domenica 21 settembre 2008

Sereni, Diario bolognese
















Vittorio Sereni, Frammenti di una sconfitta- Diario bolognese,
Milano, Scheiwiller,
1957

Io non so come sempre

un disperato murmure m’opprima

nell’aria del tuo mezzogiorno

tanto diffusa ai colli dentro il sole

tanto quaggiù gremita e fumicosa.

E non è fiore in te che non m’esprima

il male che presto lo morde,

non per finestra musica s’inoltra

che amara non ricada sull’estate.

Invano sotto San Luca ogni strada

voluttuosa rallenta, alla tua gioia

sono cieco ed inerme.

E l’ombra dorata trabocca nel rogo serale,

l’amore sui volti s’imbestia,

fugge oltre i borghi il tempo irreparabile

della nostra viltà.





mercoledì 10 settembre 2008

Sontag. La coscienza delle parole

Susan Sontag, Nello stesso tempo: la coscienza delle parole, Mondadori Milano 2008, trad. D. Rieff

In quanto scrittrice, creatrice di letteratura, narro e rifletto al tempo stesso. Le idee mi commuovono. Ma i romanzi sono fatti di forme, non di idee. Forme del linguaggio. Forme d’espressione. Non ho in testa una storia fino a quando non ne conosco la forma. (Come sosteneva Vladimir Nabokov, “il disegno della cosa precede la cosa”). E – in modo implicito o sottinteso – i romanzi nascono dall’idea che uno scrittore ha di ciò che la letteratura è o può diventare.
(...)
Perciò la letteratura – e parlo in termini prescrittivi, non solo descrittivi – è consapevolezza, dubbio, scrupolo, meticolosità. Ma è anche – ancora una volta in senso sia prescrittivo che descrittivo – canto, spontaneità, celebrazione, beatitudine.
(...)
Sono dell’idea che ogni singola visione della letteratura sia falsa – e cioè, riduttiva, puramente polemica. Laddove parlare con sincerità di letteratura vuol dire necessariamente parlare per paradossi.

Perciò, se ogni opera letteraria che conta, che merita di essere definita tale, incarna un ideale di singolarità, di voce individuale, la letteratura, che è accumulazione, incarna invece un ideale di pluralità, di molteplicità, di promiscuità.

Ogni possibile idea di letteratura – letteratura come impegno sociale, come ricerca di private intensità spirituali, letteratura nazionale o universale – è, o può diventare, una forma di autocompiacimento spirituale, di vanità, o di autogratificazione.

La letteratura è un sistema – un sistema plurale – di metri di giudizio, ambizioni, lealtà. La sua funzione etica sta almeno in parte nella capacità di insegnare il valore della diversità.

Certo, la letteratura deve operare all’interno di determinati confini. (Come ogni altra attività umana. Solo la morte ne è priva). Il problema è che i confini che la maggior parte della gente desidera tracciare soffocherebbero la libertà della letteratura di essere quel che può essere, in tutta la sua inventiva e capacità di turbamento.

***
Vedi l'articolo di Nadia Fusini su Susan Sontag - potente e commovente:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/04/10/la-voce.html

giovedì 4 settembre 2008

Un poeta umoristico: Ernesto Ragazzoni

I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER
(Da W. M. Thackeray)

Il giovane Werther amava Carlotta
e già della cosa fu grande sussurro.
Sapete in che modo si prese la cotta?
La vide una volta spartir pane e burro.

Ma aveva marito Carlotta, ed in fondo
un uomo era Werther dabbene e corretto;
e mai non avrebbe (per quanto c'è al mondo),
voluto a Carlotta mancar di rispetto.

Così, maledisse la porca sua stella;
strillò che bersaglio di guai era, e centro;
e un giorno si fece saltar le cervella,
con tutte le storie che c'erano dentro.

Lo vide Carlotta che caldo era ancora,
si terse una stilla dal bell'occhio azzurro;
e poi, vòlta a casa (da brava signora),
riprese a spalmare sul pane il suo burro.

Parole contro le parole

Oggi, non voglio far della poesia,

non voglio stare chiuso contro un tavolo.

Voglio prender la porta, andare via

andarmene, se càpita, anche al diavolo!

In un giorno di ciel, d'aria e di sole

posso seduto, fabbricar parole?



Io, come il vecchio Amleto, sono stufo

di parole, parole, ancor parole!

