Antonella Anedda, Residenze invernali, Crocetti 2008
Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare.
sabato 18 aprile 2009
mercoledì 15 aprile 2009
sabato 4 aprile 2009
Perec, un uomo che dorme
George Perec, Un uomo che dorme, Quodlibet 2009
Si fa notte. Sfreccia raramente qualche automobile. La goccia d'acqua stilla dal rubinetto nel pianerottolo. Il tuo vicino è silenzioso, forse assente, oppure già morto. Sei disteso sulla panca tutto vestito, le mani incrociate dietro la nuca e le ginocchia sollevate. Chiudi gli occhi, li apri. All'interno dell'occhio, o sulla superficie della cornea, forme virali, microbiche, scarrocciano dall'alto in basso, spariscono, e ritornano repentinamente al centro leggermente modificate: sembrano dischi, bolle, pagliuzze, filamenti ritorti il cui assemblaggio disegna i vaghi tratti di un animale mitologico. Ne perdi le tracce, li ritrovi; ti sfreghi gli occhi e i filamenti esplodono, moltiplicandosi.
Lungo il corso delle ore, dei giorni, delle settimane e delle stagioni ti disamori di tutto, ti distacchi da tutto. (...)
Sei invisibile, limpido, trasparente. Non esisti più: il susseguirsi delle ore, il susseguirsi dei giorni, il passare delle stagioni, lo scorrere del tempo, sopravvivi, senza allegria e senza tristezza, senza futuro e senza passato, così, semplicemente, in modo evidente, come una goccia d'acqua che stilla da un acquaio su un pianerottolo, come sei calze in ammollo dentro una bacinella di plastica rosa, come una mosca, come un'ostrica, come una mucca, come una lumaca, come un bambino o come un vecchio, come un topo.
Si fa notte. Sfreccia raramente qualche automobile. La goccia d'acqua stilla dal rubinetto nel pianerottolo. Il tuo vicino è silenzioso, forse assente, oppure già morto. Sei disteso sulla panca tutto vestito, le mani incrociate dietro la nuca e le ginocchia sollevate. Chiudi gli occhi, li apri. All'interno dell'occhio, o sulla superficie della cornea, forme virali, microbiche, scarrocciano dall'alto in basso, spariscono, e ritornano repentinamente al centro leggermente modificate: sembrano dischi, bolle, pagliuzze, filamenti ritorti il cui assemblaggio disegna i vaghi tratti di un animale mitologico. Ne perdi le tracce, li ritrovi; ti sfreghi gli occhi e i filamenti esplodono, moltiplicandosi.
Lungo il corso delle ore, dei giorni, delle settimane e delle stagioni ti disamori di tutto, ti distacchi da tutto. (...)
Sei invisibile, limpido, trasparente. Non esisti più: il susseguirsi delle ore, il susseguirsi dei giorni, il passare delle stagioni, lo scorrere del tempo, sopravvivi, senza allegria e senza tristezza, senza futuro e senza passato, così, semplicemente, in modo evidente, come una goccia d'acqua che stilla da un acquaio su un pianerottolo, come sei calze in ammollo dentro una bacinella di plastica rosa, come una mosca, come un'ostrica, come una mucca, come una lumaca, come un bambino o come un vecchio, come un topo.
venerdì 3 aprile 2009
La Tempesta
W. Shakespeare, La Tempesta, ... III.2
Be ne afeard; the isle is full of noises, / Sounds, and sweet airs, that give delight, and hurt not. / Sometimes a thousand twangling instruments / Will hum about mine ears; and sometimes voices / That, if I then had wak'd after a long sleep, / Will make me sleep again: and then, in dreaming, / The clouds methought would open, and show riches/ Ready to drop upon me; that, when I wak'd, / I cried to dream again.
Non aver paura. L'isola è piana di canti, di suoni e di dolci melodie che dilettano e non fanno male. Qualche volta mi ronzano nelle orecchie migliaia di strumenti pizzicati, e qualche volta delle voci, che, se anche mi sono allora svegliato da un lungo sonno, mi fanno addormentare di nuovo. Allora nel sogno mi pare che le nubi si aprano e mi mostrino dei tesori pronti a rovesciarsi su di me, in maniera che, quando mi sveglio, piango per voler sognare di nuovo.
Be ne afeard; the isle is full of noises, / Sounds, and sweet airs, that give delight, and hurt not. / Sometimes a thousand twangling instruments / Will hum about mine ears; and sometimes voices / That, if I then had wak'd after a long sleep, / Will make me sleep again: and then, in dreaming, / The clouds methought would open, and show riches/ Ready to drop upon me; that, when I wak'd, / I cried to dream again.
