domenica 30 dicembre 2007

Bertolucci, Portami con te

Attilio Bertolucci: Portami con te , in Viaggio d'inverno, Opere, Milano, Mondadori Meridiani 1997


Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l'occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l'amore,

sono gli ultimi giorni dell'inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.

domenica 23 dicembre 2007

Frank Sinatra: Santa Claus is coming to town



(J. Fred Coots, Henry Gillespie, 1934)

You better watch out
You better not cry
Better not pout
I'm telling you why
Santa Claus is coming to town

He's making a list,
And checking it twice;
Gonna find out Who's naughty and nice.
Santa Claus is coming to town

He sees you when you're sleeping
He knows when you're awake
He knows if you've been bad or good
So be good for goodness sake!

O! You better watch out!
You better not cry.
Better not pout, I'm telling you why.
Santa Claus is coming to town.
Santa Claus is coming to town.

venerdì 21 dicembre 2007

Libro sospeso

Francesco Forlani, A gamba tesa, in Nazione Indiana, 21 Dic 2007

(...)
A Napoli il caffè sospeso è una tradizione che viene da molto lontano. Chiunque ne avesse avuto voglia pagava oltre al proprio caffè anche un altro, lasciandolo a disposizione, appunto “sospeso” per chi non avesse di che permetterselo.
(…)
Edmond Jabes scriveva che lo straniero, non è “là fuori”, rassicurante estraneità; rassicurante perché sappiamo come possiamo difenderci da essa. E’ qui dentro - ci abita sapeva benissimo le implicazioni contenute in una riflessione del genere. Nessuna cultura dell’ identità sarebbe stata possibile nè tanto meno augurabile. A meno di non essere dissociati mentali.
L’esperienza dell’estraneità - étran-Je (estran-io) diceva Jabes, inoltre comporta necessariamente una cultura dell’ospitalità. Senza ospitalità del resto non ci sarebbero stranieri. Gli psicopati dell’identità infatti li avrebbero espulsi appena toccato il suolo.
I libri ci ospitano. Di un’ospitalità che è soprattutto dono. Il lettore ha lo statuto del viaggiatore ed ecco perchè in ogni libro, perfino in una poesia, c’è come una scatola nera (black box), un episodio, un’atmosfera, un verso che traccia l’esperienza del volo, ne registra ogni traccia.Che seppure andasse distrutto quel libro, un’unica frase, un frammento ne permetterebbe la sopravvivenza. Del resto molti capolavori del passato nonostante fossero stati massacrati da traduzioni ai limiti dell’infamia riuscirono a giungere al lettore. A passare il confine.
Come per il caffè bisognerebbe immaginare dei libri sospesi. Un libro che abbia il sapore di un gesto antico di un dono.
Come quando la madre dell’amica che mi ospitava a Roma, ignara della mia presenza senza chiedermi chi fossi mi ha riscaldato l’anima con un caffé.

http://www.nazioneindiana.com

mercoledì 19 dicembre 2007

Moby Dick

Hermann Melville, Moby Dick, Milano, Mondadori, 1986, trad. Cesarina Minoli

Cap. CXXXII LA SINFONIA

Era una limpida giornata di un azzurro acciaio. I firmamenti dell'aria e del mare erano appena separabili in quell'azzurro che tutto penetrava; soltanto, l'aria pensosa era di una trasparenza pura e morbida, con un'apparenza femminea,
mentre il mare robusto e virile, si sollevava con ondate lunghe, forti e lente, come il petto di Sansone nel sonno.
Di qua e di là, in alto, trascorrevano le ali nivee di piccoli uccelli immacolati: erano questi i gentili pensieri dell'aria femminina; ma avanti e indietro, negli abissi, giù, nell'azzurro senza fondo, correvano precipiti possenti leviatani, pescispada e squali, e questi erano i pensieri violenti, tormentati, assassini, del mare mascolino. Ma sebbene tanto contrastanti interiormente, il contrasto esteriore era soltanto di ombre e sembianze; quei due parevano uno, era come se il sesso soltanto, per dir così, li distinguesse.
Legato e contorto, noccheruto e nodoso per le rughe, selvaggiamente incrollabile e ostinato, con occhi ardenti come carboni ancora accesi fra le ceneri della rovina, l'inflessibile Acab stava ritto nella limpidezza del mattino: alzando l'elmo frantumato della fronte, verso la fronte celeste della dolce fanciulla.
Attraversando lentamente il ponte, dal boccaporto, Acab si sporse dalla fiancata ad osservare come la sua ombra affondasse nell'acqua e come affondasse al suo sguardo quanto più egli si sforzava di scrutarne la profondità. Ma gli amabili
aromi in quell'aria incantata parvero alla fine disperdere, per un attimo, il cancro ch'era nell'anima sua. Quell'aria serena, felice, quel cielo ridente, lo toccarono finalmente e lo accarezzarono; la terra matrigna, tanto crudele, ripugnante, ora gettava braccia affettuose attorno al suo collo caparbio, e pareva singhiozzare di gioia su di lui, come sopra uno che quantunque testardo e
traviato, ella potesse tuttavia trovare nel suo cuore di che benedirlo e salvarlo. Di sotto al suo cappello abbassato, una lagrima di Acab cadde nel mare: e tutto il Pacifico non contenne ricchezze paragonabili a quella goccia di pianto.

Anteprima del volume in lingua originale:

http://books.google.it/books?id=cyrMu-gkGQQC&dq=moby+dick&sa=X&oi=print&ct=book-ref-page-link&cad=one-book-with-thumbnail&hl=it


Lettura ad alta voce su radio tre

http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/alta_voce/archivio_2003/eventi/2003_03_03_moby_dick/index.cfm

sabato 15 dicembre 2007

Bachmann, Il deserto

Ingeborg Bachman, Libro del deserto, Cronopio, Napoli, 1999, trad. A. Pensa


Non è niente, non è un merito, vivere, scrivere, tirar fuori dal sacco delle parole le noci e le mandorle.
(...)
Lasciatemi oggi e domani. Lasciatemi solo fare qualcosa di buono, poi più niente, essere un po' affabile, poi non esprimere più niente. Si sono dovuti mettere insieme così tanti bagagli che devo pensare a come fare per averli sul bordo del deserto. Dove sarà mai il deserto, in Oriente, in Africa, ah sì, da qualche parte, ma uno deve poterlo vedere, deve poterci andare, come in un'acqua poco profonda, e allora sarà visibile una tenda e ci saranno due cammmelli, e si resterà a guardare senza pensare a niente.
(...)
Nel deserto la luce si è rovesciata sopra di me.
(...)
Il deserto ha la grandezza, non è niente, perciò grandezza, è meno di niente, è ogni giorno, ogni istante, è la noia più infinita per qualcuno, la perenne eccitazione per chi ha gli occhi contrassegnati dalla sua sabbia.

Je veux dire à moi-meme le desert
Beckett

martedì 4 dicembre 2007

Perchè leggere

Ezio Raimondi, Un'etica del lettore, Bologna, Il Mulino 2007

Dove siamo quando leggiamo? In quale tempo e in quale spazio ha propriamente luogo il singolare, fragile evento della lettura? Qual è lo statuto della nostra soggettività mentre sul libro, di frase in frase, si mobilitano insieme l'orecchio e lo sguardo, l'immaginazione e la voce?
Una volta un grande scrittore del Novecento, Thomas Mann, ha raccontato una sua esperienza di lettura intrecciandola a un'esperienza di viaggio.
(...)
La solitudine diventa paradossalmente socievolezza, entro un rapporto certo fragile come sono fragili tutti i rapporti intensi e non convenzionali, che aspirino a essere autentici. E qui forse, tra il lettore e lo scrittore, si producono lo sguardo, la coscienza, il faccia a faccia di una vera e propria relazione etica. Anche per Thomas Mann leggere Il Chisciotte significava alla fine partecipare a un "vita etica superiore" in cui si affermava "il relativismo di ogni libertà";ed era riconoscimento che la libertà attinge il massimo di valore spirituale sullo sfondo di una "vera costrizione", tanto più vincolante in quanto si costituisce "dall'interno", con la consapevolezza auita che "il molteplice, non il semplice, prepara l'avvenire".



Un bell'elenco di libri recenti sulla lettura:
http://www.bibliotecasalaborsa.it/bibliografie/9043

sabato 1 dicembre 2007

Biblioteche

Pier Cesare Bori,Incipit. Cinquant'anni, cinquanta libri (1953-2003), Milano, Marietti, 2005.

Ecco i miei libri. Alle mie spalle, in ordine alfabetico nella libreria, ci sono le fonti: i classici in originale o in traduzione, i grandi autori di ogni epoca, i saggi importanti. Davanti a me sono schierati tutti gli altri: li ho chiamati monografie. A volte sposto un libro da un posto all'altro. Qualche tempo fa ho pensato di presentare ad alcuni allievi o amici quel libri con cui sono cresciuto e cresco. Allora ne ho messi in fila cinquanta sulla scrivania. Cinquanta libri, pressappoco nell'ordine in cui li ho letti, a partire dal 1953. Ho fatto cinquanta schede bibliografiche in cui si descrive il libro a partire dal suo incipit, ma si parla poi anche di dove lo ho incontrato, di quanto vi ho appreso e di quello che ne ho scritto. Sono schede bibliografiche, ma non credo che sia venuta fuori una cosa libresca: c'è un racconto, c'è un pensiero, forse anche qualcosa di poesia. Spetta a chi legge riconoscerli. Ecco i libri che mi hanno fatto crescere, mi fanno crescere. Loro parlano, io ascolto»

domenica 18 novembre 2007

Nella bufera di rose

Ovunque ci volgiamo nella bufera di rose
La notte è illuminata di spine, e il rombo
Del fogliame, così lieve poc'anzi tra i cespugli,
ora ci segue alle calcagna.

