martedì 22 maggio 2012

Allora occorrerà

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Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare.  (Antonella Anedda)


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sabato 19 maggio 2012

martedì 1 maggio 2012

Mariangela Gualtieri ai cuccioli


Sermone ai cuccioli della mia specie
Cari cuccioli, vi ho guardato a lungo. Ero lì nascosta nel buio e vi guardavo giocare, nascosta nel buio come una carogna, come una spia che studia il nemico, come un ladro che aspetta il momento buono, come un terrorista che guarda a distanza e fa i suoi piani d’innesco. Io vi guardavo ammutolita, intenerita da voi, cari cuccioli della mia specie, e poi anche disgustata da voi che eravate lì inermi a un palmo dal mio naso.
Siete indeboliti cuccioli. Siete spaventati e soli. Siete avidi. Siete sazi. Siete svuotati. Sfiniti siete. Siete vinti.
Io vi guardavo da una quasi nausea, da tutto quel buio: ricordavo un’antica infelicità d’infanzia, un’antica paura. ricordavo bene quell’essere fra gli altri, spersa, sola. La mia paura me la ricordavo, guardando la vostra. Ricordavo bene il mio sguardo, come se lo avessi sempre visto da fuori: sbigottito, quasi non ci credevo d’essere in questo mondo, non me lo spiegavo, il mondo, non mi raccapezzavo. Come precipitata ero, dalle altezza caduta molto giù, molto di lato, nel mondo degli uomini e delle donne. Nel mondo delle case di mattoni. Nel mondo dove si lavora e si mangia e si dorme e si fa la cacca ogni giorno e ogni giorno si fa la pipì tante di quelle volte e si mangia e si dorme e ci si lava la faccia.
Da dentro quello sguardo, chiusa lì dentro nella mia fortezza io guardavo il mondo dei grandi e provavo una grande pietà. Io li sentivo che piangevano dentro. Sentivo che non ce la facevano. Li sentivo gridare dentro. Con muri dentro, con scarafaggi e muffe, dentro. E un giorno, quando ero molto piccola, ho fatto un giuramento, un giuramento infante, senza le parole, ma chiarissimo e sonante: io me li prendo tutti nel petto e li scampo, li porto in salvo.
Ho giurato così, senza dire neanche una di queste parole, ma con tutte queste parole più forti cento volte. Nel mio letto, vicino al grande armadio con lo specchio, fra le sponde altre di legno, con la sorella vicina che tossiva, giuravo forse ogni notte, per quella tosse, per la faccia stanca del mio babbo, e per tutte le facce dei grandi, coi loro segni come di grande pena. Una bambina nel suo letto ha fatto il giuramento, recitato la formula che salva, forse ha vinto sulla morte e sul mondo.
Aspettavo il giorno in cui mi avrebbero detto il grande segreto. Sentivo, lo sapevo, che dietro al loro non dire niente si nascondeva la grande verità. Sentivo, lo sapevo, che loro sapevano tutto quello che io non sapevo. Sentivo che un giorno me lo avrebbero detto e io avrei capito il mondo e non avrei sofferto come loro, perché loro stavano già soffrendo anche per me. Sentivo e aspettavo.
Poi molto piano, molto in ritardo, molto piano, millimetro dopo millimetro, in un lavorio di tic tac e minuti molto piccoli, piano piano, sono passata di là, sono caduta del tutto nel mondo, appiattita, schiacciata al suolo in un lento atterraggio.
Adesso, cari cuccioli, io sono grande. Sono molto grande. Sono quello che mai e poi mai avrei voluto essere: una persona grande. Adesso io sono dei loro. Adesso lontanissima sono dai miei favolosi sette anni, quando ero un genio buono, uscito da poco dalla lampada, e un filosofo ero, ma senza le parole, un grandioso poeta analfabeta, un artista senz’arte.
Adesso da qui, da questo esilio duro, da questo corpo con peso, da questa mente complicata, da questa mente ingombrante, da qui, da questo buio che è tutto il mio, da qui vi guardo, adorandovi. Vi chiedo aiuto. Una parte di me vi supplica, vi implora, vi chiede aiuto e aiuto. Adesso tocca a voi salvarmi, fare il giuramento. Potrete? Ci riuscirete? Mi sentite? Sentite?
Dicono che siete rotti. Siete sazi, dicono. Corrotti. Rovinati siete, come tutto il resto. Anche voi nella lista lunga delle perdite: l’acqua, l’aria, il silenzio, il pudore… Anche voi. Stuprati siete, rotti. Vecchissimi e troppo stanchi per l’infanzia. Scarichi. Vuoti.
Allora adesso imparate. Imparate l’odore dei nemici potenti. Sbranate, cuccioli, le loro mani piene. Scassate le loro tane come galere. Sputare sui loro piatti. incendiate le stanze gonfie di giocattoli, scappate, morsicate, tirate pietre sui televisori, scalciate, spaccate questo micidiale nostro sogno, l’inesauribile bisogno di confort, fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci per aver fatto di voi le nostre miniature, per avervi disinnescati, resi innocui, per non avervi ascoltati, nel vostro sommo sapere.
Voi che eravate le porte del regno dei cieli e chi non passava da voi non passava, voi che eravate purissima gioia, voi che eravate noi bloccati nella più grande bellezza, voi che somigliavate ai cuccioli degli altri animali, voi che capivate lo splendore misterioso degli animali, voi che dormivate un sonno perfetto e benedetto, voi che vi svegliavate ridendo, voi che facevate balletti strepitosi. Voi, nostre divintà domestiche.
Nascete ancora, cuccioli. Restate. Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate. Siate.