Non aver paura. L'isola è piana di canti, di suoni e di dolci melodie che dilettano e non fanno male. Qualche volta mi ronzano nelle orecchie migliaia di strumenti pizzicati, e qualche volta delle voci, che, se anche mi sono allora svegliato da un lungo sonno, mi fanno addormentare di nuovo. Allora nel sogno mi pare che le nubi si aprano e mi mostrino dei tesori pronti a rovesciarsi su di me, in maniera che, quando mi sveglio, piango per voler sognare di nuovo.
O tempo,

Leonardo da Vinci, Scritti letterari, 1952, p.184
O tempo, veloce predatore delle create cose, quanti re, quanti popoli tu hai disfatti, e quante mutazioni di stati e vari casi sono seguiti, po' che la meravigliosa forma di questo pesce qui morì. Per le cavernose e ritorte interiora [...] ora disfatto dal tempo paziente giaci in questo chiuso loco. Colle ispogliate, spolpate e ignude ossa hai fatto armadura e sostegno al sopraposto monte."
Tiziano Scarpa, Tempo
Tiziano Scarpa, Tempo, in Il primo amore
Mi chino ad allacciarmi una scarpa, arriva una bambina piuttosto piccola: "Che cosa stai facendo?" Glielo spiego. "E tu?", le domando. "Io…", la bambina si volta e corre via, proseguendo la frase con il movimento. Ripenso a Eraclito, quando diceva che aiòn pàis esti paìzon. Gli studiosi traducono che il tempo è "un bambino che gioca", o addirittura "fanciullo nel trastullo". Pochi notano che pàis paìzon è quasi un bisticcio di parole, è un nome seguito dalla sua verbificazione, è il passaggio all'atto del nome che trabocca in verbo: "un bambino bambinante, un bambino che bambina". Il tempo è un essere che si esegue: la sua azione consiste nell'essere fattivamente sé stesso. Il tempo è un bambino che fa il bambino. La bambina che ho incontrato io è un essere che inserisce nel linguaggio sé stessa e la propria azione, non separa essere, fare e dire. Nel frattempo io, da consumato vivisezionatore, ho allacciato la mia scarpa, mi sono visto farlo, e l'ho detto.
23.11.07 -
www.ilprimoamore.it
Mi chino ad allacciarmi una scarpa, arriva una bambina piuttosto piccola: "Che cosa stai facendo?" Glielo spiego. "E tu?", le domando. "Io…", la bambina si volta e corre via, proseguendo la frase con il movimento. Ripenso a Eraclito, quando diceva che aiòn pàis esti paìzon. Gli studiosi traducono che il tempo è "un bambino che gioca", o addirittura "fanciullo nel trastullo". Pochi notano che pàis paìzon è quasi un bisticcio di parole, è un nome seguito dalla sua verbificazione, è il passaggio all'atto del nome che trabocca in verbo: "un bambino bambinante, un bambino che bambina". Il tempo è un essere che si esegue: la sua azione consiste nell'essere fattivamente sé stesso. Il tempo è un bambino che fa il bambino. La bambina che ho incontrato io è un essere che inserisce nel linguaggio sé stessa e la propria azione, non separa essere, fare e dire. Nel frattempo io, da consumato vivisezionatore, ho allacciato la mia scarpa, mi sono visto farlo, e l'ho detto.
23.11.07 -
www.ilprimoamore.it
venerdì 27 marzo 2009
Szymborska
Le tre parole più strane
Quando pronuncio la parola Futuro,
la prima sillaba gia’ va nel passato.
Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.
Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.
Contributo alla statistica
Su cento persone:
che ne sanno sempre piu’ degli altri
- cinquantadue;
insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;
pronti ad aiutare,
purche’ la cosa non duri molto
- ben quarantanove;
buoni sempre,
perche’ non sanno fare altrimenti
- quattro, be’, forse cinque;
propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;
viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;
dotati per la felicita’
- al massimo poco piu’ di venti;
innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro piu’ della meta’;
crudeli,
se costretti dalle circostanze
- e’ meglio non saperlo
neppure approssimativamente;
quelli col senno di poi
- non molti di piu’
di quelli col senno di prima;
che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;
ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatre’
prima o poi;
degni di compassione
- novantanove;
mortali
- cento su cento.
Numero al momento invariato.
Quando pronuncio la parola Futuro,
la prima sillaba gia’ va nel passato.
Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.
Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.
Contributo alla statistica
Su cento persone:
che ne sanno sempre piu’ degli altri
- cinquantadue;
insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;
pronti ad aiutare,
purche’ la cosa non duri molto
- ben quarantanove;
buoni sempre,
perche’ non sanno fare altrimenti
- quattro, be’, forse cinque;
propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;
viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;
dotati per la felicita’
- al massimo poco piu’ di venti;
innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro piu’ della meta’;
crudeli,
se costretti dalle circostanze
- e’ meglio non saperlo
neppure approssimativamente;
quelli col senno di poi
- non molti di piu’
di quelli col senno di prima;
che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;
ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatre’
prima o poi;
degni di compassione
- novantanove;
mortali
- cento su cento.