Ingeborg Bachmann





A Roma: http://www.protestantcemetery.it/


Su Ingeborg Bachmann:
http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=177

sabato 3 novembre 2007

Azar Nafisi, BiBi e la voce verde



Azar Nafisi-Sophie Benini Pietromarchi, BiBi e la voce verde, Milano, Adelphi, 2006, trad. L. Signorini


BiBi era triste. La sua famiglia si era appena trasferita dalla vecchia, meravigliosa casa in cui Bibi aveva sempre abitato in una casa strana, nuova e sconosciuta.
(...)
Poi aveva sentito la voce verde...
(...)
Una casa portatile non si può perdere...


Leggi l'ntervista all' illustratrice:
http://www.railibro.rai.it/interviste.asp?id=301

mercoledì 31 ottobre 2007

Franco Fortini, Dare forma all'esistenza

Franco Fortini, Dare forma all'esistenza, in Un giorno o l'altro, Quodlibet, Macerata, 2006


Dare forma alla esistenza significa assumere quel potere sulla materia vitale che è pedagogia quindi educazione, direzione, finalità. Nelle società di classe quel potere è privilegio: lo si possiede nella misura in cui altri ne è spossessato. Sapere che cosa si farà domani, volere un adempimento, esercitare le virtù dianoetiche, progettare, scegliersi il lavoro, la causa, la morte: tutto questo è nella storia ottenuto mediante la distruzione anzi la dissoluzione delle forme che la classe dominata si tramandava come sua cultura. Le culture subalterne sono colpite di inessenzialità e divengono derisorie anzitutto ai margini, sulle frange contigue alle forme e ai valori delle classi superiori. L'uomo subalterno è un colonizzato, vive fra le ombre di forme inutili. Esiste senza limite; sarebbe una semplice intenzione se non si portasse i residui delle forme morenti e se – soprattutto – quei residui, «rigenerati», non gli venissero continuamente proposti dalla classe dirigente. Naturalmente la forma del privilegio è autentica in quanto è del privilegio mentre è inautentica in quanto può essere solo per sottrazione di autenticità ad altri, per reificazione degli altri. La sostanza umana degli altri diventa la materia prima della vita privilegiata. La necessità non diventa coscienza, i progetti impossibili, la passività lasciano come colare una lava di esistenza con cui il privilegiato risparmia la propria. Nella società contemporanea, il partecipe del privilegio nuota, alla lettera, nella semenza umana e se ne ricava le forme, i modelli...

domenica 28 ottobre 2007

Cascando




2
nuovamente dicendo
se non m'insegni non imparerò
nuovamente dicendo ecco vi è un'ultima
volta persino per le ultime volte
ultime volte per mendicare
ultime volte per amare
per sapere di non sapere fingere
un'ultima anche per le ultime volte
di dire se non m'ami
non sarò amato se non amo te
non amerò

Samuel Beckett, Le poesie, Torino, Einaudi, 1999, a cura di G. Frasca

venerdì 26 ottobre 2007

lettera di marina cvetaeva a rilke

L’anno finisce con la tua morte? fine? inizio! sei tu a te stesso l’anno più nuovo. (caro, lo so, tu mi stai leggendo ancora prima che io scriva). rainer, ecco, sto piangendo, sei tu che mi sgorghi dagli occhi.
caro, se tu sei morto – vuol dire che non esiste nessuna morte (o nessuna vita!). non voglio rileggere le tue lettere, altrimenti mi verrà voglia di raggiungerti, di venire là – e non oso volerlo: tu sai bene che cosa è legato a questo “volere”.
rainer, ti sento immancabilmente dietro la mia spalla destra.
hai mai pensato a me? – sì, sì, sì –.
domani è l’anno nuovo, rainer – il 1927. ...come sono infelice.
ma non devo affliggermi! stanotte, a mezzanotte, brinderò con te. (tu sai come, colpirò il tuo bicchiere piano piano!).
Caro, fai in modo che io ti sogni spesso – anzi, no, non è giusto: vivi nel mio sogno. adesso hai il diritto di desiderare e di fare.
Io e te non abbiamo mai creduto nel nostro incontro qui sulla terra – come non abbiamo mai creduto in questa vita, non è vero? Tu mi hai preceduto (è stato più bello!) e per accogliermi bene mi hai prenotato non una stanza, non una casa, ma un intero paesaggio. ti bacio sulle labbra? sulle tempie? sulla fronte? naturalmente – sulle labbra, veramente, come un vivo.
caro, amami più forte e diversamente da tutto. non arrabbiarti – ti devi abituare a me, a come sono. cosa, ancora?
non è vero: non sei ancora in alto e lontano, sei proprio qui accanto, la fronte sulla mia spalla. non sarai mai lontano: l’irraggiungibile non è mai alto.
sei il mio caro ragazzo adulto.
rainer, scrivimi! (e’ abbastanza stupida la mia richiesta, vero?).
ti auguro buon anno e uno splendido paesaggio celeste!
marina
Bellevue, 31 dicembre 1926, 10 di sera

rainer. sei ancora sulla terra. non è ancora passato un giorno intero.


marina cvetaeva,lettera di marina cvetaeva a r.m. rilke, in il settimo sogno, trad. serena vitale, roma, editori riuniti, 1980.

domenica 21 ottobre 2007

Ripellino, Vivere è stare svegli

Angelo Maria Ripellino, Vivere è stare svegli, Non un giorno ma adesso, in Poesie prime e ultime, Torino, Aragno, 2006


Vivere è stare svegli
e concedersi agli altri,
dare di sè sempre il meglio
e non essere scaltri.

Vivere è amare la vita
coi suoi funerali e i suoi balli
trovare favole e miti
nelle vicende più squallide.

Vivere è attendere il sole
nei giorni di nera tempesta
schivare le gonfie parole
vestire con frange di festa.

Vivere è scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l'autunno
e non stancarsi di amare.

mercoledì 17 ottobre 2007

Ferruccio Benzoni, Dopo l'ira

Ferruccio Benzoni, Dopo l’ira, in Numi di un lessico figliale, Venezia, Marsilio, 1995.

La luce del sole alla finestra.
Un piancito di scaglie di mare che s’apriva
dopo un volo bocconi...
Au ralenti non finiva mai
non finiva mai quel tuffo
passato e ripassato nella mente,
coccolato, covato; implume.
Hai un bel dire cammina
(alla malora le giunture!)
- sforzati tra la folla che infestava
viva appestava cunicoli
di sedimentazione e delirio.
Ma come si fa - dimmi - a zoppicare
dopo gli angeli, barattare
una larva di sole alla finestra
con le gemme che spurgano dai rami
il fiato del fieno fradicio
- e quei vetri marezzati
solo ieri composti in un amoroso gelo.

venerdì 12 ottobre 2007

Antonio Tabucchi, Lettera di Calipso

Antonio Tabucchi, I volatili del Beato Angelico, Palermo, Sellerio 1997
Lettera di Calipso, ninfa, a Odisseo, re di Itaca

Violetti e turgidi come carni segrete sono i calici dei fiori di Ogigia; piogge leggere e brevi, tiepide, alimentano il verde lucido dei suoi boschi; nessun inverno intorbida le acque dei suoi ruscelli.
E’ trascorso un battere di palpebre dalla tua partenza che a te pare remota, e la tua voce, che dal mare mi dice addio, ferisce ancora il mio udito divino in questo mio invalicabile ora. Guardo ogni giorno il carro del sole che corre nel cielo e seguo il suo tragitto verso il tuo occidente; guardo le mie mani immutabili e bianche; con un ramo traccio un segno sulla sabbia – come la misura di un vano conteggio; e poi lo cancello. E i segni che ho tracciato e cancellato sono migliaia, identico è il gesto e identica è la sabbia, e io sono identica. E tutto.
Tu, invece, vivi nel mutamento. Le tue mani si sono fatte ossute, con le nocche sporgenti, le salde vene azzurre che le percorrevano sul dorso sono andate assomigliando ai cordoni nodosi della tua nave; e se un bambino gioca con esse, le corde azzurre sfuggono sotto la pelle e il bambino ride, e misura contro il tuo palmo la piccolezza della sua piccola mano. Allora tu lo scendi dalle ginocchia e lo posi per terra, perché ti ha colto un ricordo di anni lontani e un’ombra ti è passata sul viso: ma lui ti grida festoso attorno e tu subito lo riprendi e lo siedi sulla tavola di fronte a te;: qualcosa di fondo e di non dicibile accade e tu intuisci nella trasmissione della carne, la sostanza del tempo.
Ma di che sostanza è il tempo? E dove esso si forma, se tutto è stabilito, immutabile, unico? La notte guardo gli spazi fra le stelle, vedo il vuoto senza misura: e ciò che voi umani travolge e porta via, qui è un fisso momento privo di inizio e di fine.
Ah, Odisseo, poter sfuggire a questo verde perenne! Potere accompagnare le foglie che ingiallite cadono e vivere con esse il momento! Sapermi mortale. Invidio la tua vecchiezza, e la desidero: e questa è la forma d’amore che sento per te. E sogno un’altra me stessa, vecchia e canuta, e cadente; e sogno di sentire le forze che mi vengono meno, di sentirmi ogni giorno più vicina al Grande Circolo nel quale tutto rientra e gira; di disperdere gli atomi che formano questo corpo di donna che io chiamo Calipso. E invece resto qui, a fissare il mare che si distende si ritira, a sentirmi la sua immagine, a soffrire questa stanchezza di essere che mi strugge e che non sarà mai appagata – e il vacuo terrore dell’eterno.

venerdì 5 ottobre 2007

G. Bruno, Il candelaio: dedica

Giordano Bruno, Il candelaio, Torino, Einaudi, 1964


Alla signora Morgana B., sua signora sempre onoranda


Ed io a chi dedicarrò il mio Candelaio? a chi, o gran destino, ti piace ch'io intitoli il mio bel paranimfo, il mio bon corifeo? a chi inviarrò quel che dal sirio influsso celeste, in questi più cuocenti giorni, ed ore più lambiccanti, che dicon caniculari, mi han fatto piovere nel cervello le stelle fisse, le vaghe lucciole del firmamento mi han crivellato sopra, il decano de' dudici segni m'ha balestrato in capo, e ne l'orecchie interne m'han soffiato i sette lumi erranti?