Fra tanti pappagalli, sono un gufo

e disdegno le chiacchiere e le fole.

Se si parlasse meno, quanto il mondo

piú felice sarebbe, e piú fecondo!



Abbasso i versi e chi li legge e scrive!

Primavera s'annuncia, e vo pei campi

a veder in che modo si rivive

senza bisogno alcun che se ne stampi,

o ne filosofeggino due o tre

sui sedili dei tram, e nei caffè!



Senza soccorso di poeti e sofi

le siepi vanno rimettendo il verde!

Su per le aiuole crescono i carciofi,

e l'asparago inver nulla ci perde

se vien fuori, a dispetto della critica,

senza affatto occuparsi di politica.



E cosí fa la mammola, e fa l'erba,

il pero, il melo, il mandorlo, il ciliegio

che una veste di fiori hanno, e superba,

e daran frutto, senza ciarle, egregio.

Se facessimo un poco come loro:

chiacchiere niente, e alquanto piú lavoro?

E. Ragazzoni,
Buchi nella sabbia e pagine invisibili. Poesie e prose, Einaudi, Torino 2000

martedì 2 settembre 2008

Beppe Sebaste: Oggetti smarriti

Sono seduto al bar con l’amico regista Giuseppe Bertolucci, e parliamo di “oggetti smarriti”, anzi, oggetti “trovati”. Gli descrivo lo storico e ormai secolare “Bureau des objet trouvés” a Parigi, al 36 di rue des Morillons, nel XV° arrondissement, impressionante e pittoresco museo della sbadataggine. Alla fine degli anni ’90 tra gli oggetti in giacenza si trovavano anche un’urna funeraria con tanto di ceneri del defunto trovata nel metrò, un teschio umano, statue di Gesù, e perfino un serpente scappato da uno zoo. (...)
Se si considera il numero impressionante di carte d’identità che vengono perdute e ritrovate, e giacciono nei depositi degli oggetti rinvenuti, nei lost & found italiani, ci si rende conto del desiderio di fuga, evasione o cambiamento della popolazione.
L’ufficio “oggetti smarriti” si chiama “degli oggetti rinvenuti”, ma continuo a pensare che la formula più appropriata dovrebbe essere quella che, in francese, definisce il vecchio “fermoposta” - quel servizio, oggi in via di estinzione, che permette di ricevere lettere negli uffici postali di ogni città -: cioè poste en souffrance, posta che “soffre” la mancanza del proprio destinatario, lettere in giacenza, smarrite e inutili come personaggi in cerca d’autore su un pirandelliano, burocratico scaffale; e che forse, come in Kafka, sono lette e assimilate solo dai fantasmi. (...)

Beppe Sebaste
http://beppesebaste.blogspot.com/

http://www.beppesebaste.com/

vedi ora il suo nuovo libro "Oggetti smarriti" ed. Laterza

 Ascoltalo nel sito RSI    (rubrica "In altre parole")




sabato 30 agosto 2008

Scafuro: pennino da caffè


Vedi anche le forchette-albero e tutti gli altri utensili "viventi" nel sito dello scultore Giovanni Scafuro
http://www.giovanniscafuro.it/ALBERI.htm

Biblioteche

National Library di Dublino


Mr. Bloom arrivò a Kildare street. Prima devo. Biblioteca.
Cappello di paglia al sole. Scarpe gialle. Pantaloni col risvolto. E'. E'.
Il cuore accelerava piano i battiti. A destra. Museo. Deè. Virò a destra.

James Joyce, Ulisse, Milano, Mondadori, 1978, trad. G. Melchiori, cap 9, Scilla e Cariddi - La biblioteca.

venerdì 22 agosto 2008

Pessoa, Isole

Le isole fortunate

Quale voce viene dal suono delle onde

Che non è la voce del mare?

E’ la voce di qualcuno che ci parla

Ma che, se ascoltiamo, tace,

proprio per esserci messi ad ascoltare.

E solo se, mezzo addormentati,

udiamo senza sapere che udiamo,

essa ci parla della speranza

verso la quale, come un bambino

che dorme, dormendo sorridiamo.