giovedì 5 aprile 2012

Victor Hugo

Nella casa-museo  di Victor Hugo, in place de Vosges a Parigi, la camera da letto (legno scuro e tappezzeria rossa)  ha lo scrittoio (a sin nella foto) molto alto, perchè Hugo amava scrivere in piedi:
 pare che questa modalità infonda molta più energia alle parole...


sabato 10 marzo 2012

Elio Pagliarani (1927 - 2012)

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Ma dobbiamo continuare 
 come se 
 non avesse senso pensare 
 che s’appassisca il mare


(La ballata di Rudi, Oggetti e argomenti per una disperazione)

martedì 28 febbraio 2012

Qualcosa di familiare....




Vanessa Bell, sorella di Virginia Woolf, dipinta da Duncan Grant

domenica 19 febbraio 2012

Del nuotare

     Era inevitabile e direi fatale che, nuotando sott’acqua in apnea nell’ipnotica fissità dei fondali, io m’imbattessi, dopo Ferito a morte, nella leggenda di Colapesce, che ne è una specie di lontano prototipo. Mito e favola del ragazzo mezzo uomo e mezzo pesce mi arrivavano dalle azzurre profondità del mio Tirreno, e tirrenico più che greco e siculo io sentivo questo antico racconto. Dopo Croce, e Calvino, e Sciascia, che tra i moderni lo raccolsero e lo riscrissero ciascuno a suo modo, venne anche a me il desiderio di riprenderlo e raccontarlo a modo mio. 
L’occasione fu il compleanno di mia figlia che ancora non sapeva leggere e che dunque si trovava nella condizione ideale per ascoltare le favole che le inventavo. Mi stava a sentire con una specie di sognante rapimento, con due occhi d’ambra chiara che pendevano dalle mie labbra e accoglievano come oro colato ogni mia parola, e tutto, ogni minimo particolare, metteva in moto la sua intatta fantasia. Oh, se i miei lettori mi leggessero come lei mi ascoltava! Scrissi questa favola per lei, per farle immaginare la bellezza dello scenario sottomarino, e anche per prepararla – quando sarebbe stata in grado di farlo – alla lettura di Ferito a morte. Mi piaceva farle credere che anche io ero stato un po’ come Colapesce, e che se le mie mani e i miei piedi non erano forniti di membrane per meglio nuotare, le pinne di gomma potevano benissimo sopperire a questa mancanza. 
Volevo che quando fosse stata più grande capisse che se avevo scelto il mare come elemento essenziale del mio libro era perché nel mare avevo trovato in un primo momento la beata regressione dell’infanzia (e una tregua al dolore), il liquido amniotico della mia ispirazione, il richiamo perenne e insostituibile dell’Altrove, del Regno Sconosciuto. E poi, man mano anche lei crescendo avrebbe potuto riconoscere nel mare il luogo della felicità, della “bella giornata” e della ferita che essa nasconde