(…)
A voi tocca, a voi si dona; e voi o l'attaccarrete al vostro cabinetto o la ficcarrete al vostro candeliero, in superlativo dotta, saggia, bella e generosa mia s[ignora] Morgana: voi, coltivatrice del campo dell'animo mio, che, dopo aver attrite le glebe della sua durezza e assottigliatogli il stile, — acciò che la polverosa nebbia sullevata dal vento della leggerezza non offendesse gli occhi di questo e quello, — con acqua divina, che dal fonte del vostro spirto deriva, m'abbeveraste l'intelletto.
(…)
Ricordatevi, Signora, di quel che credo non bisogna insegnarvi:

- Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila; è un solo che non può mutarsi, un solo è eterno, e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo. - Con questa filosofia l’animo mi s’aggrandisse, e me se magnifica l’intelletto. Però qualunque sii il punto di questa sera ch’aspetto, si la mutazione è vera, io che son ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch’è, o è cqua o llà, o vicino o lungi, o adesso o poi,
o presto o tardi. Godete, dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi v’ama.



***

Eugenio Garin su Giordano Bruno:

http://www.antrodellasibilla.it/filosofia12_bruno.htm#BRUNO

venerdì 21 settembre 2007

Erasmo, Elogio della follia

Lettera di Erasmo da Rotterdam a Tommaso Moro

Tornandomi ultimamente dall'Italia in Inghilterra, per non perdermi in chiacchiere come un rozzo illetterato, tutto quel tempo che dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli amici coltissimi e tanto cari, che avevo lasciato qui. Fra i primi che mi sono tornati alla mente c'eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano il tuo ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta intimità, la tua presenza che è stata, te lo giuro, la cosa più bella della mia vita.Visto, dunque, che ritenevo di dover fare ad ogni costo qualcosa, e che il momento non sembrava adatto a una meditazione seria, mi venne in mente di tessere un elogio scherzoso della Follia.
"Ma quale capriccio di Pallade - ti chiederai - ti ha ispirato un'idea del genere?" In primo luogo, il tuo nome di famiglia, tanto vicino al termine morìa, quanto tu sei lontano dalla follia. E ne sei lontano a parere di tutti. Immaginavo inoltre che la mia trovata scherzosa sarebbe piaciuta soprattutto a te, che di solito ti diletti in questo genere scherzi, non privi, mi sembra, di dottrina e di sale, perchè nella vita di tutti i giorni fai in qualche modo la parte di Democrito. Sebbene, infatti, per singolare acume d'ingegno tu sia tanto lontano dal volgo, con la tua incredibile benevolenza e cordialità puoi trattare familiarmente con uomini d'ogni genere, traendone anche godimento.Quindi, non solo accoglierai di buon grado questo mio modesto esercizio retorico, per ricordo del tuo amico, ma anche lo prenderai sotto la tua protezione; dedicato a te, non mi appartiene più: è tuo.
(...)
Satire di questo genere, e molto più libere e mordenti, troviamo in san Girolamo, che talvolta fece anche i nomi. Io non solo non ho mai fatto nomi, ma ho adottato un tono così misurato che qualunque lettore avveduto si renderà conto che mi sono proposto la piacevolezza piuttosto che l'offesa. Né ho seguito l'esempio di Giovenale: non ho mai smosso l'oscuro fondo delle scelleratezze; ho cercato di colpire quanto è risibile piuttosto che le turpitudini. Se poi c'è ancora qualcuno che nemmeno così è contento, ricordi almeno questo: che è bello essere vituperati dalla Follia e che avendola introdotta a parlare, dovevo rimanere fedele al personaggio. Ma perché dire queste cose a te, avvocato così straordinario da difendere in modo egregio anche cause non egregie? Addio, eloquentissimo Moro, e difendi con zelo la tua Morìa.

Dalla campagna, 9 giugno 1508.

E' la dedica che introduce l'Elogio della follia. Il testo completo:
http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/erasmo01.htm

Testo in lingua originale (latino: Moriae Encomium)

ERASMVS ROT. THOMAE MORO SVO S. D.
Superioribus diebus cum me ex Italia in Angliam recepissem, ne totum hoc tempus quo equo fuit insidendum amusois et illitteratis fabulis tereretur, malui mecum aliquoties uel de communibus studiis nostris aliquid agitare, uel amicorum, quos hic ut doctissimos ita et suauissimos reliqueram, recordatione frui. Inter hos tu, mi More, uel in primis occurrebas; cuius equidem absentis absens memoria non aliter frui solebam quam presentis presens consuetudine consueueram; qua dispeream si quid unquam in uita contigit mellitius. Ergo quoniam omnino aliquid agendum duxi, et id tempus ad seriam commentationem parum uidebatur accommodatum, uisum est Moriae Encomium ludere.
Que Pallas istuc tibi misit in mentem ? inquies. Primum admonuit me Mori cognomen tibi gentile, quod tam ad Moriae uocabulum accedit quam es ipse a re alienus; es autem uel omnium suffragiis alienissimus. Deinde suspicabar hunc ingenii nostri lusum tibi precipue probatum iri, propterea quod soleas huius generis iocis, hoc est nec indoctis, ni fallor, nec usquequaque insulsis, impendio delectari, et omnino in communi mortalium uita Democritum quendam agere. Quanquam tu quidem, ut pro singulari quadam ingenii tui perspicacitate longe lateque a uulgo dissentire soles, ita pro incredibili morum suauitate facilitateque cum omnibus omnium horarum hominem agere et potes et gaudes. Hanc igitur declamatiunculam non solum lubens accipies ceu mnemosunon tui sodalis, uerum etiam tuendam suscipies, utpote tibi dicatam iamque tuam non meam.
(...)
Vale, disertissime More, et Moriam tuam gnauiter defende.

http://smith2.sewanee.edu/erasmus/ME.html

mercoledì 19 settembre 2007

martedì 18 settembre 2007

Spindelmühle, Riesengebirge


29 gennaio. Assalti sulla strada nella neve, di sera. Continuo accavallarsi delle idee,per esempio così: la situazione di questo mondo sarebbe paurosa, qui solo a Spindelmühle, e per giunta su una strada abbandonata dove si scivola continuamente al buio, nella neve, strada oltre a ciò assurda senza meta terrena; (che porta al ponte? Perchè proprio là?
Oltre a ciò, non l’ho neanche raggiunta) e anch’io abbandonato nella località […], incapace di entrare in relazione con qualcuno, […]. Se fosse soltanto come può sembrare sulla strada nella neve, sarebbe terribile, io sarei perduto, intendendo ciò non come minaccia, ma come immediato supplizio. Sennonché, io sono altrove, soltanto l’attrazione del mondo umano è mostruosa e in un istante può far dimenticare tutto. Ma anche l’attrazione del mio mondo è grande […]»
Franz Kafka, Diari 1922, in Confessioni e diari, Milano, Mondadori,1972,
trad. E. Pocar

venerdì 14 settembre 2007

Franco Fortini, Foglio di via

Franco Fortini, Foglio di via, in Una volta per sempre,
poesie 1938-1973, Torino, Einaudi, 1978


Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d'acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

martedì 11 settembre 2007

Junger, Tre strade per la scuola

Ernst Junger, Tre strade per la scuola - Vendetta tardiva,
Parma, Guanda, 2007, trad. A. Iadicicco

Il bello della scuola era, più di tutto, la strada per arrivarci, ecco perchè a Wolfram sarebbe piaciuto allungarla il più possibile. Poi però sarebbe arrivato troppo tardi, e arrivare tardi era cosa grave.
Nell'agitazione non trovava la porta giusta, si sbagliava perfino di piano e disturbava la lezione nelle altre classi. Gl insegnanti, la maggior parte dei quali portava il colletto rigido e lo stringinaso, lo fissavano arrabbiati, mentre gli scolari esultavano per l'interruzione. Quasi un quarto d'ora era bell'e andato prima ch'egli potesse balbettare le sue scuse. E comunque non c'erano scuse.
(...)
Certo sarebbe stato bello se non ci fosse stato altro che la strada, ma c'era la scuola a proiettarvi la sua ombra.

lunedì 10 settembre 2007

Le revenant in Derrida

Le revenant

Giorgio De Chirico, Le revenant (1914)


Charles Baudelaire, Le revenant, in Le fleurs du mal, Paris, Gallimard, 1961


Comme les anges à l'oeil fauve,
Je reviendrai dans ton alcôve
Et vers toi glisserai sans bruit
Avec les ombres de la nuit,

Et je te donnerai, ma brune,
Des baisers froids comme la lune
Et des caresses de serpent
Autour d'une fosse rampant.