Fernando Pessoa, Poesie scelte, Passigli 2006

mercoledì 20 agosto 2008

Yeats, un dublinese

William Butler Yeats, Poesie, Torino, Einaudi 1963, trad. G. Melchiori

That is no country for old men

Quello non è un paese per vecchi. I giovani
L'uno nelle braccia dell’altro, gli uccelli sugli alberi
- Quelle generazioni mortali – intenti al loro canto,
Le cascate ricche di salmoni, i mari gremiti di sgombri,
Pesce, carne, o volatile, per tutta l’estate non fanno che esaltare
Tutto ciò che è generato, che nasce, e che muore.
Presi da quella musica sensuale tutti trascurano
I monumenti dell’intelletto che non invecchia.

II.
Un uomo anziano non è che una cosa miserabile,
Una giacca stracciata su un bastone, a meno che
L’anima non batta le mani e canti, e canti più forte
Per ogni strappo nel suo abito mortale,
Né v’è altra scuola di canto se non lo studio
Dei monumenti della sua magnificenza
E per questo io ho veleggiato sui mari e sono giunto
Alla sacra città di Bisanzio.

III.
O saggi che state nel fuoco sacro di Dio
Come nel mosaico dorato di una parete,
Scendete dal sacro fuoco, discendete in una spirale,
E siate i maestri di canto della mia anima.
Consumate del tutto il mio cuore; malato di desiderio
E legato a un animale mortale,
Non sa quello che è; e accoglietemi
Nell’artificio dell’eternità.

IV.
Una volta fuori dalla natura non assumerò mai più
La mia forma corporea da una qualsiasi cosa naturale,
Ma una forma quale creano gli orefici greci
Di oro battuto e di sfoglia d’oro
Per tener desto un Imperatore sonnolento;
Oppure posato su un ramo dorato a cantare
Ai signori e alle dame di Bisanzio
Di ciò che è passato, o che , o che sarà.



lunedì 4 agosto 2008

Tondelli, Biglietto all'amico

Pier Vittorio Tondelli, Biglietti agli amici, Milano, Bompiani, 2001

OTTAVA ORA DELLA NOTTE

Biglietto numero otto

Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quest'abbraccio e non chiedere altro perchè la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante altre volte e poi una volta sarà l'ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l'ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perchè se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l'amore è niente di più, sei tu che confondi l'amore con la vita.

Divieti...


Apuleio, L'asino d'oro, La favola di Amore e Psiche

Libro sesto
XIX (...) "Ma soprattutto ti raccomando una cosa: non aprire la scatola che porterai con te, non guardare dentro, non essere curiosa, non curarti di quel tesoro di divina bellezza che essa nasconde" (Sed inter omnia hoc observandum praecipue tibi censeo, ne velis aperire vel inspicere illam quam feres pyxidem vel omnino diuinae formonsitatis abditum curiosius thesaurum."

XX Così quella torre provvidenziale assolse il suo profetico incarico e Psiche non indugiò, raggiunse il promontorio del Tenaro, prese con sé le monete e le ciambelle secondo le istruzioni ricevute, discese lungo la strada infernale, oltrepassò senza dir parola l’asinaio zoppo, diede al nocchiero la moneta per il traghetto, fu sorda al desiderio del morto che galleggiava, non si curò delle insidiose preghiere delle tessitrici, placò con la ciambella la rabbia spaventosa del cane e, infine, giunse alla dimora di Proserpina. Qui rifiutò il morbido sedile e il cibo squisito che l’ospite le offerse ma sedette umilmente ai suoi piedi si contentò di un pane scuro, poi riferì l’ambasciata di Venere. E senza indugio prese la scatola, in gran segreto riempita e sigillata, fece tacere le bocche latranti del cane con l’inganno della seconda ciambella, consegnò al nocchiero la moneta che le era rimasta e risalì dall’inferno con passo assai più leggero.
Ma dopo aver rivista e adorata questa candida luce, benché avesse fretta di portare a buon fine il suo mandato, fu assalita da un’imprudente curiosità: "Sono proprio una sciocca" si disse - "porto con me la divina bellezza e non ne prendo nemmeno un pocolino, non foss’altro per piacere di più al mio bellissimo amante" e, detto fatto, aprì la scatola.
( "Ecce" inquit" inepta ego divinae formonsitatis gerula, quae nec tantillum quidem indidem mihi delibo vel sic ili amatori meo formonso placitura")

XXI "Ma dentro non v’era nulla, nessuna bellezza, ma solo del sonno, un letargo di morte che s’impadronì di lei non appena ella sollevò il coperchio e che si diffuse per tutte le sue membra in una pesante nebbia di sopore facendola cadere addormentata proprio dove si trovava, là sul sentiero.
E Psiche giacque immobile nel suo sonno profondo, come morta. (Et iacebat immobilis et nihil aliud quam dormiens cadaver.)