Numero al momento invariato.
martedì 24 marzo 2009
Macchine

Le macchine di Munari, Einaudi 1942, Corraini 2008
"Occorre evitare che l'essere umano diventi una macchina utile, incapace di essere diversa da ciò per cui è stata rigidamente programmata dalla vita e dall'educazione, incapace di creatività. Se mi passate il linguaggio automobilistico, il bambino tende a cadere nello sforzo di crescere, l'adolescente tende a ribaltarsi nella fretta di crescere, l'adulto tende ad andare fuori giri perché non percepisce i limiti della sua crescita, l'anziano tende a fermarsi perché non ha fiducia nei suoi margini di crescita. Se ognuno di noi, qualunque sia la nostra età, si concedesse uno spazio di gioco, di movimento, libero da finalità immediate, credo che ne guadagnerebbero la sua salute, le sue relazioni e la sua creatività. Se questo può tranquillizzarci, si è più utili a noi stessi e agli altri se ogni tanto ci concediamo il piacere di essere anche macchine inutili" [Fulvio Scaparro, 8 giugno 2000 Corriere della Sera]
Vedi il sito dedicato al lavoro e al pensiero (la "fantasia esatta") di Bruno Munari:
http://www.munart.org
venerdì 20 marzo 2009
domenica 22 febbraio 2009
venerdì 6 febbraio 2009
O chiarissimo ciuco,
Giuseppe Giusti, Contro un letterato pettegolo e copista, in Versi inediti ed editi, Firenze, Le Monnier, 1852
O chiarissimo ciuco
O cranio parasito
All’erudita greppia
incarognito;
Tu del corvello eunuco
All’anime bennate
Palesi la virtù
colle pedate.
Somigli uno scaffale
Di libri a un tempo idropico e
digiuno,
Grave di tutti, inteso di nessuno;
O meglio un arsenale
Ove il
sapere, in preda alle tignole,
Non serba altro di sé che le parole.
Poiché
sfacciatamente
Copri de’ panni altrui l’anima nuda,
Scimia di forti
ingegni e Zoilo e Giuda;
Smetti, o zucca impotente,
Di prenderti altra
briga;
Strascica l’ostro sulla falsariga.
O chiarissimo ciuco
O cranio parasito
All’erudita greppia
incarognito;
Tu del corvello eunuco
All’anime bennate
Palesi la virtù
colle pedate.
Somigli uno scaffale
Di libri a un tempo idropico e
digiuno,
Grave di tutti, inteso di nessuno;
O meglio un arsenale
Ove il
sapere, in preda alle tignole,
Non serba altro di sé che le parole.
Poiché
sfacciatamente
Copri de’ panni altrui l’anima nuda,
Scimia di forti
ingegni e Zoilo e Giuda;
Smetti, o zucca impotente,
Di prenderti altra
briga;
Strascica l’ostro sulla falsariga.
giovedì 5 febbraio 2009
Pinocchio bis
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Storia di un burattino
cap XXXV
cap XXXV
(...)
- Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!
- Dunque gli occhi mi dicono il vero? - replicò il vecchietto stropicciandosi gli occhi, - Dunque tu se' proprio il mi' caro Pinocchio?
- Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero? Oh! babbino mio, come siete buono!... e pensare che io, invece... Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi son andate per traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca mi compraste l'Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perché gli cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dette cinque monete d'oro, perché le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero all'osteria del Gambero Rosso dove mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io via e loro sempre dietro, e io via, finché m'impiccarono a un ramo della Quercia grande, dovecché la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a prendere con una carrozzina, e i medici, quando m'ebbero visitato, dissero subito: "Se non è morto, è segno che è sempre vivo", e allora mi scappò detto una bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d'oro, che una l'avevo spesa all'osteria, e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai più nulla, la quale il giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d'uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perché facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare, e il Serpente, colla coda che gli fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto e così ritornai alla Casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi disse: "Ho visto il tu' babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare", e io gli dissi: "Oh! se avessi l'ali anch'io", e lui mi disse: "Vuoi venire dal tuo babbo?", e io gli dissi: "Magari! ma chi mi ci porta", e lui mi disse: "Ti ci porto io", e io gli dissi: "Come?", e lui mi disse: "Montami sulla groppa", e così abbiamo volato tutta la notte, e poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi dissero: "C'è un pover'uomo in una barchetta che sta per affogare", e io da lontano vi riconobbi subito, perché me lo diceva il core, e vi feci cenno di tornare alla spiaggia...
