlo in termini prescrittivi, non solo descrittivi – è consapevolezza, dubbio, scrupolo, meticolosità. Ma è anche – ancora una volta in senso sia prescrittivo che descrittivo – canto, spontaneità, celebrazione, beatitudine.
(...)
Sono dell’idea che ogni singola visione della letteratura sia falsa – e cioè, riduttiva, puramente polemica. Laddove parlare con sincerità di letteratura vuol dire necessariamente parlare per paradossi.
Perciò, se ogni opera letteraria che conta, che merita di essere definita tale, incarna un ideale di singolarità, di voce individuale, la letteratura, che è accumulazione, incarna invece un ideale di pluralità, di molteplicità, di promiscuità.
Ogni possibile idea di letteratura – letteratura come impegno sociale, come ricerca di private intensità spirituali, letteratura nazionale o universale – è, o può diventare, una forma di autocompiacimento spirituale, di vanità, o di autogratificazione.
La letteratura è un sistema – un sistema plurale – di metri di giudizio, ambizioni, lealtà. La sua funzione etica sta almeno in parte nella capacità di insegnare il valore della diversità.
Certo, la letteratura deve operare all’interno di determinati confini. (Come ogni altra attività umana. Solo la morte ne è priva). Il problema è che i confini che la maggior parte della gente desidera tracciare soffocherebbero la libertà della letteratura di essere quel che può essere, in tutta la sua inventiva e capacità di turbamento.
***
Vedi l'articolo di Nadia Fusini su Susan Sontag - potente e commovente:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/04/10/la-voce.html
In quanto scrittrice, creatrice di letteratura, narro e rifletto al tempo stesso. Le idee mi commuovono. Ma i romanzi sono fatti di forme, non di idee. Forme del linguaggio. Forme d’espressione. Non ho in testa una storia fino a quando non ne conosco la forma. (Come sosteneva Vladimir Nabokov, “il disegno della cosa precede la cosa”). E – in modo implicito o sottinteso – i romanzi nascono dall’idea che uno scrittore ha di ciò che la letteratura è o può diventare.
(...)
Perciò la letteratura – e parlo in termini prescrittivi, non solo descrittivi – è consapevolezza, dubbio, scrupolo, meticolosità. Ma è anche – ancora una volta in senso sia prescrittivo che descrittivo – canto, spontaneità, celebrazione, beatitudine.
(...)
Sono dell’idea che ogni singola visione della letteratura sia falsa – e cioè, riduttiva, puramente polemica. Laddove parlare con sincerità di letteratura vuol dire necessariamente parlare per paradossi.
Perciò, se ogni opera letteraria che conta, che merita di essere definita tale, incarna un ideale di singolarità, di voce individuale, la letteratura, che è accumulazione, incarna invece un ideale di pluralità, di molteplicità, di promiscuità.
Ogni possibile idea di letteratura – letteratura come impegno sociale, come ricerca di private intensità spirituali, letteratura nazionale o universale – è, o può diventare, una forma di autocompiacimento spirituale, di vanità, o di autogratificazione.
La letteratura è un sistema – un sistema plurale – di metri di giudizio, ambizioni, lealtà. La sua funzione etica sta almeno in parte nella capacità di insegnare il valore della diversità.
Certo, la letteratura deve operare all’interno di determinati confini. (Come ogni altra attività umana. Solo la morte ne è priva). Il problema è che i confini che la maggior parte della gente desidera tracciare soffocherebbero la libertà della letteratura di essere quel che può essere, in tutta la sua inventiva e capacità di turbamento.
***
Vedi l'articolo di Nadia Fusini su Susan Sontag - potente e commovente:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/04/10/la-voce.html
giovedì 4 settembre 2008
Un poeta umoristico: Ernesto Ragazzoni
I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER
(Da W. M. Thackeray)
Il giovane Werther amava Carlotta
e già della cosa fu grande sussurro.
Sapete in che modo si prese la cotta?
La vide una volta spartir pane e burro.
Ma aveva marito Carlotta, ed in fondo
un uomo era Werther dabbene e corretto;
e mai non avrebbe (per quanto c'è al mondo),
voluto a Carlotta mancar di rispetto.
Così, maledisse la porca sua stella;
strillò che bersaglio di guai era, e centro;
e un giorno si fece saltar le cervella,
con tutte le storie che c'erano dentro.
Lo vide Carlotta che caldo era ancora,
si terse una stilla dal bell'occhio azzurro;
e poi, vòlta a casa (da brava signora),
riprese a spalmare sul pane il suo burro.
Parole contro le parole
Oggi, non voglio far della poesia,
non voglio stare chiuso contro un tavolo.
Voglio prender la porta, andare via
andarmene, se càpita, anche al diavolo!
In un giorno di ciel, d'aria e di sole
posso seduto, fabbricar parole?
Io, come il vecchio Amleto, sono stufo
di parole, parole, ancor parole!
Fra tanti pappagalli, sono un gufo
e disdegno le chiacchiere e le fole.
Se si parlasse meno, quanto il mondo
piú felice sarebbe, e piú fecondo!
Abbasso i versi e chi li legge e scrive!