Raffaele La Capria, Colapesce

Raffaele La Capria Esercizi superficiali. Nuotando in superficie, Mondadori 2012

domenica 5 febbraio 2012

Anedda - Lei è (e non è) mia madre


Antonella Anedda, Salva con nome, Mondadori 2012
Mette in fila i ricordi
loro gridano che non sono mai esistiti.
Mette in fila i nomi
loro battono insieme come cucchiai di legno
Mette in fila i visi e loro a schiera si sfaldano
confondendo le unghie con i suoni.
Parla con l’aria: “Tu non ferisci”, dice,
ma l’aria brucia e rade - a falce - il passato.
1
Nelle sue orecchie il mondo arriva a ondate.
In una il dolore è più ottuso. Nell’altra c’è più aria.
Anche nel sonno sente l’ovatta e le fiamme.
La fronte tocca le ginocchia piegate.
Torna a essere un feto che ignora l’infinito.
 2
Abbandonandosi trova una fessura.
Non resistendo il dolore trova finalmente la vena.
Trasmutando si placa.
I passi nel selciato ora raggiungono la gola.
Stridono come carri sul petto. Odorano di acciaio.
Il timpano traghetta - bianco su nero -
-come formica e pane- un ultimo pensiero.
 
3
Anche cadendo continua a dormire.
La bocca sul pavimento non sente il freddo.
La raccolgono, la voltano.
La nuca non trema, sta come muschio nelle mani.
Il corpo è tutto nero. Dietro ci sono le sfere dei monti, la sbarra dei lecci.
Il cielo le posa una benda di pioggia sulla schiena.
Una foglia gialla è una goccia d’unguento sulla fronte.
Prima di sgorgare il sangue si raccoglie in un catino di osso.
A distanza e indietro. Lei è (e non è) mia madre.

sabato 21 gennaio 2012

Attilio Bertolucci, Al fratello


Un giorno amaro l'infinita cerchia
dei colli
veste di luce declinante,
e già trabocca sulla pianura
un autunno di foglie.

Più freddi ora dispiega i suoi vessilli
d'ombra il tramonto,
un chiaro lume nasce
dove tu dolce manchi
all'antica abitudine serale.



 Attilio BertolucciLe poesie, Garzanti Milano 1998

giovedì 19 gennaio 2012

Risveglio

Per prima cosa al mattino
vedere se la pendola ha tenuto il tempo
se ha fatto presa la colla sul vecchio libro
se è sbocciato un tal fiore:
controlli soddisfacenti
per avviare le ore.