Quand viendra le matin livide,
Tu trouveras ma place vide,
Où jusqu'au soir il fera froid.

Comme d'autres par la tendresse,
Sur ta vie et sur ta jeunesse,
Moi, je veux régner par l'effroi.

domenica 9 settembre 2007

Apollinaire, il pleut





Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir
c’est vous aussi qu’il pleut, merveilleuses rencontres de ma vie. ô gouttelettes!
et ces nuages cabrés se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires
écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique
écoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas

Guillaume Apollinaire, Il pleut, in Calligrammes, Paris, Gallimard, 1970

Volete passeggiare per Parigi?
http://www.wiu.edu/Apollinaire/Promenade_interactive.htm

Apollinaire recita Le pont Mirabeau:
http://www.wiu.edu/Apollinaire/Apollinaire_recite_le_pont_Mirabeau.wav

sabato 8 settembre 2007

Ponge, Pioggia

Francis Ponge, Pioggia, in Il partito preso delle cose,
Torino, Einaudi, 1979, trad. J. Risset.


La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse.
Al centro è un sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura.
A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con maggior rumore gocce piú pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, lí di un pisello, altrove quasi di una biglia.
Sui listelli di ferro, sui davanzali delle fìnestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l'intera superficie di una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze della copertura. Dalla grondaia attigua dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, fino al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.
Ogni sua forma ha un andamento particolare; a ognuna corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, preciso quanto arrischiato, come un movimento a orologeria la cui molla è il peso di una data massa di vapore in precipitazione.
La suoneria a terra delle reti verticali, il gluglú delle grondaie, i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.
Quando la molla si è allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare per un po', sempre piú rallentati, poi tutto il meccanismo si ferma.
Allora, se il sole riappare tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante apparecchio: è piovuto.

venerdì 7 settembre 2007

Adorno, Minima moralia

Theodor W. Adorno, Minima moralia, Meditazioni della vita offesa,
Torino, Einaudi 1994, trad. R. Solmi.

51 (1945)
(...)
I testi elaborati come si conviene sono come ragnatele: fitti, concentrici, trasparenti, solidi e ben connessi. Essi attirano a sè tutto ciò che si aggira nei dintorni. Metafore che li attraversano per caso diventano una presa nutriente. Materiali affluiscono da ogni parte. Per giudicare della solidità di un abbozzo, basta vedere se evoca le citazioni. Il pensiero che ha dischiuso una cellula della realtà, penetra, senza violenza del soggetto, nella cellula accanto. Dimostra di essere in rapporto con l'oggetto quando altri oggetti si cristallizzano intorno a esso. Nella luce che dirige sul proprio oggetto, altri cominciano a scintillare.

Lo scrittore si dispone nel proprio testo come a casa propria. Come crea disordine e confusione con i fogli, i libri, le matite e le cartelle che si porta dietro da una stanza all'altra, così fa anche, in un certo modo, coi suoi pensieri. Essi diventano, per lui, come mobili o suppellettili domestiche, su cui prende posto, si sente a proprio agio o, viceversa, va su tutte le furie. Li carezza delicatamente, li consuma, li mette a soqquadro, li sposta, li rovina. Per chi non ha più patria, anche e proprio lo scrivere può diventare una sorta di abitazione.

martedì 4 settembre 2007

Riflessioni

Nessuno può dire di quali fili sia veramente tessuta l'esperienza dello sguardo, salvo riconoscere in essa, all'interno delle nostre culture, l'esperienza stessa, l'esperienza più generale della relazione. Vedere, essere visto; guardare, essere guardato: giochi di scambi, di reciprocità, di specchi. Lo sguardo è anzitutto relazione: è dominato dal desiderio, e sempre parzialmente insoddisfatto. Lo sguardo è sempre altrove, mai in se stesso.
(...)
Specchi, vetri, finestre, laghi immobili, lunette di teatro, lampadari, cristalli, pietre preziose - consideriamo tutti questi oggetti come altrettante trappole ottiche, ricettacoli in cui giunge a familiarizzarsi il primo attributo di ogni essenza originale: la trasparenza.

Valerio Magrelli, Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell'opera di Paul Valery,Torino, Einaudi, 2002.

lunedì 3 settembre 2007

Borges, Il libro

J. L. Borges, Oral, Roma, Editori Riuniti, 1981, trad. it. A. Morino

Tra i diversi strumenti dell'uomo, il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensioni del suo corpo. Il microscopio, il telescopio, sono estensioni della sua vista; il telefono è estensione della voce; poi ci sono l'aratro e la spada, estensioni del suo braccio. Ma il libro è un'altra cosa: il libro è un'estensione della memoria e dell'immaginazione.
(...)
Eraclito disse (l'ho ripetuto tante e tante volte) che nessuno scende due volte lungo lo stesso fiume. Nessuno scende lungo lo stesso fiume perchè le acque mutano, ma la cosa più terribile è che noi non siamo meno fluidi del fiume. Ogni volta che leggiamo un libro, il libro è mutato, la connotazione delle parole è diversa. Inoltre, i libri sono carichi di passato.
Ho parlato contro la critica ed ora mi smentirò (ma che importa smentirmi?). Amleto non era esattamente l'Amleto che Shakespeare concepì agli inizi del secolo XVII, Amleto è l'Amleto di Coleridge, di Goethe e di Bradley. Amleto è stato fatto rinascere. Lo stesso succede col Chisciotte. I lettori hanno arricchito il libro.
Se leggiamo un libro antico è come se leggessimo tutto il tempo che è trascorso dal giorno in cui è stato scritto per noi. Per questo è bene mantenere il culto del libro. Il libro può essere pieno di errori di stampa, possiamo non essere d'accordo con le opinioni dell'autore, ma serba sempre qualcosa di sacro, qualcosa di divino, non con rispetto superstizioso, ma col desiderio di trovare felicità, di trovare saggezza.
Questo è quanto intendevo dirvi oggi.
24 maggio 1978

La fondazione di San Telmo su Borges:
http://www.fst.com.ar/

Una scheda, la bibliografia, un'intervista:
http://www.minimumfax.com/persona.asp?personaID=18

domenica 26 agosto 2007

Cortazar, Istruzioni

J. Cortazár, Istruzioni per caricare l'orologio in Tutte le opere, Milano, Mondadori, 1984.

Laggiù in fondo sta la morte, ma niente paura. Afferra l'orologio con una mano, prendi con due dita la rotellina della corda, falla girare dolcemente. Adesso si apre un altro periodo, gli alberi dispiegano le loro foglie, le barche corrono le loro regate, il tempo come un ventaglio si va empiendo di se stesso, e da esso sgorgano l'aria, le brezze della terra, l'ombra di una donna, il profumo del pane. Che vuoi di più, che vuoi di più? Legalo presto al tuo polso, lascialo battere libero, fa di tutto per imitarlo. La paura arrugginisce le àncore, ciascuna delle cose che si potevano raggiungere e che furono dimenticate sta corrodendo le vene dell'orologio, incancrenendo il freddo sangue dei suoi piccoli rubini. E laggiù in fondo sta la morte, se non corriamo e arriviamo prima e non comprendiamo che non ha più nessuna importanza.

Allá en el fondo está la muerte, pero no tenga miedo. Sujete el reloj con una mano, tome con dos dedos la llave de la cuerda, remóntela suavemente. Ahora se abre otro plazo, los árboles despliegan sus hojas, las barcas corren regatas, el tiempo como un abanico se va llenando de sí mismo y de él brotan el aire, las brisas de la tierra, la sombra de una mujer, el perfume del pan. ¿Qué más quiere, qué más quiere? Átelo pronto a su muñeca, déjelo latir en libertad, imítelo anhelante. El miedo herrumbra las áncoras, cada cosa que pudo alcanzarse y fue olvidada va corroyendo las venas del reloj, gangrenando la fría sangre de sus pequeños rubíes. Y allá en el fondo está la muerte si no corremos y llegamos antes y comprendemos que ya no importa.

sabato 25 agosto 2007

Dylan Thomas, Do not go gentle...

Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbe ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.

Benchè i saggi infine conoscano che il buio è giusto,
poichè dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

I buoni che in preda all'ultima onda
splendide proclamarono le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.

I selvaggi, che il sole a volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed esser gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.

E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime,
non andartene docile in quella buona notte.
Infuria, infuria contro il morire della luce.