(Il quadro è di Angelika Kauffmann, 1792)

lunedì 28 luglio 2008

Carlo Levi, Le mosche

Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Torino, Einaudi, (1945) 2007

L'estate splendeva nel suo ardore funesto: il sole pareva fermarsi in mezzo al cielo, le argille si spaccavano per l'arsura. Nelle fessure della terra assetata si annidavano le serpi, le vipere corte e tozze di qui, che i contadini chiamano cortopassi, dal veleno mortale. "cortopassi, cortopassi, ove te trova, là te lassi": Un vento continuo faceva asciugare anche i corpi delgi uomini; le giornate passavano in una luce senza pietà, monotone nell'attesa del tramonto e del fresco della sera. Stavo seduto nella cucina, e contemplavo il volo delle mosche, unico segno di vita nell'immobile silenzio della canicola. Le imposte di legno, tinte di azzurro verdastro, ne erano coperte: migliaia di punti neri, fermi nel sole, vagamente sussurranti, su cui l'occhio si fissava, oziosamente incantato. (...) Il grande silenzio della campagna pesava nella cucina, e il mormorio continuato delle mosche segnava il passare delle ore, come la musica senza fine del tempo vuoto.

venerdì 25 luglio 2008

Quarenghi, E sulle case il cielo


Giusi Quarenghi, E sulle case il cielo, illustrazioni di Chiara Carrer, Milano, Topipittori, 2007

(a Michele, a Giovanni, alle infanzie di cui sono testimone)

Ho l'estate tra le mani
un'anguria a fette larghe

Ho l'estate nelle gambe
sfido il vento e corro via

Ho l'estate sotto i piedi
è sdraiata dappertutto

Ho l'estate nella testa
sogni lunghi e sere chiare

Ho l'estate nella gola
ha sapore di gelato

www.topipittori.com

martedì 22 luglio 2008

Mandel'stam, Secolo mio

Secolo mio, mia belva, chi saprà
fissare lo sguardo nelle tue pupille,
chi incollerà con il proprio sangue
le vertebre di due secoli?
Sangue costruttore sgorga
dalla gola di cose terrene
e solo il parassita sta in ansia
sul limitare di nuovi giorni.

(...)
Tenera cartilagine di bimbo
è il secolo infantile della terra:
hanno immolato ancora una volta
come una agnello il cranio della vita.

Per strappare il secolo dalla prigionia,
per dare inizio a un nuovo mondo
bisogna intrecciare a guisa di flauto
le ginocchia dai giorni nodosi.
Osip Mandel'stam

Citato in:
Ezio Raimondi, Novecento e dopo, Roma, Carocci 2003
Giorgio Agamben, Che cos'è il contemporaneo?, Roma, Nottetempo, 2008

lunedì 14 luglio 2008

Appunti per una definizione di lettore ideale


Alberto Manguel, Al tavolo del Cappellaio Matto, Milano, Archinto, 2008

Il lettore ideale è lo scrittore appena prima che le parole prendano forma sulla pagina.
Il lettore ideale non segue una storia: vi prende parte.
Il lettore ideale è un lettore cumulativo: ogni volta che legge un libro aggiunge un nuovo strato di memoria alla narrazione.
Robinson Crusoe non è un lettore ideale. Legge la Bibbia per trovarvi risposte. Il lettore ideale legge per trovare domande.
Scrivere sui margini è segno distintivo del lettore ideale.
Il lettore ideale sa quel che lo scrittore intuisce soltanto.
Il lettore ideale non sa di essere il lettore ideale finchè non raggiunge la fine del libro.
Pinochet, che bandì il Don Chisciotte perchè riteneva che incoraggiasse la disobbedienza civile, ne era il lettore ideale.

martedì 24 giugno 2008

Nafisi, Leggere Lolita a Teheran

Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Milano, Adelphi, 2008

"A chi raccontiamo ciò che è accaduto
sulla terra, per chi sistemiamo ovunque
specchi enormi, nella speranza che riflettano
qualcosa e non svanisca? " (C. Milosz)