- Ti riconobbi anch'io, - disse Geppetto, - e sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un cavallone m'arrovesciò la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane che era lì vicino, appena m'ebbe visto nell'acqua corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari pari, e m'inghiottì come un tortellino di Bologna.
Vedi: il saggio di Martino Marazzi
Vedi l'incipit della prefazione al volume Millenni Einaudi di Tiziano Scarpa
Vedi e ascolta il brano da Pinocchio di Carmelo Bene
- Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!
- Dunque gli occhi mi dicono il vero? - replicò il vecchietto stropicciandosi gli occhi, - Dunque tu se' proprio il mi' caro Pinocchio?
- Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero? Oh! babbino mio, come siete buono!... e pensare che io, invece... Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi son andate per traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca mi compraste l'Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perché gli cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dette cinque monete d'oro, perché le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero all'osteria del Gambero Rosso dove mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io via e loro sempre dietro, e io via, finché m'impiccarono a un ramo della Quercia grande, dovecché la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a prendere con una carrozzina, e i medici, quando m'ebbero visitato, dissero subito: "Se non è morto, è segno che è sempre vivo", e allora mi scappò detto una bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d'oro, che una l'avevo spesa all'osteria, e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai più nulla, la quale il giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d'uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perché facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare, e il Serpente, colla coda che gli fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto e così ritornai alla Casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi disse: "Ho visto il tu' babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare", e io gli dissi: "Oh! se avessi l'ali anch'io", e lui mi disse: "Vuoi venire dal tuo babbo?", e io gli dissi: "Magari! ma chi mi ci porta", e lui mi disse: "Ti ci porto io", e io gli dissi: "Come?", e lui mi disse: "Montami sulla groppa", e così abbiamo volato tutta la notte, e poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi dissero: "C'è un pover'uomo in una barchetta che sta per affogare", e io da lontano vi riconobbi subito, perché me lo diceva il core, e vi feci cenno di tornare alla spiaggia...
- Ti riconobbi anch'io, - disse Geppetto, - e sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un cavallone m'arrovesciò la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane che era lì vicino, appena m'ebbe visto nell'acqua corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari pari, e m'inghiottì come un tortellino di Bologna.
Vedi: il saggio di Martino Marazzi
Vedi l'incipit della prefazione al volume Millenni Einaudi di Tiziano Scarpa
Vedi e ascolta il brano da Pinocchio di Carmelo Bene
giovedì 22 gennaio 2009
Tognolini, Filastrocca delle maestre
Bruno Tognolini, Filastrocca delle maestre
Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
- Col tempo, ti insegnerò tutto
Insegnami fino al profondo dei mari
- Ti insegno fin dove tu impari
Insegnami il cielo, più su che si può
- Ti insegno fin dove io so
E dove non sai? - Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, un albero e un seme
Insegno ed imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te.
http://www.webalice.it/tognolini/
Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
- Col tempo, ti insegnerò tutto
Insegnami fino al profondo dei mari
- Ti insegno fin dove tu impari
Insegnami il cielo, più su che si può
- Ti insegno fin dove io so
E dove non sai? - Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, un albero e un seme
Insegno ed imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te.
http://www.webalice.it/tognolini/
venerdì 16 gennaio 2009
Luigi Ghirri




"La fotografia non è pura duplicazione o un cronometro dell'occhio che ferma il mondo fisico, ma è un linguaggio nel quale la differenza fra riproduzione e interpretazione, per quanto sottile, esiste e dà luogo a un'infinità di mondi immaginari". [Luigi Ghirri]
PAESAGGI D'AUTORE: Letteratura fra la via Emilia e il west
domenica 11 gennaio 2009
Tonino Guerra, L'aria
L’aria l’e cla roba lizira
che sta dalonda la tu testa
e la dventa piò céra quand che t’roid
l’aria è quella cosa leggera,
che sta intorno alla tua testa
e diventa più chiara quando ridi.
che sta dalonda la tu testa
e la dventa piò céra quand che t’roid
l’aria è quella cosa leggera,
che sta intorno alla tua testa
e diventa più chiara quando ridi.
sabato 3 gennaio 2009
Pontremoli, Silenzio
Giuseppe Pontremoli, Silenzio, in Ballata per tutto l'anno e altri canti, Nuove edizioni Romane, 2005
Il silenzio che amo
è quello che si staglia
fra una parola e l'altra
fra torrente e boscaglia
quello di due persone
che si stringono le mani
quello che fan gli uccelli
ogni sera sui rami
quello che fa la notte
quando ti sembra immensa
quello d'una tua voglia
impetuosa e intensa
quello che dalla linea
mossa dell'orizzonte
avvicina e allontana
la pianura ed il monte.