Dylan Thomas, Poesie, Torino, Einaudi, 1971, trad. A, Marianni.

http://www.dylanthomas.com/

http://www.bbc.co.uk/wales/dylanthomas/

Ascolta il testo in originale declamato dal poeta:

http://www.poets.org/viewmedia.php/prmMID/15377

lunedì 20 agosto 2007

Lettura di un'onda

La gobba dell'onda venendo avanti s'alza in un punto più che altrove ed è di lì che comincia a rimboccarsi di bianco. Se ciò avviene a una certa distanza da riva, la schiuma ha il tempo dì'avvolgersi su se stessa e scomparire di nuovo come inghiottita e nello stesso momento tornare a invadere tutto, ma stavolta spuntare da sotto, come un tappeto bianco che risale la sponda per accogliere l'onda che arriva. Però, quando ci s'aspetta che l'onda rotoli sul tappeto, ci si accorge che non c'è più l'onda ma solo il tappeto, e anche questo rapidamente scompare, diventa un luccichio d'arena bagnata che si ritira veloce, coem a respingerlo fosse l'espandersi della sabbia asciutta e opaca che avanza il suo confine ondulato.
Italo Calvino, Palomar, Torino, Einaudi, 1983
Approfondimenti:
Mare e filosofia: il mare nei testi e nella riflessione filosofica, dai sapienti greci alla modernità.

venerdì 3 agosto 2007

Canetti, incontri rinviati

Elias Canetti, Il gioco degli occhi, Milano, Adelphi, 1998, trad. G. Forti

Tra le cose essenziali che si preparano dentro di noi ci sono gli incontri rinviati. Può trattarsi di luoghi e di uomini, di quadri come di libri. Vi sono città per le quali provo un'attrazione così forte come se fossi predestinato a trascorrervi una vita intera fin dall'inizio. Con mille astuzie evito di andarvi, e ogni volta che si presenta l'occasione di visitarle e vi rinuncio, sento aumentare a tal segno la loro importanza che si potrebbe quasi pensare che io sono ancora al mondo soltanto per quelle città e che sarei già scomparso da un pezzo se non ci fossero loro che continuano ad aspettarmi.
(...)
Non vorrei nominare i libri ai quali continuo ancora oggi a prepararmi....

mercoledì 1 agosto 2007

Derrida, Demeurer

Jacques Derrida, Sulla parola, Roma, Nottetempo 2004


Demeurer è un verbo francese di un’estrema molteplicità. In origine demeurer significa “rimandare a più tardi”, indica il differito, la dilazione determinata anche in termini di diritto.
La questione del ritardo mi ha sempre occupato e non opporrei il sopravvivere alla morte. Mi è capitato anche di definire il sopravvivere come una possibilità differente o estranea tanto alla morte che alla vita, come un concetto originale. Quello del sopravvivere è un concetto che non deriva da alcunché. Vi è sopravvivenza da che vi è traccia, in altre parole il sopravvivere non è un’alternativa alla morte o alla vita, è un’altra cosa. Non so se sopravvivere sia un imperativo categorico, credo che sia la forma stessa dell’esperienza e del desiderio ineluttabile. Sopravvivere è ineluttabile persino attraverso la morte o attraverso l’esperienza dell’anticipazione della morte, in ogni caso tutto ciò che ha potuto trattenermi attraverso tanti
e tanti testi sulla morte non è mai stato contrario alla vita. Non ho mai potuto pensare il pensiero della morte o l’attenzione alla morte, se non addirittura l’attesa o l’angoscia della morte come altra cosa rispetto all’affermazione della vita. Sono due movimenti per me inseparabili: un’attenzione di ogni istante all’imminenza della morte che non è necessariamente triste, negativa o mortifera ma al contrario, per me, la vita stessa, la più grande intensità di vita.
(p.65-66)

http://www.edizioninottetempo.it/

lunedì 30 luglio 2007

Esiodo, Estate

Hesiodus, Erga, vv. 582-596, trad. F. Cinti


Quando il cardo fiorisce e l’echeggiante
Cicala appesa a un albero il suo acuto
Canto riversa fitto sotto le ali,
Nella spossante stagione d’estate,
Allora grasse assai sono le capre
E ottimo il vino, ardenti assai le donne,
Gli uomini molto fiacchi, perché il capo
E le ginocchia Sirio fa avvampare,
Riarsa è la pelle sotto la calura;
Possa esserci una pietra ombrosa e vino
Di Biblo e una focaccia al latte e latte
Di una capra che ormai più non allatta
E carne di giovenca delle selve,
Che non abbia figliato, e di capretti
Appena nati; bere vino nero
Seduto all’ombra, sazio del banchetto,
Rivolto il viso a Zefiro veloce;
Di una fonte perenne e giù corrente,
Pura, versare tre misure d’acqua,
La quarta poi aggiungere di vino.

giovedì 26 luglio 2007

L'attesa


Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Torino, Einaudi, 1979, trad. R. Gaudieri, p. 42


"Sono innamorato? - Sì, poiché sto aspettando". L'altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell'innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.
(Nel transfert, si aspetta sempre - dal medico, dal professore, dall'analista. Ancora più evidentemente: se sto aspettando allo sportello d'una banca, o alla partenza d'un aereo, subito stabilisco un rapporto aggressivo con l'impiegato, con l'hostess, la cui indifferenza svela e irrita la mia sudditanza; si può così dire che, ove vi è attesa, vi è transfert: io dipendo da una persona che si fa a mezzo e che impiega del tempo a darsi - come se si trattasse di far scemare il mio desiderio, d'infiacchire il mio bisogno. Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, "passatempo millenario dell'umanità").


Il quadro è di Felice Casorati.





venerdì 20 luglio 2007

Prestidigitazione?

"Il funambolismo è una forma di poesia? Credo di sì. Petit, rievocando l'impresa, dice di aver pensato spesso ad un celebre mago, René Lavand, che aveva un braccio solo e faceva con le carte cose stupefacenti. Ai suoi amici illusionisti diceva: si può fare anche con due mani".

(Paolo Mauri su Philippe Petit, la Repubblica, 23 giugno 2003)


Renè Lavand

vedi il video del suo lentissimo gioco con le carte: No se puede hacer mas lento

http://it.youtube.com/watch?v=KS1ogWcIO5Q

mercoledì 18 luglio 2007

Fili

"C'è un'idea, in quello che scrivo, senza la quale non avrei dato un centesimo per l'intero lavoro. E' l'idea più bella e piena, e il suo prendere corpo è un trionfo di pazienza e di ingegno. Dovrei lasciare a qualcun altro il compito di dirlo: ma il fatto che nessuno lo dica è precisamente ciò di cui stiamo parlando. E' la piccola magia che scorre da un capo all'altro dei miei libri; il resto, al confronto, si ferma alla superficie. L'ordine, la forma, la tessitura dei miei romanzi saranno forse un giorno, per gli iniziati, una rappresentazione completa di tutto ciò. Dunque, è questo che i critici devono cercare. Direi addirittura - soggiunse con un sorriso - che è quello che i critici devono trovare".
Henry James, La figura nel tappeto, Sellerio, Palermo, 2002, trad. it. B. Bini

lunedì 16 luglio 2007

Un altro castello

Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, Torino, Einaudi, 1973

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti.
Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo.
Ero senza fiato; le gambe mi reggevano appena; da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un ordine nè ai movimenti nè ai pensieri.
Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone - certamente anch'essi ospiti di passaggio , che m'avevano preceduto per le vie della foresta - sedevano a cena attorono a un desco illuminato da candelieri.
(...)
Uno dei commensali tirò a sè le carte sparse, lasciando sgombra una larga parte del tavolo; ma non le radunò in mazzo nè le mescolò; prese una carta e la posò davanti a sè. Tutti notammo la somiglianza tra il suo viso e quello della figura, e ci parve di capire che con quella carta egli voleva dire "io" e che s'accingeva a raccontare la sua storia.
(...)
Certamente anche la mia storia è contenuta in questo intreccio di carte, passato presente futuro, ma io non so più distinguerla dalle altre. La foresta, il castello, i tarocchi m'hanno portato a questo traguardo: a perdere la mia storia, a confonderla nel pulviscolo delle storie, a liberarmene.

http://www.italocalvino.net/

http://www.italocalvino.it/

venerdì 13 luglio 2007

Il castello

Franz Kafka, Il castello, in I romanzi, Milano, Mondadori, 1998, trad A. Rho

Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello. K. si fermò a lungo sul ponte di legno che conduceva dalla strada maestra al villaggio e guardò su nel vuoto apparente.
Poi andò a cercarsi un tetto; nell'osteria erano ancora svegli, l'oste non aveva stanze da appigionare, ma, molto sorpreso e sconcertato per quel cliente tardivo, gli propose di farlo dormire nella sala su un pagliericcio. K. accettò. Alcuni contadini erano ancora seduti davanti ai loro boccali di birra, ma egli non volle parlare con nessuno, andò lui stesso a prendersi il pagliericcio in solaio, e si coricò vicino alla stufa. Faceva caldo; i contadini erano silenziosi, K. li guardò ancora per qualche minuto con gli occhi stanchi, poi s'addormentò.

sabato 7 luglio 2007

Le nuvole di Fabrizio de Andrè

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardino con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell' airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono lì tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

giovedì 21 giugno 2007

Che cosa sono le nuvole?

P.P. Pasolini, Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, Milano: A. Mondadori, 2001

Che cosa sono le nuvole - scena finale
Una lunga soggettiva, che fa rigirare vertiginosamente terra, cielo e immondezza, dei due corpi che rotolano, urlando di spavento./Finchè l'obiettivo, immobile, punta in alto, contro l'immenso cielo azzurro dove corrono veloci delle bianche nuvole. /Nella faccia spaccata e gonfia di Otello gli occhi luccicano di ardente curiosità, di intrattenibile gioia. /Anche gli occhi di Jago guardano strabiliati e in estasi quello spettacolo mai visto del cielo e del mondo.
"Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato!"


.....
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così

http://www.pasolini.net/

La canzone di chiusura è cantata da Domenico Modugno;
ascolta LA VERSIONE ORIGINALE

sabato 16 giugno 2007

My favourite things (una canzone)

Raindrops on roses and whiskers on kittens
Bright copper kettles and warm woolen mittens
Brown paper packages tied up with strings
These are a few of my favorite things

Cream colored ponies and crisp apple streudels
Doorbells and sleigh bells and schnitzel with noodles
Wild geese that fly with the moon on their wings
These are a few of my favorite things

Girls in white dresses with blue satin sashes
Snowflakes that stay on my nose and eyelashes
Silver white winters that melt into springs
These are a few of my favorite things

When the dog bites
When the bee stings
When I'm feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don't feel so bad

http://www.youtube.com/watch?v=kfqh8x4Ku3E

mercoledì 13 giugno 2007

Leggere


James Carroll Beckwith (Hannibal 1852-New York 1917), Girl reading

Agota Kristof, L'analfabeta, Bellinzona: Casagrande, 2006

http://www.letturaweb.net/jsp/raccolte/raccolte.jsp

martedì 12 giugno 2007

Saramago, Il viaggio

Josè Saramago, Viaggio in Portogallo, Torino: Einaudi, 1999, trad. Rita Desti.