Luciano Erba, L'ipotesi circense, Garzanti, Milano, 1995

sabato 14 gennaio 2012

Kierkegaard, la gioia

«Il giglio e l’uccello, i gioiosi maestri di gioia, sono la gioia stessa perché sono incondizionatamente gioiosi. Colui infatti la cui gioia dipende da determinate condizioni non è la gioia stessa, la sua gioia è nelle condizioni, è condizionata da esse. [...] 
Ma il loro insegnamento di gioia, che di nuovo la loro vita esprime, è con grande brevità il seguente: c’è un oggi che è, sì, un’enfasi infinita cade su questo è. C’è un oggi e non c’è nessuna, proprio nessuna preoccupazione per il domani, o per il giorno seguente. 
Non è leggerezza quella del giglio e dell’uccello, è invece la gioia del silenzio e dell’obbedienza. Perché quando tu taci nel silenzio solenne, quale è in natura, non esiste il domani; e quando tu obbedisci, come obbedisce il creato, non c’è il domani, quel giorno maledetto, l’invenzione della chiacchiera e della disobbedienza. [...] 
Che cos’è la gioia, che cos’è essere gioiosi? È essere davvero presenti a se stessi. Ma l’essere davvero presenti a se stessi è questo “oggi”, è essere oggi, essere davvero oggi. » 

(S. Kierkegaard, Il giglio nel campo e l’uccello nel cielo. Discorsi 1849-1851, a cura di Ettore Rocca, Donzelli, Roma 2011
http://www.donzelli.it/libro/2298

mercoledì 21 dicembre 2011

Odysseas Elytis


XXV
UNA TRASLITTERAZIONE DEL SUONO fatta dallo sciabordare
delle piccole onde quando la luna si allontana e la casa
si avvicina alla riva, ci potrebbe rivelare molte cose. Sulle
vette dei sensi prima di tutto. Dove la gentilezza arriva
sempre prima, scavalcando la forza: un luminoso celeste
color pistacchio, il ciottolo incandescente, passi solitari del
vento sulle foglie. O altrimenti: una mètopa una cupola
che rendono lineare la natura come lo sciabordio rende
universale la lingua greca.
Impara a pronunciare bene la realtà.
(Odysseas Elytis, da Incenso al migliore)
(Nacque a Iraklion (Creta), nel 1911, da famiglia originaria dell’isola di Lesbo. Soggiornò a lungo a Parigi (una prima volta dal 1948 al ’52, una seconda dal 1969 al ’71), dove entrò in contatto con Breton, Eluard, Tzara, Ungaretti, Matisse, Giacometti, Picasso. Nel 1979 fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Tra le sue raccolte, per Crocetti, Diario di un invisibile aprile) 

giovedì 1 dicembre 2011

Christa Wolf, Sotto i tigli

Prima di addormentarmi penso che di giornate come questa è fatta la vita. Punti che alla fine, se abbiamo avuto fortuna, sono congiunti da una linea. Ma penso anche che possono disgregarsi in un cumulo insensato di tempo passato, e che solo un costante, fermo sforzo dà senso le piccole unità di tempo in cui viviamo...
Riesco ancor a osservare il primo passaggio attraverso le immagini che precedono il sonno, emerge una strada che conduce al paesaggio che conosco tanto bene senza averlo mai visto: il colle con il vecchio albero, il pendio che degrada dolcemente verso un corso d'acqua, prati, e all'orizzonte il bosco. Che non si riescano a vivere realmente gli attimi prima di addormentarsi - altrimenti non ci si addormenterebbe - è cosa che mi rincrescerà sempre. (27 settembre 1960)
 Christa Wolf, Sotto i tigli, racconti, edizioni e/o,  1990



Morta il 1 dicembre 2011. S.T.T.L

sabato 19 novembre 2011

Gli uomini di nessun momento

" La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. 
Non che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. 
Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali."  
(Leopardi, Pensieri, LXVIII)

mercoledì 26 ottobre 2011

Terra rossa - l'arte dei cocci






Luigi Meneghello all'inaugurazione dell'antica fabbrica di Rivarotta. Qui si sono trovati per anni lui e Andrea Zanzotto.

mercoledì 19 ottobre 2011

Andrea Zanzotto 1921 2011

Andrea Zanzotto, Elegià in petèl, da La beltà

Dolce andare elegiando come va in elegia l’autunno
...... 

venerdì 14 ottobre 2011

La vita

Έν τώ φρονεīν γάρ μεδέν, ήδιοτος βίος  (Sofocle, Aiace, v. 552)

 Certo, la vita più dolce è non pensare a niente.