Il silenzio che amo
è quello che si staglia
fra una parola e l'altra
fra torrente e boscaglia.
Il silenzio che amo
è quello che dipana
una parola e l'altra
e il silenzio allontana.
Un lungo, bellissimo testo di Pontremoli sul sonno
Il sito a lui dedicato:
www.giuseppepontremoli.it
Il silenzio che amo
è quello che si staglia
fra una parola e l'altra
fra torrente e boscaglia
quello di due persone
che si stringono le mani
quello che fan gli uccelli
ogni sera sui rami
quello che fa la notte
quando ti sembra immensa
quello d'una tua voglia
impetuosa e intensa
quello che dalla linea
mossa dell'orizzonte
avvicina e allontana
la pianura ed il monte.
Il silenzio che amo
è quello che si staglia
fra una parola e l'altra
fra torrente e boscaglia.
Il silenzio che amo
è quello che dipana
una parola e l'altra
e il silenzio allontana.
Un lungo, bellissimo testo di Pontremoli sul sonno
Il sito a lui dedicato:
www.giuseppepontremoli.it
venerdì 2 gennaio 2009
Ripellino, il valore della poesia
Angelo Maria Ripellino, Splendido violino verde, Torino, Einaudi, 1976
Nonostante l'epoca sia così nera, così difficile, piena di falsi teologi, di ladroni, di monatti, la poesia non ha perduto il suo valore, la sua efficacia, l'unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno allusivamente – un ultimo miracolo che ci resta – è forse la poesia; anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di poter abbracciare diverse cose insieme… Questo suo dono dell'analogia, della metafora, larga, che abbraccia l'universo. Ora in un universo che tende a restringersi nella miseria e nel nulla, la poesia è appunto questa unica meraviglia, che cerca di abbracciarlo e di rendere viva l'unità del mondo
Nonostante l'epoca sia così nera, così difficile, piena di falsi teologi, di ladroni, di monatti, la poesia non ha perduto il suo valore, la sua efficacia, l'unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno allusivamente – un ultimo miracolo che ci resta – è forse la poesia; anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di poter abbracciare diverse cose insieme… Questo suo dono dell'analogia, della metafora, larga, che abbraccia l'universo. Ora in un universo che tende a restringersi nella miseria e nel nulla, la poesia è appunto questa unica meraviglia, che cerca di abbracciarlo e di rendere viva l'unità del mondo
domenica 28 dicembre 2008
sabato 27 dicembre 2008
Buzzati, distrazione
Dino Buzzati, In quel preciso momento, Milano, Mondadori, 1950
Durante la conversazione uno di colpo si distrae, sta fermo e pensieroso, magari pochi secondi ma è quanto basta per capire che la sua verità è là, dentro quel silenzio.
Come uno che dinanzi a casa stia conversando con gli amici e a un tratto li lascia, corre dentro a vedere chissà cosa e subito dopo ritorna, col volto di prima tale e quale, e nessuno sa che cosa sia andato a fare e se qualcuno glielo domanda, lui risponde "niente", e d'altra parte non si poteva scorgere nulla attraverso la porta quando lui l'ha aperta, che cosa ci fosse dietro, non si vedeva che un rettangolo di buio.
Una immensa piazza, dunque, con intorno un'infinità di case, questa è la vita; e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria e in genere male anche questa perché restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché del restante genere umano non si sa mai niente.
L'uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra poi dispiacergli eccessivamente".
Durante la conversazione uno di colpo si distrae, sta fermo e pensieroso, magari pochi secondi ma è quanto basta per capire che la sua verità è là, dentro quel silenzio.
Come uno che dinanzi a casa stia conversando con gli amici e a un tratto li lascia, corre dentro a vedere chissà cosa e subito dopo ritorna, col volto di prima tale e quale, e nessuno sa che cosa sia andato a fare e se qualcuno glielo domanda, lui risponde "niente", e d'altra parte non si poteva scorgere nulla attraverso la porta quando lui l'ha aperta, che cosa ci fosse dietro, non si vedeva che un rettangolo di buio.
Una immensa piazza, dunque, con intorno un'infinità di case, questa è la vita; e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria e in genere male anche questa perché restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché del restante genere umano non si sa mai niente.
L'uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra poi dispiacergli eccessivamente".
sabato 20 dicembre 2008
Leopardi, elogio degli uccelli

Giacomo Leopardi, Elogio degli uccelli, in Operette morali, Milano, Feltrinelli, 1992 (introd. Antonio Prete)
Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo. Non dico ciò in quanto se tu li vedi o gli odi, sempre ti rallegrano; ma intendo di essi medesimi in sé, volendo dire che sentono giocondità e letizia più che alcuno altro animale.