... il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio, sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

www.einaudi.it

sabato 9 giugno 2007

Benjamin, La tecnica dello scrittore in tredici tesi

Walter Benjamin, Strada a senso unico, Torino: Einaudi, PBE, 2006


I. Chi intende procedere alla stesura di un'opera di vasto respiro si dia buon tempo e, al termine della fatica giornaliera, si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.
II. Parla di quanto hai già scritto, se vuoi, ma non farne lettura finché il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.
III. Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana. Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l'accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepito di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l'orecchio interiore, quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé persino i rumori discordanti.
IV. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carta, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.
V. Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, e tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri.
VI. Rendi la tua penna sdegnosa verso l'ispirazione ed essa l'attirerà a sé con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un'intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.
VII. Non smettere mai di scrivere perché non ti viene più in mente nulla. E' un imperativo dell'onore letterario interrompersi solo quando c'è da rispettare una scadenza (un pasto, un appuntamento) o quando l'opera è terminata.
VIII. Occupa una stasi dell'ispirazione con l'ordinata ricopiatura del già scritto. L'intuizione ne sarà risvegliata.
IX. Nulla dies sine linea: sì, però qualche settimana.
X. Non considerare mai perfetta un'opera che non t'abbia tenuto una volta a tavolino dalla sera fino a giorno fatto.
XI. La conclusione dell'opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.
XII. Gradi della composizione: pensiero, stile, scrittura. Il senso della bella copia è che in questa fase l'attenzione va ormai soltanto alla calligrafia. Il pensiero uccide l'ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.
XIII. L'opera è la maschera mortuaria dell'idea.

Centro studi Walter Benjamin: http://www.ominiverdi.com/walterbenjamin/

martedì 5 giugno 2007

Alice disambientata

Gianni Celati, (a cura di) Alice disambientata, Firenze: Le Lettere 2007

Materiali collettivi (su Alice) per un manuale di sopravvivenza, Bologna, 1976/77

Le poesiole per bimbi dell'epoca vittoriana. La letteratura didattica per l'infanzia, che Alice recita ma sbaglia sempre. (...) Queste erano poesiole-regalo ai bambini che obbedivano. Pericolo! attenzione! dovunque pericoli! Dire no. Riambientare i propri corpi sulla negazione e sulla difensiva. Corpi che hanno interiorizzato la disciplina.
La scuola: Sistema per ambientare ciascuno al suo posto, evitare la distribuzione per gruppi di spaesati, per bande sregolate. Sciogliere ogni modo di occupazione collettiva e svagata dello spazio. (...)
La letteratura per l'infanzia serviva a tutto questo, come si vede dalle poesiole didattiche. Sono libri per bambini buoni, contro i bambini anarchici e incontrollabili. Riambientare il bamtino in uno spazio dove, anche se non c'è sorveglianza, lui si sente sorvegliato.

Erano così le fiabe antiche? predicavano le stesse cose? inculcavano lo stesso tipo di timori? Nelle fiabe antiche c'è un dentro e un fuori. (...) La fiaba allora insegna un modello di comportamento anche per le zone dove l'individuo non è protetto dai rapporti sociali di alleanza e di parentela.
Tutto diverso dalla tecnica culturale della letteratura moderna (in particolare ottocentesca) per l'infanzia, che insegna invece ad evitare il fuori, l'estraneità, il pericolo, le contaminazioni: Insegna ad evitare di brutto tutto quello che è disambientamento.

sabato 2 giugno 2007

Al faro


Dalla prefazione di Nadia Fusini a

Virginia Woolf, Al faro, Milano: Feltrinelli, 2003


Il significato non si raggiunge sempre così, come il Faro, a distanza di anni?

Per Virginia la vita è oltre il reale. Ha un’altra unità di tempo e di luogo. Appartiene al possibile, è incorporata all’antecedente. Come la madre è là dall’inizio. Perché nella realtà noi entriamo sempre in ritardo, come in un discorso già da sempre iniziato.

“Sì, certamente, se domani è bello”: il sì materno è la parola che dona e promette il possibile, con quel sì inizia Al Faro (e finisce Ulysses).

Un sì che è imposizione del silenzio, che è splendore che abbaglia. Vive dell’effetto della distanza, per il vuoto che si interpone.

Noi scopriamo con lei che l’occhio non serve a guardare, ma sente. E la sua essenza è la lacrima. La lacrima che acceca, annebbia, confonde, toglie la vista, ma dona la visione.

La dimensione propria del sentire sembrerebbe essere quella della prossimità. In Virginia sperimentiamo invece una dimensione pàtica che nasce in rapporto alla lontananza: sentiamo ciò che non è qui. Il mio prossimo è colui che è là, lontano da me. Prossima, urgente, attuale è solamente l’assenza. E questo significa che la vita sempre ci manca. O noi le manchiamo.

“Dicendole, non si rovinano forse le cose? avrebbe domandato la signora Ramsay. Non siamo tanto più espressivi così? Quell’istante, in ogni caso, sembrava di per sé estremamente fecondo. Scavò un buco nella sabbia e lo ricoprì, come per seppellirci la perfezione del momento. Era una goccia d’argento da cui attingere la luce, per illuminare la tenebra del passato.”


giovedì 31 maggio 2007

Dell'amore

Cecco Angiolieri, Rime, (a cura di G. Cavalli),
Milano: Bur, 1979, sonetto XLIX.


Qualunque giorno non veggio 'l mi' amore,
la notte come serpe mi travollo,
e sì mmi giro, che paio un bigollo,
tanta è la pena che sente 'l meo core.
Parmi la notte ben cento mili' ore,
dicendo: " Dio, sarà mma' dì, vedròllo? ";
e tanto piango, che tutto m'immollo,
ch' alcuna cosa m'aleggia 'l dolore.
Ed i' ne son da llei cosi cangiato:
ché 'nn-una [che]d e' giungo 'n sua contrada,
sì mmi fa dir ch'i' vi son troppo stato,
e ched i' voli, si ttosto me'n vada,
però ch'ell' ha 'l sul amor a ttal donato,
che per un mille più di me li aggrada.

martedì 29 maggio 2007

Della morte

"Le parole a cosa servono, - diceva. - I morti rimangono con la bocca aperta per esalare perfino l'ultima parola ch'è in noi. Quando non rimane in essi nemmeno una minima parola, è allora che i morti parlano alfine. Bisogna cominciare ad ascoltarli quando anche l'ultima parola è esalata dalla loro bocca. Ogniqualvolta una cosa è detta essa diventa un'altra cosa; e noi non dobbiamo combattere per la libertà che è detta ogni giorno da tutti e che ogniqualvolta è detta è un'altra cosa: ma per quella libertà che è al di là del confine di tutte le parole dette. Ciò che resta nei morti dopo che essi hanno esalato fino all'ultima tutte le parole nostre. Tu forse m'intendi”

Giorgio Caproni, Un discorso infinito, in
AA. VV., Racconti dalla Resistenza, Torino: Einaudi, 2005


“Il mondo ha un volto d’arsura
Per chi si ferma a morire»

Emily Dickinson, Tutte le poesie, Milano: A. Mondadori, Meridiani, 1997, n. 715.


“Mi sono abituata da gran tempo ad essere morta”

S. Freud, Delirio e sogni nella Gradiva di Jensen, in Saggi sull'arte, la letteratura, il linguaggio, Torino: Boringhieri, 1969

domenica 27 maggio 2007

Nina Berberova

Nina Berberova, Il giunco mormorante,
Milano: Adelphi, 1990, trad D. D'Elia

Fin dai primi anni della mia giovinezza, pensavo che ognuno di noi ha la propria no man's land, in cui è totale padrone di se stesso. C'è una vita a tutti visibile, e ce n'è un'altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. (...) Semplicemente, l'uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un'ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all'altra, e queste ore hanno una loro continuità.Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell'uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la linea generale dell'esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s'è mai incontrato con se stesso e c'è qualcosa di malinconico in questo pensiero. (...)
In questa no man's land, dove l'uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità o ascoltare musica in modo anch'esso inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza.
Forse in questa no man's land gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi, o provano una nuova scriminatura sulla testa calva, oppure sfogliano una rivista illustrata con immagini di belle donne seminude e muscolosi lottatori - non lo so, e non lo voglio sapere. Da bambini e persino da giovani (come probabilmente anche da vecchi) non sempre avvertiamo il bisogno di quest'altra vita. Ma non bisogna credere che quest'altra vita, questa no man's land, sia la festa e tutto il resto i giorni feriali. Non per questa via passa la distinzione: solo per quella del mistero assoluto e della libertà assoluta.