Primavera s'annuncia, e vo pei campi
a veder in che modo si rivive
senza bisogno alcun che se ne stampi,
o ne filosofeggino due o tre
sui sedili dei tram, e nei caffè!
Senza soccorso di poeti e sofi
le siepi vanno rimettendo il verde!
Su per le aiuole crescono i carciofi,
e l'asparago inver nulla ci perde
se vien fuori, a dispetto della critica,
senza affatto occuparsi di politica.
E cosí fa la mammola, e fa l'erba,
il pero, il melo, il mandorlo, il ciliegio
che una veste di fiori hanno, e superba,
e daran frutto, senza ciarle, egregio.
Se facessimo un poco come loro:
chiacchiere niente, e alquanto piú lavoro?
E. Ragazzoni, Buchi nella sabbia e pagine invisibili. Poesie e prose, Einaudi, Torino 2000
(Da W. M. Thackeray)
Il giovane Werther amava Carlotta
e già della cosa fu grande sussurro.
Sapete in che modo si prese la cotta?
La vide una volta spartir pane e burro.
Ma aveva marito Carlotta, ed in fondo
un uomo era Werther dabbene e corretto;
e mai non avrebbe (per quanto c'è al mondo),
voluto a Carlotta mancar di rispetto.
Così, maledisse la porca sua stella;
strillò che bersaglio di guai era, e centro;
e un giorno si fece saltar le cervella,
con tutte le storie che c'erano dentro.
Lo vide Carlotta che caldo era ancora,
si terse una stilla dal bell'occhio azzurro;
e poi, vòlta a casa (da brava signora),
riprese a spalmare sul pane il suo burro.
Parole contro le parole
Oggi, non voglio far della poesia,
non voglio stare chiuso contro un tavolo.
Voglio prender la porta, andare via
andarmene, se càpita, anche al diavolo!
In un giorno di ciel, d'aria e di sole
posso seduto, fabbricar parole?
Io, come il vecchio Amleto, sono stufo
di parole, parole, ancor parole!
Fra tanti pappagalli, sono un gufo
e disdegno le chiacchiere e le fole.
Se si parlasse meno, quanto il mondo
piú felice sarebbe, e piú fecondo!
Abbasso i versi e chi li legge e scrive!
Primavera s'annuncia, e vo pei campi
a veder in che modo si rivive
senza bisogno alcun che se ne stampi,
o ne filosofeggino due o tre
sui sedili dei tram, e nei caffè!
Senza soccorso di poeti e sofi
le siepi vanno rimettendo il verde!
Su per le aiuole crescono i carciofi,
e l'asparago inver nulla ci perde
se vien fuori, a dispetto della critica,
senza affatto occuparsi di politica.
E cosí fa la mammola, e fa l'erba,
il pero, il melo, il mandorlo, il ciliegio
che una veste di fiori hanno, e superba,
e daran frutto, senza ciarle, egregio.
Se facessimo un poco come loro:
chiacchiere niente, e alquanto piú lavoro?
E. Ragazzoni, Buchi nella sabbia e pagine invisibili. Poesie e prose, Einaudi, Torino 2000
martedì 2 settembre 2008
Beppe Sebaste: Oggetti smarriti
Sono seduto al bar con l’amico regista Giuseppe Bertolucci, e parliamo di “oggetti smarriti”, anzi, oggetti “trovati”. Gli descrivo lo storico e ormai secolare “Bureau des objet trouvés” a Parigi, al 36 di rue des Morillons, nel XV° arrondissement, impressionante e pittoresco museo della sbadataggine. Alla fine degli anni ’90 tra gli oggetti in giacenza si trovavano anche un’urna funeraria con tanto di ceneri del defunto trovata nel metrò, un teschio umano, statue di Gesù, e perfino un serpente scappato da uno zoo. (...)
http://beppesebaste.blogspot.com/
http://www.beppesebaste.com/
vedi ora il suo nuovo libro "Oggetti smarriti" ed. Laterza
Ascoltalo nel sito RSI (rubrica "In altre parole")
Se si considera il numero impressionante di carte d’identità che vengono perdute e ritrovate, e giacciono nei depositi degli oggetti rinvenuti, nei lost & found italiani, ci si rende conto del desiderio di fuga, evasione o cambiamento della popolazione.
L’ufficio “oggetti smarriti” si chiama “degli oggetti rinvenuti”, ma continuo a pensare che la formula più appropriata dovrebbe essere quella che, in francese, definisce il vecchio “fermoposta” - quel servizio, oggi in via di estinzione, che permette di ricevere lettere negli uffici postali di ogni città -: cioè poste en souffrance, posta che “soffre” la mancanza del proprio destinatario, lettere in giacenza, smarrite e inutili come personaggi in cerca d’autore su un pirandelliano, burocratico scaffale; e che forse, come in Kafka, sono lette e assimilate solo dai fantasmi. (...)
Beppe Sebastehttp://beppesebaste.blogspot.com/
http://www.beppesebaste.com/
vedi ora il suo nuovo libro "Oggetti smarriti" ed. Laterza
Ascoltalo nel sito RSI (rubrica "In altre parole")
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