(...) Per ogni diletto e ogni contentezza che hanno, cantano; e quanto è maggiore il diletto o la contentezza, tanto più lena e più studio pongono nel cantare. E cantando buona parte del tempo, s'inferisce che ordinariamente stanno di buona voglia e godono (... ) Imperocché si vede palesemente che al dì sereno e placido, cantano più che all'oscuro e inquieto: e nella tempesta si tacciono, come anche fanno in ciascuno altro timore che provano; e passata quella, tornano fuori cantando e giocolando gli uni cogli altri.
(...) Onde si potrebbe dire in qualche modo, che gli uccelli partecipano del privilegio che ha l'uomo di ridere: il quale non hanno gli altri animali.
(...) s'inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. (...)
In fine, siccome Anacreonte desiderava potersi trasformare in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita.
(...) s'inferisce che debbono avere una grandissima forza e vivacità, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non di quella immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero Dante, il Tasso; la quale è funestissima dote, e principio di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime vive. (...)
In fine, siccome Anacreonte desiderava potersi trasformare in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita.
domenica 30 novembre 2008
venerdì 28 novembre 2008
Ferroni, la condizione postuma della letteratura
Giulio Ferroni, Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura, Torino, Einaudi, 1996
Nei modi più diversi l'atto dello scrivere ha rinviato a una vita futura, a un agire e persistere "dopo", quando sarebbero per sempre venuti meno il corpo, la mano el a mente dello scriba; e all'inverso nell'atto del leggere si è riconosciuto un guardare da "dopo", un modo di riappropriarsi di tracce fisiche di realtà consumate, di sentire vivo un passato morto.
Il celebre mito del Fedro di Platone sull'invenzione della scrittura (che non a caso è stato al centro dell'acuminata e decentrante riflessione di Jacques Derrida) fa avvertire tutta la contradditorietà di questo essere "postumo" delle parole scritte, rispetto a una concezione della conoscenza e della verità come presenza, trasparenza, memoria viva e animata...
Nei modi più diversi l'atto dello scrivere ha rinviato a una vita futura, a un agire e persistere "dopo", quando sarebbero per sempre venuti meno il corpo, la mano el a mente dello scriba; e all'inverso nell'atto del leggere si è riconosciuto un guardare da "dopo", un modo di riappropriarsi di tracce fisiche di realtà consumate, di sentire vivo un passato morto.
Il celebre mito del Fedro di Platone sull'invenzione della scrittura (che non a caso è stato al centro dell'acuminata e decentrante riflessione di Jacques Derrida) fa avvertire tutta la contradditorietà di questo essere "postumo" delle parole scritte, rispetto a una concezione della conoscenza e della verità come presenza, trasparenza, memoria viva e animata...
domenica 23 novembre 2008
Domenico Gnoli, Mise en plis
sabato 15 novembre 2008
Pizzuto, Erice
Antonio Pizzuto, Testamento, Il Saggiatore, 1969
Erice, odoranti di salvia i suoi paradisi, ingiù dallo scosceso il mare cresputo immobile, terse come stoviglie le strade spirali ingressi e imposte chiusi, laddentro cortili dove minuscole lune l’acqua nei profondissimi pozzi in echi, ben scarsa entro cisterna simmetrica, framezzo qualche albero, mura mura convolvoli, secondari usci su candida viuzza tra verdi persiane opposti a quelli maestri. Pendevano da imbiancato soffitto a travi, per famiglie, grappoli mori nilo aurei impergolando, in capestro oblunghi formaggi, api buridane intorno, moscerini pulviscolosi.
Erice, odoranti di salvia i suoi paradisi, ingiù dallo scosceso il mare cresputo immobile, terse come stoviglie le strade spirali ingressi e imposte chiusi, laddentro cortili dove minuscole lune l’acqua nei profondissimi pozzi in echi, ben scarsa entro cisterna simmetrica, framezzo qualche albero, mura mura convolvoli, secondari usci su candida viuzza tra verdi persiane opposti a quelli maestri. Pendevano da imbiancato soffitto a travi, per famiglie, grappoli mori nilo aurei impergolando, in capestro oblunghi formaggi, api buridane intorno, moscerini pulviscolosi.
domenica 9 novembre 2008
sabato 1 novembre 2008
Tiziana Verde, Il cesto di pomodori
Tiziana Verde, Il cesto di pomodori
(...)
Nei giorni in cui la tramontana soffiava forte da far volare le tegole, incontrandoci per strada, il prof. Armano ci faceva salire sulla cinquecento azzurra e ci accompagnava fino a scuola.