(Nina Berberova:1901-1993 -l'edizione in russo del Giunco mormorante è del 1953)

mercoledì 23 maggio 2007

Gadda, Notte di luna

Carlo Emilio Gadda, Notte di luna,
in L'Adalgisa. Disegni milanesi, Torino, Einaudi, 1963


Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica de’ cantieri, mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose e il lavoro è pieno di sudore e di polvere. Poi ori lontanissimi e uno zaffìro, nel cielo: come cigli, a tremare sopra misericorde sguardo. Quello che, se poseremo, ancora vigilerà. I battiti della vita sembra che uno sgomento li travolga come in una corsa precipite. Ci ha detersi la carità della sera; e dove alcuno aspetta, muoviamo: perché nostra ventura abbia corso, e nessuno la impedirà. Perché poi avremo a riposare.
Lucide magnolie specchiavano il lume delle prime gemme tremanti nel cielo: ma le ombre, frammezzo tutte le piante, si facevano nere.
La moltitudine delle piante pareva raccogliersi nell'orazione, siccome del giorno conchiuso doveva dirsi grazie ad Alcuno, a Chi ha disegnato gli eventi, il nero dei monti dentro la infinità buia della notte. Gli alti alberi, immersi più nella notte, pensavano per primi. E gli arbusti, poi, e gli alberi giovani, che ancora sono compagni delle erbe e ne aspirano da presso il malioso profumo: e le erbe folte e i cespi con turgidi fiori e tutti gli steli frammisti dell'arborea semenza riprendevano ancora quel pensiero che i grandi avevano inizialmente proposto.
(...)
Il vento, a folate, accorse dai crinali e dalle gole nere dei monti, ove un fragore è nel fondo. Sciogliendo la sua corsa verso l'aperto, vi respiravano a quando a quando, con un lento respiro, gli abeti: o i faggi dalle radici aggrovigliate. Così dei lontani si sa tutto, ed anche i dolori.

martedì 22 maggio 2007

Char, Pierres vertes

Renè Char, Le vicinanze di Van Gogh, Milano: SE, 2005,
a cura di Cosimo Ortesta

S'endormir dans la vie, s'éveiller par la vie, savoir la mort, nous laisse indigent, l'esprit rougé, les flancs meurtris.

Addormentarsi nella vita, svegliarsi con la vita, sapere la morte, ci lascia indigenti, smangiato l'animo, i fianchi straziati.

L'imprécision du temps a besoin, elle aussi, d'etre vécue. Comme l'accrue du mot.

L'imprecisione del tempo, anch'essa, ha bisogno di essere vissuta. Come il sedimentarsi della parola.

"Ma solitude, où tiens-tu mon désir enfoui?"

"Mia solitudine, dove tieni il mio desiderio sepolto?"

...Bergeronnette, bonne fete!

...Buona festa, ballerina!

sabato 19 maggio 2007

D. Walkott

Dereck Walkott, Mappa del nuovo mondo,
Milano: Adelphi, 1987, trad. G. Forti

Vivo sull'acqua,
solo. Senza moglie nè figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità

per arrivare a questo: una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,

ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per via, fuorchè il bisogno

di fardelli. L'amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla

alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,

e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.

Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono. E' più grande e duro
questo, di ciò che passa là per vita.

********
"L'amore con cui si rimettono a posto i frammenti di un vaso rotto è più forte di quello che ha creato la simmmetria che ne garantiva l'interezza"
(Dal Discorso per il conferimento del premio Nobel)

giovedì 17 maggio 2007

Beckett, bisbiglia

Samuel Beckett, Testi per nulla, XIII, in
Primo amore, Novelle, Testi per nulla, Torino:Einaudi 1982 trad. C. Cignetti

Non è vero, sì è vero, è vero e non è vero, è silenzio e non è silenzio, non c'è nessuno e c'è qualcuno, niente impedisce niente. E la voce, la vecchia voce languente, potrebbe finalmente tacere, e non sarebbe vero, come non è vero che parla, non può parlare, non può tacere. E se ci fosse anche un giorno qui, dove non ci sono giorni, in questo luogo che non è un luogo, l'infattibile essere, nato dall'impossibile voce, e un barlume di giorno, tutto sarebbe silenzioso e vuoto e buio, come adesso, come tra breve, quando tutto sarà finito, tutto detto, dice lei, bisbiglia.

www.samuelbeckett.it

lunedì 14 maggio 2007

Un burattino

Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Storia di un burattino,
Milano: Rizzoli 1949
Allora il burattino, perdutosi d'animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all'intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.
"Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo", disse dentro di sé.
E senza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a carriera distesa. E gli assassini sempre dietro.
E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto trafelato arrivò alla porta di quella casina e bussò.
Nessuno rispose.
Tornò a bussare con maggior violenza, perché sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso de' suoi persecutori.
Lo stesso silenzio. Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominciò per disperazione a dare calci e zuccate nella porta.
Allora si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall'altro mondo:
"In questa casa non c'è nessuno. Sono tutti morti."
"Aprimi almeno tu!" gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
"Sono morta anch'io."
"Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?"
"Aspetto la bara che venga a portarmi via".
Appena detto così, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.
"O bella bambina dai capelli turchini, gridava Pinocchio; aprimi per carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli assass..."
Ma non poté finir la parola, perché sentì afferrarsi per il collo, e le solite due vociaccie che gli brontolarono minacciosamente:"Ora non ci scappi più!"
(...)
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d'un color turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a battere più forte! Raddoppiando di forza e di energia si diè a nuotare verso lo scoglio bianco: ed era già a mezza strada, quando ecco uscir fuori dall'acqua e venirgli incontro una orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata, come una voragine, e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte.
(...)
Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel buio, e cominciò a camminare a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, avviandosi un passo dietro l'altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano.
E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d'acqua grassa e sdrucciolona, e quell'acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza quaresima.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato... che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
- Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!-

venerdì 11 maggio 2007

Alice

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie
e Attraverso lo specchio, Torino: Einaudi, 1978, trad. R. Carano

Su quella bottiglia, comunque, non c'era scritto veleno, perciò Alice s'arrischiò ad assaggiarne il contenuto, e trovandolo molto gradevole (aveva infatti un gusto che era un misto di torta di ciliege, crema, ananas, tacchino arrosto, croccante e crostini imburrati) in breve lo scolò fino in fondo.
-Che strana sensazione! - disse Alice. - Forse mi sto accorciando come un telescopio!
(...)
Poco dopo i suoi occhi caddero su di una scatoletta di vetro sotto il tavolo; la aprì, e ci trovò dentro un biscotto piccolissimo, sul quale era scritta in belle lettere fatte di ribes la parola "MANGIAMI!". (...)
- Sempre più stranissimo! - gridò Alice (tanto stupita che lì per lì dimenticò come si parlava in buon italiano); -adesso mi sto allungando come il più gran telescopio mai esistito! Addio, piedi! -
(...) E continuò a pensare dentro di sè come risolvere la faccenda. "Devono viaggiare per corriere - pensò; - però sarà proprio buffo mandare regali ai propri piedi! E sembrerà curioso anche l'indirizzo!
All'illustrissimo Piede Destro di Alice
Tappeto davanti al Caminetto
presso il Parafuoco (da Alice con tanto affetto)

martedì 8 maggio 2007

Claudio Magris, Essere già stati

in Nadine Gordimer, Storie, Milano: Feltrinelli, 2005

E così Jerry è morto, pazienza, non è questo il guaio, né per lui né per nessuno, neanche per me che l'ho amato e dunque l'amo, perché l'amore non si coniuga - diomio, in quel senso sì, certo, ci mancherebbe altro, però l'amore ha la sua grammatica e non conosce tempi ma solo modi verbali, anzi uno solo, l'infinito presente, quando si ama è per sempre e via tutto il resto. Qualsiasi amore, di qualsiasi tipo. Non è vero che ti passa, niente ti passa, e proprio questo è spesso una bella disgrazia, ma te la porti dietro con te, come la vita, che anche quella non è che sia proprio una fortuna, solo che l'amore passa ancora meno che la vita, è là, come la luce delle stelle, chi se ne frega se sono vive o morte, splendono punto e basta e anche di giorno non le vedi ma sai che ci sono.
(...)
Ah, la modestia, la leggerezza di essere stati, quello spazio incerto e cedevole dove tutto è lieve come una piuma, contro la presunzione, il peso, lo squallore, lo sgomento di essere! Per carità, non parlo di nessun passato e tantomeno di nostalgia, che è stupida e fa male, come dice la parola, nostalgia, dolore del ritorno. Il passato è orrendo, noi siamo barbari e cattivi, ma i nostri nonni e bisnonni erano selvaggi ancor più feroci. Non vorrei certo essere, vivere alla loro epoca. No, dico che vorrei essere sempre già stato, esonerato dal servizio militare di esistere.
(...)
Essere fa male, non dà tregua. Fa' questo, fa' quest'altro, lavora, lotta, vinci, innamorati, sii felice, devi essere felice, vivere è questo dovere di essere felici, se no che vergogna. Sì, ce la metti tutta per obbedire, per essere bravo e buono e felice come è il tuo dovere, ma come si fa?, le cose ti cascano addosso, l'amore ti piomba sulla testa come un cornicione dal tetto, una brutta botta o peggio, cammini rasente ai muri per scansare quelle automobili impazzite ma i muri sono sbrecciati, pietre aguzze e vetri che ti scorticano e ti fanno sanguinare, sei a letto con qualcuno e per un attimo capisci cosa potrebbe e dovrebbe essere la vita vera ed è uno schianto insostenibile - raccogliere i vestiti buttati a terra, rivestirsi, via, uscire, per fortuna lì vicino c'è un bar, che buona cosa un caffè o una birra.
(...)
Ogni epilogo è felice, perché è un epilogo. Vai sul balcone, un po' di vento passa tra i gerani e le viole del pensiero, una goccia di pioggia scivola sul viso, se piove più forte ti piace ascoltare il tambureggiare dei goccioloni sulla tenda, quando cessa vai a fare due passi, scambi qualche parola col vicino che incontri sulle scale, né a lui né a te importa cosa dite ma è piacevole intrattenersi un momento e dalla finestra del pianerottolo vedi laggiù, in fondo, una striscia di mare che il sole, uscito dalle nuvole, accende come una lama. "La settimana prossima andiamo a Firenze," dice il vicino. "Ah sì, bello, ci sono già stato."