Quel primo giorno domandai ai mei studenti quale ritenevano fosse il compito della narrativa: in altre parole perchè avremmo dovuto scomodarci a leggerla.
Era un esordio insolito, ma catturò l'attenzione. (...) Scrissi alla lavagna una delle mie citazioni di Adorno preferite: "la più alta forma di moralità è sentirsi degli estranei in casa propria". Spiegai che spesso le grandi opere di fantasia servivano proprio a questo, a farci sentire estranei in casa nostra. La migliore letteratura ci costringe sempre a interrogarci su ciò che tenderemmo a dare per scontato, e mette in discussione tradizioni e credenze che sembravano incrollabili. Invitai i miei studenti a leggere i testi che avrei loro assegnato soffermandosi sempre a riflettere sul modo in cui li scombussolavano, li turbavano, li costringevano a guardare il mondo, come Alice nel paese delle meraviglie, con occhi diversi. (...) "Un romanzo non è un'allegoria" dissi verso la fine della lezione. "E' l'esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. E' così che si legge un romanzo, come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare. Ricordate solo questo. E' tutto. Potete andare".



lunedì 16 giugno 2008

Kafka, kavka

http://www.mcescher.com/

Eugenio Montale, Verboten, Diario del '72, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1990

Dicono che nella grammatica di Kafka
manca il futuro. Questa la scoperta
di chi serbò l'incognito e con buone ragioni.
Certo costui teme le conseguenze
flagranti o addirittura conflagranti
del suo colpo di genio. E Kafka stesso,
la sinistra cornacchia, andrebbe al rogo
nell'effigie e nelle opere, d'altronde
largamente invendute.



sabato 7 giugno 2008

Ties- legàmi





Lewis Carroll,
Through the looking glass, 1871


"What a beautiful belt you've got on!"

Alice suddenly remarked. (They had had quite enough of the subject of age, she thought: and, if they really were to take turns in choosing subjects, it was her turn now.)
"At least," she corrected herself on second thoughts, "a beautiful cravat, I should have said -- no, a belt, I mean -- I beg your pardon!" she added in dismay, for Humpty Dumpty looked thoroughly offended, and she began to wish she hadn't chosen that subject.
"If only I knew," she thought to herself, "which was neck and which was waist!"

Evidently Humpty Dumpty was very angry, though he said nothing for a minute or two. When he did speak again, it was in a deep growl.
"It is a -- most -- provoking -- thing," he said at last, "when a person doesn't know a cravat from a belt!"

"I know it's very ignorant of me," Alice said, in so humble a tone that Humpty Dumpty relented.

"It's a cravat, child, and a beautiful one, as you say. It's a present from the White King and Queen. There now!"

"Is it really?" said Alice, quite pleased to find that she had chosen a good subject after all.

"They gave it me," Humpty Dumpty continued thoughtfully as he crossed one knee over the other and clasped his hands round it, "they gave it me -- for an un-birthday present."

lunedì 2 giugno 2008

Lispector: lo splendore del linguaggio

Clarice Lispector, La passione secondo G. H., Milano, Feltrinelli, 1969

Io ho, a mano a mano che designo - ecco lo splendore di avere un linguaggio. Ma ho assai più, a mano a mano che non riesco a designare. La realtà è la materia prima, il linguaggio è il modo in cui ne vado alla ricerca - e in cui non la trovo. Eppure è proprio dal cercare e non trovare che nasce la cosa che non conoscevo, e che all'istante riconosco. Il linguaggio è il mio sforzo umano. Per destino devo andare a cercare e per destino torno a mani vuote. Però- ritorno con l'indicibile. L'indicibile mi potrà essere dato solo attraverso il fallimento del mio linguaggio. E solo quando la costruzione si incrina io ottengo ciò che questa non è riuscita a ottenere. (...) L'insistenza è il nostro sforzo, la rinuncia è il premio. A questo si arriva solamente dopo aver sperimentato il potere di costruire, e nonostante l'aroma del potere, si preferisce la rinuncia. La rinuncia deve essere una scelta. Desistere è la scelta più sacra di una vita. Desistere è l'autentico istante umano. (...) La rinuncia è una rivelazione.



martedì 27 maggio 2008

giovedì 22 maggio 2008

Testori - un altro giorno

Da me la sola passione
puoi imparare.
Dal mondo impara
tutto l'arco del sole
e lo splendore,
la grandezza dei gesti
in che consiste crescere,
finire.
Impara dalle madri
il silenzio provvido.
Gentile,
dalle tombe la morte,
e dal morire d'ogni giorno
l'esame impara a svolgere.
Medita quando l'ombra
ti cade d'ogni sera
sulla fronte:
è passato, mio amore,
un altro giorno.