Prima di entrare, andavamo insieme a guardare un tratto di campagna abbandonata. Il vento faceva i colori nitidi, più concatenati, quasi mostrassero all’improvviso la grana di cui era tessuto il celeste dell’aria.
Restavamo lì a tremare, non di freddo soltanto, ma di una commozione che sempre ci prendeva quando osservavamo qualcosa insieme a lui e ne avevamo, all’improvviso, rivelazione di bellezza. Ci assaliva allora rimpianto di non averla guardata mai con attenzione e gratitudine per quegli occhi nuovi, che lui ci piantava dentro con poche accorte parole, con l’intesa di un silenzio.
(...)
Due giorni dopo, era in cortile, un uomo gli ordinò di seguirlo. Ebbe il tempo di vedere sua madre che arrivava dalla strada di fronte a portargli i pomodori raccolti. La sentì tremare nei panni scuri, col cesto troppo pesante…Allora lei capì che non voleva essere visto mentre andava a morire, così fingendo di non aver indovinato, disse: - Te ne lascio anche per questo tuo amico -
L’uomo aveva già eseguito altri incarichi senza esitazioni e senza mai commuoversi, ma anche a sua madre, forse un giorno, sarebbe capitato di dover recitare la stessa scena. Così, lentamente, scelse un pomodoro a forma di cuore e disse:
- Sono belli, vi ringrazio - lo disse abbassando la voce, con rispetto, perché in quei nostri paesi potevi calpestare tutto, ma certe cose erano sacrosante e una madre è una madre, annulla qualsiasi differenza.
Per un attimo, davanti a quella immagine, si rividero entrambi ragazzi, poi l’uccisore si ricordò perché era lì e disse: - Andiamo -.
Il professor Armano guardò la figurina dentro i panni neri, svuotati, pronunciò un - torno stasera - e si avviò.
Per gli anni che le rimasero da vivere, lei continuò a passare il crepuscolo affacciata alla finestra con la folle speranza che una crepa del tempo o un Dio meno sordo, con più senso della vergogna, potesse far mantenere a suo figlio la promessa.
(...)
Stanotte, il prof. Armano è venuto a trovarmi, portava la giacca sciupata di sempre, i capelli appena un po’ più grigi
- Non vuoi sapere perché è successo? -
- No - mi sono affrettata a rispondergli - ci sono già stati troppi giorni riempiti di fatti e io, invece, volevo raccontare una storia -
- E dove sta la differenza? -
- Nei chiaroscuri - dico - le storie, l’ombra non la cancellano -
(...)
Leggi il bellissimo racconto nella sua interezza in
http://www.nazioneindiana.com/2006/10/28/il-cesto-di-pomodori/
Su e di Tiziana Verde:
http://www.nazioneindiana.com/tag/tiziana-verde/
www.nobis.it
(...)
Nei giorni in cui la tramontana soffiava forte da far volare le tegole, incontrandoci per strada, il prof. Armano ci faceva salire sulla cinquecento azzurra e ci accompagnava fino a scuola.
Prima di entrare, andavamo insieme a guardare un tratto di campagna abbandonata. Il vento faceva i colori nitidi, più concatenati, quasi mostrassero all’improvviso la grana di cui era tessuto il celeste dell’aria.
Restavamo lì a tremare, non di freddo soltanto, ma di una commozione che sempre ci prendeva quando osservavamo qualcosa insieme a lui e ne avevamo, all’improvviso, rivelazione di bellezza. Ci assaliva allora rimpianto di non averla guardata mai con attenzione e gratitudine per quegli occhi nuovi, che lui ci piantava dentro con poche accorte parole, con l’intesa di un silenzio.
(...)
Due giorni dopo, era in cortile, un uomo gli ordinò di seguirlo. Ebbe il tempo di vedere sua madre che arrivava dalla strada di fronte a portargli i pomodori raccolti. La sentì tremare nei panni scuri, col cesto troppo pesante…Allora lei capì che non voleva essere visto mentre andava a morire, così fingendo di non aver indovinato, disse: - Te ne lascio anche per questo tuo amico -
L’uomo aveva già eseguito altri incarichi senza esitazioni e senza mai commuoversi, ma anche a sua madre, forse un giorno, sarebbe capitato di dover recitare la stessa scena. Così, lentamente, scelse un pomodoro a forma di cuore e disse:
- Sono belli, vi ringrazio - lo disse abbassando la voce, con rispetto, perché in quei nostri paesi potevi calpestare tutto, ma certe cose erano sacrosante e una madre è una madre, annulla qualsiasi differenza.
Per un attimo, davanti a quella immagine, si rividero entrambi ragazzi, poi l’uccisore si ricordò perché era lì e disse: - Andiamo -.