www.sagarana.it

sabato 5 maggio 2007

Teatro Valdoca

Mariangela Gualtieri, Fuoco centrale,
Bologna: I Quaderni del Battello Ebbro, 1995

Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo,
io sono sempre cinque minuti fa, il mio dire è fallimentare,
io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all'essere e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo all'essere, all'essere e non lo so dire

io sono senza aggettivi, io sono senza predicati,
io indebolisco la sintassi, io consumo le parole,
io non ho parole pregnanti, io non ho parole
cangianti, io non ho parole mutevoli,
io non disarticolo, non ho parole perturbanti,
io non ho abbastanza parole, le parole mi si
consumano, io non ho parole che svelino, io non ho
parole che riposino,
io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza
parole, mai abbastanza parole
(...)

http://www.teatrovaldoca.it

venerdì 4 maggio 2007

Polimnia

Piero Boitani, Prima lezione sulla letteratura, Bari:Laterza, 2007

Si tratta di una fanciulla minuta in marmo bianco , di altezza naturale. E' in piedi, chinata appena in avanti, appoggiata su entrambi i gomiti, a un supporto che si alza da terra. Da sotto il mento fino a poco sopra le caviglie ha il corpo completamente fasciato da una tunica ampia, che si avvolge in mille pieghe armoniose. Il capo è leggermente sollevato in avanti, una mano regge il mento nella posa tipica di chi sta pensando.
(...)
La statua risale al primo periodo antonino, al II sec dopo Cristo. E' romana, ma la sua eleganza fa sospettare un artista di arte greca, forse uno di quelli cui l'imperatore Adriano, appassionato cultore d'ogni cosa ellenica, ha commissionato sculture di tutti i tipi per la sua villa presso Tivoli. Rappresenta una Musa, e più precisamente Polimnia, la Musa, secondo gli Inni Orfici, del racconto. (...)
Polimnia, questa Polimnia, è la mia immagine della letteratura.
(...) Morire - stupire ed essere - compatire - rinascere. Se, in una prima lezione, riuscissi a far comprendere ai miei ascoltaotri che la letteratura sa far questo, sa compiere un cammino del genere, li avrei avviati sulla strada della redenzione...

mercoledì 2 maggio 2007

Ipocondria

Franco Arminio, Circo dell'ipocondria, Firenze: Le Lettere, 2006

C’è la luce dei giorni e c’è la luce della notte. Fuori la luce ha un certo modo di essere presente o di essere assente. Nel nostro mondo interno c’è sempre una certa luminosità. Senza questa luminosità interiore non sarebbe possibile girare e vedere il film dei nostri sogni, "il cinema naturale della mente". Fuori le fonti della luce sono chiare. Dentro non sappiamo da dove venga la luce e come si forma, non conosciamo la sua velocità. Possiamo ipotizzare che la nostra sia una luce lenta. Perché deve muoversi nell’opacità degli organi. Il cervello è forse il più trasparente degli organi; un pezzo di cervello (gli occhi) sporge addirittura fuori, è il nostro litorale, il punto di tangenza tra le nostre schiume e la sabbia del mondo.
Vivo in un luogo ventoso e mi sembra che qui l’aria entri dalle orecchie più che altrove. E con l’aria entra anche luce. Forse vivere in un posto ventoso condiziona lo stato di luminosità interiore? Questo stato non ha regole, non ha albe e tramonti ad ore fisse, ha crepuscoli e aurore del tutto personali. Un mio amico dice di esser morto da molto tempo. Pare che in lui se ne sia andata la luce. Aver perso i suoi genitori gli ha svitato la lampadina ed ora lui vive al buio, una condizione molto simile a quella che presumiamo sia la condizione della morte.
La luce può andarsene e può venire. Forse l’innamoramento è una particolare condizione di lucore, una condizione così particolare che ci fa vedere l’altro che non c’è, che non ci sarà mai. Senza questa luce interiore non sarebbero possibili le allucinazioni, non sarebbe possibile la scrittura poetica. Cos’è l’ispirazione se non un inspirare dagli occhi una certa quantità di luce e poi lasciarla fluttuare dentro di noi, magari fino a vedere la morte e l’infinito che abbiamo sullo sfondo, come dice un altro mio amico? Per scrivere non serve l’intelligenza del pensiero ma quella degli occhi. Pensare per immagini dà vita alla farmacopea della parola. A volte le immagini svaniscono. La luce se ne va, non vediamo più niente. Ma poi la luce torna, e torniamo a vagabondare dietro una chimera.

***
Ciò che non viene detto ha la vita più forte, perchè ogni dire ed ogni accennare toglie qualcosa all'oggetto, lo intacca, e così lo diminuisce. Così scriveva Robert Walser in un a lettera all'amica Frieda Mermet.

***
Sulle montagne dei miei nervi
nevica e tira vento.
Da qui guardo la calma, la pianura
il fiore nero della sepoltura.

martedì 1 maggio 2007

Pontremoli- Ballata

Giuseppe Pontremoli, Ballata per tutto l'anno e altri canti,
Roma: Nuove Edizioni Romane, 2004, illustrazioni di Octavia Monaco

Maggio

Vogliamo che le case
nel mese della gioia
sian piene di colori
e di profumi ardenti
saluterem la luna
e il cielo che l'ingoia
canteremo l'amore
coi visi più contenti.

Octavia Monaco

www.octaviamonaco.it

domenica 29 aprile 2007

Il cielo sopra Berlino





Berlino è divisa come il nostro mondo,
è scissa come il nostro tempo,
è separata come lo sono uomini e donne,
giovani e anziani,
poveri e ricchi,
è frantumata come ciascuna nostra esperienza.
(Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino, 1987)

venerdì 27 aprile 2007

I chiari del bosco

Maria Zambrano, Chiari del bosco, Milano: Bruno Mondadori, 2004, trad. C. Ferrucci

Il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. E' un altro regno che un'anima abita e custodisce. Qualche uccello richiama l'attenzione, invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto. Poi non si incontra nulla, nulla che non sia un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell'istante e che mai più si dirà così. Non bisogna cercarlo. Non bisogna cercare. E' la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno a cercare nulla da loro. Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo. E l'analogia del chiaro con il tempio può sviare l'attenzione.
(...)
Il chiaro si mostra ora come specchio che trema, chiarezza palpitante che appena lascia comporsi qualcosa che insieme si scompone. E tutto allude, tutto è allusione e tutto è obliquo, la luce stessa che si manifesta come riflesso si dà obliquamente, ma non liscia come spada. Leggermente si curva la luce trascinando con sè il tempo.

giovedì 26 aprile 2007

Cristina Campo, L'attenzione

Cristina Campo, Attenzione e poesia, in Gli imperdonabili,
Milano: Adelphi 2002


“Soffrir pour quelque chose s’est lui avoir accordè une attention extréme” (così Omero soffre per i Troiani, contempla la morte di Ettore; così il maestro di spada giapponese non distingue tra la sua morte e quella del suo avversario) E avere accordato a qualcosa un’attenzione estrema è avere accettato di soffrirla fino alla fine, e non soltanto di soffrirla ma di soffrire per essa, di porsi come uno schermo tra essa e tutto quanto può minacciarla, in noi e al di fuori di noi. E’ avere assunto sopra a se stessi il peso di quelle oscure, incessanti minacce, che sono la condizione stessa della gioia.
Qui l’attenzione raggiunge forse la sua più pura forma, il suo nome più esatto: è la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l’intesa fra gli esseri, l’opposizione al male.
Perché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione.
Chiedere a un uomo di non distrarsi mai, di sottrarre senza riposo all’equivoco dell’immaginazione, alla pigrizia dell’abitudine, all’ipnosi del costume, la sua facoltà di attenzione, è chiedergli di attuare la sua massima forma.
E’ chiedergli qualcosa di molto prossimo alla santità in un tempo che sembra perseguire soltanto, con cieca furia e agghiacciante successo, il divorzio totale della mente umana dalla propria facoltà di attenzione.

mercoledì 25 aprile 2007

Rilke, Quinta elegia

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi,
Torino, Einaudi 1978, trad. it Enrico e Igea De Portu

Ma dimmi, chi sono , questi girovaghi, questi anche
un po’
più fuggitivi di noi, che fin da piccini
un volere sempre più scontento incalza e torce. Ma, per chi,
per amore di chi? li torce,
li piega, li intreccia, li lancia,
li butta, li acchiappa; come da un’aria oleata,
più liscia, piombano sul tappeto consunto,
liso dal loro eterno saltare, questo tappeto
perduto nell’Universo.
(…)

E a un tratto, in questo faticoso nessundove, a un tratto
l’indicibile punto, dove quel ch’era sempre troppo poco
Inconcepibilmente si trasmuta – , salta
In un troppo, vuoto.
Dove il conto a tante poste
Si chiude senza numeri.
(...)

Picasso, Parade


Il sipario dipinto da Picasso per il balletto "Parade" ,
libretto di Cocteau, musica di Satie, scene e costumi di Picasso, programma di sala di Apollinaire. 1917