Giovanni Testori, da Per sempre, 1970.

giovedì 8 maggio 2008

Poesia dorsale

(Poesie i cui versi sono formati da titoli di libri-

meglio se libri amati)

www.poesiadorsale.it


Lentamente nell’ombra

guardare ascoltando

figure.

Intrecci di voci.

Amore lontano.

Nessuna passione spenta.

I fili del tempo,

pensieri del tè.

****************************

Stanze,

soglie

sulla parola,

Abitazioni immaginarie,

Strada a senso unico.

Crolli

sotto i tigli,

cattivi pensieri.

La verità della poesia

prima della morte.

Come un talismano.

martedì 15 aprile 2008

Camus, Il mito di Sisifo


Albert Camus, Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, 1997

Gli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso. Essi avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza.

Se questo mito è tragico, è perchè il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire?

Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l'estensione della sua miserevole condizone; è a questa che pensa durante la discesa.

In questo sottile momento in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.


venerdì 4 aprile 2008

Leopardi, Zibaldone

Il cantare che facciamo quando abbiamo paura non è per farci compagnia da noi stessi come comunemente si dice, nè per distrarci puramente, ma per mostrare di dare a intendere a noi stessi di non temere. La quale osservazione potrebbe forse applicarsi a molte cose, e dare origine a parecchi pensieri. E già è manifesto che all’aspetto del male noi cerchiamo d’ingannarci e di credere che non sia tale, o minore che non è, e però cerchiamo chi se ne mostri o ne sia persuaso, e per ultimo grado, per persuaderlo a noi stessi, fingiamo d’esserne già persuasi, operando e discorrendo tra noi come tali. E questo è quello che accade nel caso detto di sopra. [Zibaldone : 43]

Non v’è memoria senza attenzione. [...] Ma vi sono due specie di attenzioni. Una volontaria, ed una involontaria; o piuttosto una spirituale, un’altra materiale. Della prima non si diventa capaci se non coll’assuefazione (e quindi facoltà) di attendere. E perciò gli uomini riflessivi e generalmente gl’ingegni o grandi, o applicati, hanno ordinariamente buona memoria, e si distinguono assai dal comune degli uomini nella facoltà di ricordarsi anche delle minuzie, perchè sono assuefatti ad attendere. Della seconda specie sono quelle attenzioni che derivano da forza e vivacità delle sensazioni, le quali colla loro impressione costringono l’anima ad un’attenzione in certo modo materiale. [Zibaldone : 1733-1734]

Della lettura di un pezzo di vera contemporanea poesia, in versi o prosa (ma più efficace impressione è quella de’ versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita; e ci accresce la vitalità. Ma rarissimi sono oggi i pezzi di questa sorta. (1 Febbraio 1829).

domenica 23 marzo 2008

Gozzano, La differenza

Guido Gozzano, Opere, Torino, Utet 2006


La differenza

Penso e ripenso: - Che mai pensa l'oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d'essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l'armi corruscanti della cuoca.

- O pàpera, mia candida sorella,
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che s'è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l'esser cucinato non è triste,
triste è il pensare d'esser cucinato.

giovedì 6 marzo 2008

Juan Gelman

Juan Gelman, Nel rovescio del mondo, Novara, Interlinea, 2003


Nobiltà

La poesia è pallida e nobile.
Non cambia niente, non incurva colline, non
dà un solo frutto rosso, non
fa il rumore di chi strappa
un pezzo di pane per offrire
un pezzo di pane.
Si rannicchia in un angolo e
non si lamenta.
Vive in tutto ciò che si innalza
all'aria e al nascere.
Non chiede nemmeno una visita.
Le basta quel che non è successo.

Lettera a mia madre
(...)

passai da te allo splendore del giorno/da me tu passi
alla profonda notte/con gli occhi distolti perchè ormai
più nulla restava da vedere/se non quel fine rumore che
disfa ciò che ti feci soffrire/adesso che stai
quieta
(...)