Il professor Armano guardò la figurina dentro i panni neri, svuotati, pronunciò un - torno stasera - e si avviò.
Per gli anni che le rimasero da vivere, lei continuò a passare il crepuscolo affacciata alla finestra con la folle speranza che una crepa del tempo o un Dio meno sordo, con più senso della vergogna, potesse far mantenere a suo figlio la promessa.
(...)
Stanotte, il prof. Armano è venuto a trovarmi, portava la giacca sciupata di sempre, i capelli appena un po’ più grigi
- Non vuoi sapere perché è successo? -
- No - mi sono affrettata a rispondergli - ci sono già stati troppi giorni riempiti di fatti e io, invece, volevo raccontare una storia -
- E dove sta la differenza? -
- Nei chiaroscuri - dico - le storie, l’ombra non la cancellano -
(...)
Leggi il bellissimo racconto nella sua interezza in
http://www.nazioneindiana.com/2006/10/28/il-cesto-di-pomodori/
Su e di Tiziana Verde:
http://www.nazioneindiana.com/tag/tiziana-verde/
www.nobis.it
domenica 26 ottobre 2008
giovedì 16 ottobre 2008
D'Arzo - Celati
Gianni Celati, D'Arzo, lo stile di chi è straniero dovunque.
"Il mondo non è casa tua, e a te sembra di starci a dozzina"
IL TESTO
(Da Zibaldoni, n.3, quarta serie)
"Il mondo non è casa tua, e a te sembra di starci a dozzina"
IL TESTO
(Da Zibaldoni, n.3, quarta serie)
Hrabal, Una solitudine ...
Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa, Torino, Einaudi, 1991
Già siedo in casa nella penombra, siedo su uno sgabello, la testa mi cade e alla fine tocco me stesso con le labbra bagnate e solo così schiaccio un pisolino. A volte, nella posizione della sedia Thonet, dormo così fin verso la mezzanotte e quando mi sveglio sollevo la testa e ho la gamba dei pantaloni madida di saliva al ginocchio, tanto mi sono raggomitolato e ranniccchiato su me stesso, come un gattino d'inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perchè io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perchè io sono un po' uno spaccone dell'infinito e dell'eternità e l' Infinito e l'Eternità forse hanno un debole per le persone come me.
(...)
Seduto sulla panchina, sorridevo candidamente, non ricordavo nulla, non vedevo nulla, non udivo nulla, perchè ormai ero forse già nel cuore del Paradiso terrestre.
Già siedo in casa nella penombra, siedo su uno sgabello, la testa mi cade e alla fine tocco me stesso con le labbra bagnate e solo così schiaccio un pisolino. A volte, nella posizione della sedia Thonet, dormo così fin verso la mezzanotte e quando mi sveglio sollevo la testa e ho la gamba dei pantaloni madida di saliva al ginocchio, tanto mi sono raggomitolato e ranniccchiato su me stesso, come un gattino d'inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perchè io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perchè io sono un po' uno spaccone dell'infinito e dell'eternità e l' Infinito e l'Eternità forse hanno un debole per le persone come me.
(...)
Seduto sulla panchina, sorridevo candidamente, non ricordavo nulla, non vedevo nulla, non udivo nulla, perchè ormai ero forse già nel cuore del Paradiso terrestre.
giovedì 2 ottobre 2008
Sylvia Plath, Limite (Edge)
Limite
La donna ora è perfetta.
Il suo corpo
morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca
fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi
nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.
È abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.
(5 febbraio 1963)
Edge
The woman is perfected.
Her dead
Body wears the smile of accomplishment,
The illusion of a Greek necessity
Flows in the scrolls of her toga,
Her bare
Feet seem to be saying:
We have come so far, it is over.
Each dead child coiled, a white serpent,
One at each little
Pitcher of milk, now empty.
She has folded
Them back into her body as petals
Of a rose close when the garden
Stiffens and odors bleed
From the sweet, deep throats of the night flower.
The moon has nothing to be sad about,
Staring from her hood of bone.
She is used to this sort of thing.
Her blacks crackle and drag.
La donna ora è perfetta.
Il suo corpo
morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca
fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi
nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.
È abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.
(5 febbraio 1963)
Edge
The woman is perfected.
Her dead
Body wears the smile of accomplishment,
The illusion of a Greek necessity
Flows in the scrolls of her toga,
Her bare
Feet seem to be saying:
We have come so far, it is over.
Each dead child coiled, a white serpent,
One at each little
Pitcher of milk, now empty.
She has folded
Them back into her body as petals
Of a rose close when the garden
Stiffens and odors bleed
From the sweet, deep throats of the night flower.
The moon has nothing to be sad about,
Staring from her hood of bone.
She is used to this sort of thing.
Her blacks crackle and drag.
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