sabato 21 aprile 2007

Brook - I fili del tempo

Peter Brook, I fili del tempo. Memorie di una vita.
Milano: Feltrinelli 2001


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Samuel Beckett mi spiegò che quando scriveva una commedia, la vedeva come una serie di tensioni, nel senso di fili d’acciaio tesi a congiungere un’unità con quella successiva.
Così i cinque atti di un dramma di Shakespeare formano una lunga frase; una frase che accelera, rallenta, fa una pausa, ma che non si ferma mai. Quando la prima parola è pronunciata, una bobina invisibile comincia a srotolarsi.
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Molto tempo addietro era stato un mio professore, una persona molto sensibile, a farmi notare che il ritmo è il denominatore comune di tutte le arti; ma aveva tralasciato di aggiungere, o aveva voluto che lo scoprissi da adulto, che è anche il denominatore comune di ogni esperienza umana. Ora cominciavo poco a poco a riconoscere che questo ritmo è ciò che crea o distrugge ogni istante delle nostre vite.
Come si può vivere un solo giorno nel suo ritmo autentico, un giorno composto di una moltitudine di ritmi che si intreccia sottilmente? Riconoscere il problema non vuol dire sapere la risposta, ma soltanto prendere atto che ogni momento sciupato non ritornerà più.
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Eppure in ogni momento possiamo trovare un nuovo inizio. Un inizio ha la purezza dell’innocenza e l’assoluta libertà di mente di un principiante. Lo sviluppo è più difficile perché, quando l’innocenza lascia il posto all’esperienza, i parassiti, la confusione, le complicazioni e gli eccessi del mondo arrivano in massa. Finire è la cosa più difficile, ma lasciarsi andare dà l’unico vero gusto di libertà. Allora la fine diventa ancora una volta un inizio e l’ultima parola spetta alla vita.
In un villaggio africano quando un cantastorie arriva alla fine del suo racconto, appoggia il palmo di una mano sulla terra e dice”poso qui la mia storia” E aggiunge: “Così forse qualcuno, un giorno, potrà riprenderla”.